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Il fantastico viaggio nel corpo di Napoli

luglio 19, 2016 • Cinema e Dintorni

La pelle di Napoli, di Pietro Treccagnoli

di Luigi Coppola

«Così piace pensare che la bellezza salverà Napoli. Quella che sapremo conservare ma soprattutto creare.» L’auspicio di Pietro Treccagnoli chiude, con un apertura ottimista sul futuro prossimo, il suo ultimo saggio “La pelle di Napoli”, in libreria dallo scorso 18 maggio per i caratteri di Cairo Editore.
Il sottotitolo (Voci di una città senza tempo), evoca un potere taumaturgico, più che salvifico. Forse una semplice buona speranza coltivata con una ostinata capacità di riproduzione, insita nei tessuti cutanei di un corpo articolato e complesso. Ferito e lacerato, piegato anche da colpi proibiti, segnato nelle rughe di una età millenaria. In ogni caso tenacemente impegnato in una continua evoluzione.
Rivisitare Napoli per restituirne una idea omogenea sulla sua storia, lo stile di vita, il contesto, spesso ricordato come «napoletanità», è una sfida. Un’impresa che affascina con cadenza ritmata nel tempo una varietà di autori, non sempre puntuali o adeguati allo scopo.

Il libro di Treccagnoli, cronista de Il Mattino di Napoli, racchiude quarantaquattro corrispondenze in altrettante situazioni e ambienti, visitati in prima persona nella città partenopea. Riunendo con un piacevole ritmo narrativo i servizi realizzati tra il 2014 e il 2015 per il primo quotidiano del Mezzogiorno d’Italia.

Presentato la prima volta lo scorso 26 maggio alla libreria Feltrinelli di Napoli alla presenza del presidente dell’Autorità Anticorruzione, Raffaele Cantone, con le prime firme del giornalismo campano, il saggio non è un «libro dei Napoletani». Né può essere classificato come una mera fabula giornalistica. Questo articolato viaggio consiste in una vera maratona fra fondaci levantini, porte antiche, mercati storici e vicoli da labirinto
Consumato dall’autore esploratore in chilometri e suole di scarpe. Una esplorazione a tutto tondo in tanti luoghi e ritrovi della città millenaria, molti dei quali, certamente sconosciuti ai tanti veraci e presunti cultori del golfo reale.

è tanta roba, espressione piuttosto semplicistica e abusata, che rende il lavoro di Treccagnoli un unicum nel pianeta editoriale Napoli. Un minuzioso docufilm narrato, scevro dalla retorica seppure importante della “nuttata ca da passà”.
La commistione fra i quartieri antichi, storici (il Pallonetto di Santa Lucia, Via Toledo) e le voci dei residenti si integra in uno scenario ruvido, dove bello e brutto sono netti e reali.
Non è la pentola che scoperchia il disagio: gli ucraini della Sanità, i cingalesi del Cavone, i cinesi di Gianturco e il melting pot povero, riversatosi negli ultimi lustri all’ombra del Vesuvio,giustificano il triangolo reiterato come un marchio dop, segnato da tufo, zella e monnezza.

All’unisono le voci dei protagonisti interpellati dal pellegrino errante (talvolta torna alla mente la fatica di Santiago di Compostela), non lasciano dubbi su quei «mille culure e mille paure»
cantate dal compianto mentore Pino Daniele.
Non solo immigrati e ultimi danno fiato alla “pelle” di Treccagnoli. Gli orefici del centro storico, gli artigiani meccanici alla rimessa delle imbarcazioni, pescivendoli e fresellari del Borgo S.Antonio, parcheggiatori abusivi e custodi di luoghi sacri e reconditi, contribuiscono con spontaneo entusiasmo a colorare l’epidermide dello smisurato corpo.
Il prologo di Alessandro Barbano, direttore de Il Mattino e la conclusione dello stesso autore che ringrazia il gioco di squadra dei colleghi (Gennaro Di Biase e Sergio Siano), decisivo nella selezione dei testi, conferma come il guado tra giornalismo e letteratura sia sostenibile, rispetto alla sete della conoscenza e all’amore per la narrazione.

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