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Il terrorista che non leggeva il corano

luglio 8, 2016 • Medio Oriente, z in evidenza

 

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di Caterina Simiand

Il padre in parlamento, il figlio terrorista dell’Isis. «Ho fallito come genitore. Mi scuso con la nazione intera. Rohan era un ragazzo che, per come lo conoscevo io, non avrebbe potuto uccidere nemmeno uno scarafaggio. Eppure aveva con sé un’arma tanto grande. Chi fornisce loro queste armi? Chi li indottrina, chi dà loro i soldi?».

Queste le parole di Imtiaz Khan Babul, uno degli esponenti politici di punta del partito di governo bengalese. Il figlio era scomparso a dicembre, al ritorno da un viaggio dei suoi genitori in India. La madre è un’insegnante di matematica.
Il padre ha detto ai giornalisti con le lacrime agli occhi: «Avevamo chiesto aiuto a tutti. Cercavamo nostro figlio negli obitori.
Ho incontrato personalmente altri genitori di ragazzi scomparsi. Non so spiegarmi come abbia potuto fare una cosa così atroce. Sono stordito.
Non c’era nulla nel suo comportamento che facesse presagire un percorso di radicalizzazione. Quasi non leggeva i libri religiosi. Forse gli hanno fatto il lavaggio del cervello online».
Così riportano le cronache su La Stampa e ci si chiede come un ragazzo possa sgozzare la gente in nome del Corano non studiato a memoria, quando lui neppure lo leggeva.

Eppure è successo anche questo ed è difficile non tornare con la mente a certe figure di terroristi occidentali, figli di buone famiglie di antica immigrazione, studenti svogliati di scuole prestigiose, speranze tradite di padri integrati. Ragazzi inquieti, più o meno in rotta con la famiglia, incapaci di trovare punti fermi, valori di riferimento e modelli di vita che appaghino il loro bisogno identitario, le loro radici, in un mondo squassato da guerre di ogni genere.

Prima o poi trovano i loro cattivi maestri, coloro che li illudono che basti un’ideologia medioevale, una religione sanguinaria per risolvere d’un botto ogni problema di identità, di rivalsa di sé, di ribellione contro nemici passati e presenti, contro un Occidente più immaginario che reale, contro una modernità falsamente caricata di tutti i mali. E finiscono rabbiosi nella rete dei loro aguzzini, spesso gente lontana migliaia di chilometri, che combatte la più sporca e aberrante delle guerre territoriali contro gli stessi islamici, massacrandoli e sottomettendoli come infedeli qualsiasi.

Naturalmente il profilo dei terroristi islamici è più eterogeneo di quanto facciano pensare i cinque di Dacca, quasi tutti provenienti da famiglie agiate, perché molti, sia in Europa che in Medio Oriente che in Asia, provengono anche da ceti medi e da situazioni di povertà. Quindi non è tanto l’estrazione sociale che li accomuna quanto la fascinazione di un’ideologia totalizzante in grado di interpretare il mondo in chiave di contrapposizione, ancorché semplicistica, fra Oriente ed Occidente, tradizione e modernità, moralità e immoralità, salvezza e perdizione.

Un’utopia che usa un sistema di valori, ricorda Renzo Guolo nel suo recente volume L’ultima utopia, Gli jihadisti europei (Guerini e Associati, 2015), così come le grandi utopie del Novecento usavano ideologie diverse per interpretare e cambiare il mondo reclutando i loro adepti.

Tuttavia, essendo lo jihadismo un’ideologia estremamente violenta, deve prodursi in forme terroristiche, attraverso piccoli gruppi e cellule singole che si connettono però ad una grande organizzazione che fa capo inevitabilmente al sedicente Califfato sunnita.
E’ quindi il caso di ricordare quali siano i meccanismi di reclutamento e di sottomissione propri delle organizzazioni terroristiche clandestine. Sono sempre gli stessi, dai tempi di Nečaev e del nichilismo russo, verrebbe da dire: chi entra non ne esce più, pena la vita e un giorno si ritrova con un mitra in mano o una cintura esplosiva intorno al corpo, quale fine di quel tunnel intrapreso magari anni prima e da cui non erano previste uscite di sicurezza.
E allora non si ha scelta, o farsi uccidere nel modo più infame o uccidere in nome di un Corano di cui si conoscevano a stento le sure principali e infine morire comunque con la rabbia in corpo.

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