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I dolori del giovane Holden: il classico “bel ragazzo”, Ward Stradlater

luglio 11, 2016 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Andrea Sormano – terza parte

Ward Stradlater è il compagno di stanza di Holden: è “un tipo abbastanza cordiale” con tutti, ma la sua cordialità era “in parte fasulla”; è uno che non ti chiedeva mai tante spiegazioni, ma ciò era dovuto soprattutto al fatto che “non gliene importava molto”; è il classico “bel ragazzo”, ma la sua bellezza era più apparente che reale; è uno sempre “tutto in ordine”, ma in segreto è un “sudicione”. Stradlater, insomma, è il tipico campione dell’apparenza.

Pareva sempre a posto, Stradlater, ma avreste dovuto vedere il rasoio con cui si faceva la barba, per esempio. Aveva sempre tanto così di ruggine, ed era pieno di sapone, di capelli e di lerciume. Lui era sempre tutto in ordine quando aveva finito di lisciarsi, ma in segreto era un sudicione lo stesso, a conoscerlo come lo conoscevo io. Si lisciava per farsi bello perché si amava alla follia. Credeva di essere il più bel ragazzo dell’Emisfero Occidentale. E abbastanza bello lo era davvero – chi lo nega. Ma era quel tipo di bel ragazzo che se i vostri genitori vedono la sua fotografia nel vostro album scolastico dicono subito: “E questo ragazzo chi è?”. Voglio dire, era proprio il tipo di bel ragazzo da album scolastico. A Pencey conoscevo un sacco di ragazzi che per me erano molto più belli di Stradlater, ma non parevano belli, se vedevi la loro fotografia nell’album scolastico. Pareva che avessero il naso grosso o le orecchie a sventola. Mi è capitato spesso. (p. 32-33)

Holden introduce qui una distinzione sottile, a caratterizzare il tipo di bellezza di Stradlater, quella tra bellezza in fotografia e bellezza nella realtà. Posto che lo scatto della macchina fotografica trasformi in spectrum chiunque ne sia colpito (Barthes 1980), non tutti gli spettri sono spiacevoli a vedersi, né l’essere trasformati in spettri costituisce per tutti una perdita; può anzi essere per alcuni un acquisto, come pare sia, a giudizio di Holden, il caso del suo compagno di stanza, che in fotografia non è penalizzato come per contro lo sono altri ragazzi che nella realtà Holden giudica “molto più belli” di lui. Ad essere penalizzata dall’immagine fotografica, in questi ultimi, è forse proprio quanto non appartiene all’ordine delle immagini fisse, la mobilità espressiva dei loro volti. Ciò che Stradlater non sembra perdere nella riproduzione del proprio volto è una espressività che nella realtà non brilla per mobilità e bellezza. La faccia di Stradlater, nelle descrizioni che ne dà Holden, ha spesso una “idiotissima espressione” (p. 49), è una “faccia da cretino” (p. 52), uno “stupido faccione” (p. 53), una “faccia da stronzo” (p. 54 ). Sappiamo però anche che Stradlater “passava almeno metà della sua maledetta vita davanti allo specchio” (p. 39), innamorato com’era della propria immagine; era cioè un professionista della messa in posa.

Come parla e agisce un professionista della messa in posa, innamorato della propria immagine? Cosa in particolare, del comportamento di Ward Stradlater, “fa girar le scatole” a un appassionato di normalità qual è Holden Caulfield?

– Ehi, – disse Stradlater. – Mi faresti un grosso favore?

– Quale? – dissi. Senza troppo slancio. Quello stava sempre a chiederti di fargli un grosso favore. Prendete uno molto bello, o uno che si crede proprio un fenomeno, be’, sta sempre a chiedervi di fargli un grosso favore. Siccome si amano follemente, credono che li amiate follemente anche voi, e che moriate dalla voglia di fargli un favore. E’ un po’ buffo, in un certo senso.

– Esci, stasera? – disse lui.

– Forse. Forse no. Non lo so. Perché?

– Ho un centinaio di pagine di storia da fare per lunedì, – disse lui. – Mi faresti un tema d’inglese, tu? Sono in un guaio se non ho pronto quell’accidente di tema per lunedì. Ecco perché te lo chiedo. Me lo fai?

Era proprio un’ironia. Altro che.

– Io sono quello che sbattono fuori da questo maledetto posto, e tu mi chiedi di farti un maledetto tema, – dissi.

– Si, lo so. Ma è che sono in un guaio se non lo faccio. Da amico, forza. Da vero amico. D’accordo?

Non gli risposi subito. Il cuore sospeso fa bene a certi bastardi come Stradlater.

– Su che cosa? – dissi.

– Quello che ti pare. Purchè sia descrittivo. Una stanza. O una casa. O un accidente dove una volta hai abitato o vattelapesca; tu lo sai. Basta che sia molto descrittivo -. E fece un enorme sbadiglio prima ancora d’aver finito di parlare. E questa è una cosa che mi rompe gloriosamente le scatole. Se uno sbadiglia proprio mentre ti sta chiedendo di fargli un maledetto favore, dico. – Solo non farlo troppo bene, ecco tutto, – disse lui. – Quel figlio di puttana di Hartzell è convinto che in inglese sei un fenomeno; e sa che stiamo nella stessa stanza. Perciò non mettere tutte le virgole e le cose al posto giusto, voglio dire.

Ecco un’altra cosa che mi fa girare le scatole. Se sei bravo a fare i temi, voglio dire, e uno comincia a parlare delle virgole. Stradlater non faceva altro. Voleva farti credere che lui era una schiappa a fare i temi solo perché metteva tutte le virgole al posto sbagliato. (pp. 33-34)

Che razza di richiesta di favore è mai quella accompagnata da un enorme sbadiglio? Stradlater non tenta neppure di strozzare o dissimulare il suo sbadiglio, lo butta tutto intero in faccia al suo interlocutore, ciò che può essere valutato “normale” soltanto da un tipo che, come lui, si ama follemente in tutto quanto fa, non anche da uno come Holden, che ama tutt’altro genere di cose, e a cui quello sbadiglio, innanzitutto, “rompe gloriosamente le scatole”. Ma non finisce lì. Allo sbadiglio segue un ulteriore atto di negazione della presenza dell’interlocutore: se Holden è “un fenomeno” in inglese è perché “sa mettere tutte le virgole al posto giusto”. Il fare bei temi è soltanto una questione di punteggiatura: soltanto, e non anche… qualcos’altro. Ed è proprio l’assenza di questo “altro” a caratterizzare la stessa bellezza di Stradlater, il suo essere bello in fotografia più che (altro) nella realtà.

Il dialogo fra Holden e il suo compagno di stanza continua nei bagni, dove col suo “lercio rasoio” Stradlater si sta radendo ben due volte per “far faville” con colei che di lì a poco sarebbe uscita con lui. Di chi si tratta? Holden immagina si tratti della Fitzgerald, ma Stradlater con “quella troietta” l’aveva “fatta finita”. Sarebbe allora uscito con quell’altra “bambola”, Phyllis Smith? Neppure con quella, per via di “un sacco di pasticci” successi con gli appuntamenti. E con chi, allora? Stradlater ora “va” con la compagna di stanza della ragazza di un comune amico:

Ora vado con la compagna di stanza della ragazza di Bud Thaw… A proposito. A momenti me ne scordavo. Ti conosce.

– Chi? – dissi.

– Questa ragazza.

– Sì? – dissi. – Come si chiama? – Ero alquanto interessato.

– Fammici pensare… Ah, Jean Gallagher.

Ragazzi, quando me lo disse per poco non cascavo morto.

– Jane Gallagher, – dissi. Mi alzai addirittura dal lavabo, quando lo disse. Per poco non cascavo morto, accidenti. (p. 36)

Holden la conosceva proprio, costei, essendo stata la sua vicina di casa due estati prima, e al suono del suo nome – storpiato, naturalmente, da uno come Stradlater, attento a ben altri aspetti della presenza femminile – inizia una lunga serie di ricordi, espressi a voce alta e in uno stato di progressiva “ebollizione” a chi non lo stava “quasi nemmeno a sentire”, intento com’era a pettinarsi i suoi “riccioli fatali”. Jane Gallagher era una con cui Holden giocava sempre a dama, e restava sempre colpito dal fatto che costei “non muoveva mai le sue dame”, poiché le piaceva vedersele “tutte schierate nell’ultima fila”. Ma queste, osserva subito Holden, “son cose che non interessano quasi nessuno”, e men che meno interessano il suo compagno di stanza, che manco sa cosa sia il gioco della dama. E avanti così, fino alla descrizione dell’amico della madre di Jane, uno che si diceva scrivesse commedie “o qualche altro accidente del genere”, ma che Holden non aveva mai visto fare altro che “sbevazzare tutto il tempo”, ascoltare “quei dannati gialli trasmessi per radio” e “girare nudo per quella maledetta casa”, con Jane dentro “e compagnia bella”. Ecco un particolare che interrompe il monologo di Stradlater con lo specchio:

– Davvero? – disse Stradlater. Questo lo interessava sul serio. Quell’alcolizzato che girava per casa nudo, con Jane in casa. Era un vero mandrillo, quel bastardo di Stradlater.

– Ha avuto un’infanzia schifa. Dico sul serio.

Ma di questo Stradlater se ne infischiava. Lo interessava soltanto la roba sessuale.

Che quel mandrillo stia per uscire con Jane è una cosa che Holden non manda giù, e il seguito della storia corrisponde ad un tale aumento di “nervoso” che per poco Holden non “ammattisce”:

(…) Stavo diventando un po’ nervoso, tutt’a un tratto. Sono un tipo molto nervoso.

– Senti, dove vai a passare la sera con lei? – gli domandai. – Lo sai già?

– Non lo so. A New York, se abbiamo tempo. Lei ha chiesto il permesso solo fino alle nove e mezzo, accidenti.

Non mi piacque come lo disse, perciò ribattei: – Probabilmente l’ha fatto soltanto perché non sapeva che razza di meraviglioso e affascinante bastardo sei tu. Se l’avesse saputo, probabilmente avrebbe chiesto il permesso fino alle dieci e mezzo di domattina.

– Sacrosanto, – disse Stradlater. Non era tanto facile fargli perdere le staffe. Era troppo presuntuoso. – Senza scherzi, ora. Fammi quel tema, – disse. Si era messo il soprabito ed era pronto per uscire. – Non stare a spremerti le meningi, basta che lo fai molto descrittivo. D’accordo?

Non gli risposi. Non me la sentivo. Dissi soltanto: – Domandale se tiene ancora tutte le dame nell’ultima fila.

– D’accordo, – disse Stradlater, ma sapevo che non l’avrebbe fatto. – Be’, statti buono -. E uscì come un bolide dalla stanza

Io rimasi seduto lì per circa mezz’ora, dopo che lui se n’era andato. Voglio dire che rimasi là sulla mia poltrona senza fare niente. Continuavo a pensare a Jane, e a Stradlater che aveva un appuntamento con lei eccetera eccetera. Mi venne un nervoso tale che per poco non ammattivo. Vi ho già detto che quel bastardo di Stradlater era un vero mandrillo. (p. 40-41)

Modelli di seduzione a confronto

A differenza di Ackley, che parlava spesso delle sue avventure ma si capiva subito che erano “tutte balle” contate da uno che senz’ombra di dubbio era ancora vergine, Stradlater le avventure le aveva sul serio, e di un paio di queste Holden era stato diretto testimone. Come si esprime in queste circostanze un vero mandrillo come Stradlater? E come si esprime Holden, schierato su un versante opposto anche in questo genere di faccende?

Una volta eravamo usciti insieme con due ragazze nella macchina di Ed Banky, e Stradlater stava dietro con la sua ragazza e io davanti con la mia. Che tecnica aveva quel tipo! Aveva incominciato che si era messo a imbambolare la ragazza con quella voce così pacata e sincera – come se non fosse soltanto un bellissimo ragazzo ma anche un bravo ragazzo sincero. Per poco non vomitavo, a sentirlo. La sua ragazza continuava a dire “No… ti prego. Ti prego, no. Ti prego”. Ma il vecchio Stradlater continuava a imbambolarla con quella sua voce così sincera alla Abramo Lincoln, e alla fine quel tremendo silenzio, dietro. Era stato proprio imbarazzante. Non credo che quella ragazza l’abbia stantuffata, quella sera – ma c’è mancato poco. Maledettamente poco. (p. 58)

Più avanti nella sua storia Holden ricorda, in tutt’altri termini, una situazione analoga:

Se volete proprio saperlo, sono vergine. Sul serio. Le occasioni di perdere la mia verginità e via discorrendo non mi sono mancate davvero, ma ancora non mi è riuscito. Succede sempre qualcosa. (…) Un paio di volte ci mancò poco che lo facessi, però. Una volta soprattutto, mi ricordo. Ma qualcosa andò storto – non mi ricordo più nemmeno che cosa. Il fatto è che quando state proprio lì lì per farlo con una ragazza – una ragazza che non sia una prostituta o qualcosa del genere, voglio dire – quella continua a dirvi tutto il tempo di smettere. Il mio guaio è che smetto. C’è tanti che non smettono mica. Ma è più forte di me. Non capite mai se quelle vogliono veramente che smettiate, o se hanno soltanto una paura d’inferno, o se vi dicono di smettere solo perché se voi continuate la colpa è vostra e non loro. Io smetto tutte le volte, ad ogni modo. (…) Io non lo so. Loro mi dicono di smettere e io smetto. Dopo che le ho riportate a casa mi mordo sempre le mani, ma continuo a smettere ogni volta. (p. 109)

Di solito si “interpreta” ciò che non risulti comprensibile “immediatamente”, con Weber (1905), o “ciecamente”, con Wittgenstein (1953). Nulla peraltro vieta di interpretare anche enunciati formulati in piena regola, come sembra essere il caso cui Holden si riferisce negli ultimi passi riportati. Una ragazza che continui a dirti tutto il tempo di smettere, posto che lo dica in maniera chiara, non pone problemi di comprensione della lettera del suo dire, ma semmai di interpretazione delle “intenzioni” che, nel caso, vi starebbero “dietro”. Holden stesso imbocca questa via, nell’esempio riportato, quando avanza tre possibili interpretazioni di una richiesta di smettere. La prima è che la richiesta in questione corrisponda letteralmente all’intenzione del locutore: chi vi ricorre non vuole “lasciare intendre” altro da quanto dice. Ma proprio questo sembra essere il terzo caso presentato, dove la formula della richiesta è usata strumentalmente per disporre in futuro di un argomento accusatorio – “L’avevo detto, di smettere!” – nel caso che l’altro, non avendo smesso, non se ne assuma interamente la “colpa”. La richiesta di smettere, in questo caso è, come suol dirsi, un “mettere le mani avanti”. Tra i due casi opposti Holden colloca anche quello della ragazza che ricorrendo a quella formula esprima soltanto “una paura del diavolo”.

Quali che siano le ipotesi interpretative che gli passano per la testa, relative alle “reali intenzioni” di chi gli chiede di smettere, la regola che Holden ogni volta segue è attenersi alla forza convenzionale delle parole che ascolta. Una ragazza gli chiede di smettere? Ebbene: sia il gioco della richiesta di smettere ad essere giocato. Come? Smettendo: “Loro mi dicono di smettere e io smetto”. Poi si morde sempre le mani, ma ciò non lo fa desistere dalla sua regola di condotta: smettere di fare avances è il modo per non smettere di giocare.

Ma non è questa la regola del “vero mandrillo”, Stradlater, che non la smette mai di fare avances perché non incomincia mai a giocare. Ciò che Stradlater non smette mai di fare è coltivare il suo amore per le immagini, a partire dalla propria, raccogliendole e disponendole in successione in un ideale “album scolastico”, versione adolescenziale del “catalogo” dongiovannesco. Le preghiere di smettere, per chi come lui si consideri irresistibile, sono inviti a continuare: la sordità delle sue orecchie alle preghiere altrui è il primato decretato dai suoi occhi alle proprie immagini. Insensibile all’ordine della parola, perché invisibile, questo “bel ragazzo” monologa con la propria immagine, riflessa allo specchio.

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Barthes R. (1980), La camera chiara. Nota sulla fotografia, Torino, Einaudi, 1980.

Salinger J.D (1951), Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961.

Weber M. (1905), Knies e il problema dell’irrazionalità, in Id., Saggi sulla dottrina della scienza, Bari, De Donato, 1980.

Wittgenstein L. (1953), Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967.

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