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Attenti a quel nero… Le tante facce del razzismo

luglio 13, 2016 • Agorà, z in evidenza

razzismo-Usa

 

di Matteo Cresti

Gli U2 cantavano “The hands that built America”, mani di colori, religioni, origini diverse. Una fusione di popoli che si sono ritrovati sul suolo del nuovo mondo e da lì, estirpando le popolazioni locali, hanno costruito una nuova nazione.
Gran parte di quelle mani erano mani nere. A loro volta quei neri erano stati sradicati dalle loro terre di origine, catturati nei loro villaggi, caricati come bestie su navi negriere e venduti come schiavi. Forse si potrebbe davvero dire che le loro mani sono quelle che hanno costruito (almeno in senso fisico) l’America, o una sua parte consistente.

Conosciamo tutti la storia della popolazione di origine afro-americana: dalla schiavitù, alla segregazione, alla liberazione. Una liberazione che però non è mai avvenuta di fatto. Certo alcuni persone di origine afro-americana sono state elette in posizioni importanti. Solo recentemente ricordiamo Condoleezza Rice, e Barack Obama. Proprio con l’elezione del primo presidente nero sembrò essere ad una svolta.

L’America che non aveva mai del tutto sconfitto il razzismo era riuscita ad eleggere come quarantaquattresimo presidente un avvocato nero. L’elezione sembrò confermare il sogno americano. Dal nulla, Obama era giunto a ricoprire la massima carica statunitense.
I democratici erano riusciti ad imporsi non solo sul KKK, ma anche su una mentalità diffusa di disprezzo nascosto.

Quello che sta succedendo in questi giorni sembra invece decretare il fallimento di quello “Yes we can” di dieci anni fa. La svolta impressa da Obama è forse riuscita a cambiare qualcosa nei livelli alti o istituzionali, ma poco nelle situazioni locali. Spesso situazioni di disagio economico e sociale rendono difficile la condizione delle minoranze raziali. Per risolverle serve a poco un presidente nero, servono politiche vere di integrazione e di sostegno economico. Politiche che sembrano estremamente distanti dall’idea americana dove ognuno ce la deve fare con le proprie mani e dove situazioni di povertà sono imputate alla mancanza di volontà. È difficile per una ragazza o un ragazzo nero cresciuto in un sobborgo, dove l’unica possibilità è la vita di strada e criminale, “redimersi” e riuscire a sfondare (o anche solo galleggiare) nella competitiva società statunitense.

Situazioni molto simili le vediamo anche in Italia. Sono tante le nostre periferie dove i giovani sono abbandonati a se stessi e senza speranze. L’unico intervento possibile è il recupero, un recupero per cui servono tempo e denaro e uomini di buona volontà. I nostri quartieri senza legge, dove comanda la criminalità organizzata, sono per certi versi assai simili ai quartieri neri delle periferie americane.

Probabilmente quello che è accaduto in questi giorni negli USA, e che ormai da anni continua ad accadere, non è il frutto di un razzismo palese e spinto come quello del KKK. Ma alcuni di quei poliziotti non volevano uccidere una persona per il solo fatto che fosse nera. Essi probabilmente sono le vittime del loro cervello, di un razzismo più subdolo, inconscio, e quindi più difficile da estirpare.
Gli psicologi e neuro-scienziati lo chiamano bias cognitivo, è un particolare meccanismo per cui inconsciamente siamo portati a giudicare in un certo modo certi comportamenti.
Consciamente possiamo dirci convinti della parità tra i sessi, o tra i colori della pelle, ma nel profondo della nostra mente si sono sedimentati pattern cognitivi, che ci portano a fare esattamente il contrario, a preferire un uomo ad una donna, o un bianco al nero. È un bias, cioè un pendio, uno scivolo, una tendenza a continuare a perpetrare certi meccanismi che si sono sedimentati nel nostro io più profondo.

Così, quando un poliziotto, magari non in un quartiere tra quelli più sicuri, vede un nero, vestito con una felpa ed un cappuccio, ecco subito che pensano sia un malvivente. E sparano.
Sconfiggere questa tendenza implicita non è semplice come sembra. Nelle istituzioni o nelle aziende si possono escogitare degli stratagemmi come rendere sconosciuto il sesso o l’etnia nei curriculum, ma eliminare questo bias nei poliziotti sembra essere molto più complesso.

I problemi razziali degli Stati Uniti sono problemi strutturali, che ciclicamente si ripresentano, e se non si interverrà radicalmente sulla situazione, continueranno a ripetersi. Tutto questo è interessante anche per l’Italia, dobbiamo infatti scegliere se integrare veramente i migranti, inserendoli a pieno titolo nella nostra società, ed educando giovani e meno giovani all’accoglienza, alla solidarietà, alla fratellanza e alla giustizia, oppure se relegarli in qualche banlieue, dove costituiranno comunità chiuse in cui la legge dello stato è considerata una straniera o una nemica.
Questo disagio, poi, si va ad aggiungere a quello già presente sul posto. Sono tante le periferie italiane, dove la disoccupazione e la malavita creano della situazioni fuori da ogni regola. Le periferie delle nostre città rischiano di diventare luoghi di segregazione e di marginalizzazione, con “bande etniche” che si scontrano per il predominio sul territorio, o dove estremisti religiosi trovano il terreno fertile per alimentare l’odio e la violenza.
La nostra immigrazione è ancora recente, e con presenze ancora scarse, rispetto ad altri stati europei, possiamo ancora scegliere quale via perseguire, sempre che si voglia farlo.

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