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No alla “deforma” costituzionale

giugno 30, 2016 • Torino Intorno, z in evidenza

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di Marco Brunazzi

UNA DELLE PESSIME RIFORME COSTITUZIONALI: L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE La Costituzione repubblicana prevede(va) l’articolazione della Repubblica “una e indivisibile” in Regioni Province e Comuni, alle quali la pessima riforma del 2001 aveva aggiunto le improbabili e farraginose Città metropolitane.

Tra i tanti tagli alla spesa pubblica praticati e sbandierati in questi anni quello (auspicato e annunciato da almeno un ventennio da tambureggianti campagne di stampa) delle Province merita qualche riflessione che il grosso della divulgazione giornalistica e politica tende tuttora a ignorare o a banalizzare. Si era da ultimo partiti con la proposta, sicuramente ragionevole, del governo Monti, di ridurre drasticamente, all’incirca dimezzandole, il numero totale delle province, cresciute negli ultimi decenni in modo assurdo e soprattutto per bieche ragioni campanilistiche e clientelari. Ad esempio in Piemonte le attuali otto (Torino, Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Vercelli, Verbania) avrebbero dovuto ridursi alle quattro “storiche “ di Torino, Alessandria, Cuneo e Novara, o al massimo a cinque, grazie al possibile ri-accorpamento di Biella e Vercelli, ovvero di altre possibili combinazioni.

Incoraggiato da una campagna di stampa che da tempo ha impugnato il vessillo dell’eliminazione totale, l’attuale governo ne ha anticipato la soppressione definitiva, abolendo di fatto i Consigli Provinciali e togliendo i compiti istituzionali all’ente provincia senza peraltro stabilirne la nuova attribuzione delle relative competenze. Ha quindi provveduto ad inserirla come parte di quella riforma del titolo V della Costituzione (già infelicemente manomesso dalla succitata riforma costituzionale votata dal governo di centro-sinistra (!) nel 2001).

In realtà, l’analisi dei presunti o solo presumibili risparmi in tal modo indotti è tutt’altro che convincente. Al netto del taglio dei Consigli Provinciali (peraltro sostituiti da ancora nebulosi organi a elezione indiretta dei/di sindaci delle vecchie province e dalle bulimiche province metropolitane, anch’esse comunque Socialisti per il NO SOCIALISTI PER IL NO Piemonte Vald’Aosta CAPIRE LA REALTA’ PER RIFORMARLA di confuso e farraginoso profilo) alquanto modesto se non puramente teorico risulterebbe il vantaggio economico. Infatti, si dice che il personale e le funzioni e i servizi attuali, ora gestiti dalle Province, sarebbero devoluti a Comuni e a Regioni, che se ne farebbero necessariamente carico; mentre nulla si dice (se non per sottintenderne l’inalterabilità) della sorte delle articolazioni amministrative dello Stato a livello provinciale.
Nessuno osa profferire l’einaudiano “via il prefetto!”, né si parla delle Questure, delle Direzioni provinciali delle Poste o del Tesoro o dei vecchi provveditorati (agli studi e altro), ecc. ecc. A fronte di tali indimostrabili e mediocri risparmi si sancisce invece l’ulteriore riduzione di partecipazione democratica sul territorio.

Anziché tagliare l’abnorme numero di microscopici Comuni, con relativi costi e i costi incoercibili di Regioni sempre più microstatalistiche per burocrazia e privilegi politici accordati alle rispettive “caste”consiliari, si sbandiera demagogicamente il taglio di questo ente “inutile” che sarebbe la Provincia. Premesso che in Europa tale ente, variamente denominato, è sostanzialmente presente ovunque, va ricordato che esso si pone come un momento di aggregazione e partecipazione democratica intermedia tra la frammentazione comunale e il centralismo regionale. In Italia poi, paese variegato e di molte, antiche e pluralistiche identità locali, sono semmai le Regioni l’ente dalla origine e dalla conformazione territoriale più artificiosa, molto più che le province, in qualche modo eredi amministrative di preesistenti identità storico-geografiche.

Ma soprattutto, quello che colpisce è l’affermarsi della idea che le occasioni e le forme di partecipazione politica diretta dei cittadini alla vita del proprio territorio sia un lusso che va progressivamente ridotto. Del resto, non può meravigliare che una tale decisione stia per essere presa da un Parlamento nazionale eletto con una legge – truffa notoriamente incostituzionale e quindi formato da deputati e senatori di fatto nominati direttamente dalle segreterie di partito anziché votati dagli elettori.
A ciò si aggiunga che per questa via si ribadisce la crescente riduzione di ogni possibile autonomia finanziaria degli enti locali, alla faccia di vent’anni di sproloqui e finte riforme sedicenti “federaliste” ( a sinistra come a destra).

Eppure, l’idea di una Repubblica delle autonomie (vere e non finte) scritta nella Costituzione, presupponeva una chiara distinzione di funzioni e servizi di competenza da un lato dello Stato e dall’altro di funzioni e servizi a loro volta ben individuati e distinti per le tre diverse amministrazioni SOCIALISTI PER IL NO Piemonte Vald’Aosta CAPIRE LA REALTA’ PER RIFORMARLA locali (regioni, province, comuni).
Ma ciò doveva significare potestà di imposizione fiscale separate e distinte, tali, ciascuna, da coprire le rispettive spese di competenza.
E invece oggi si assiste alla sostanziale spoliazione di tale autonomia impositiva o, peggio, di assegnazione agli enti locali stessi dell’ingrato ruolo di esattori per conto dello Stato, dal quale poi aspettare l’elemosina della allocazione sempre più discrezionale di quote del rispettivo gettito.
In conclusione, ancora una volta si avanza l’urgenza di una finta riforma, sul tipo di quella del lavoro, ormai reiterata e trionfalmente realizzata con l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori e l’introduzione del “jobs act”, i cui straordinari primi frutti sono scanditi dalle impietose statistiche della disoccupazione e in particolare di quella, ormai tragicamente irrefrenabile, dei giovani. In realtà, la scomparsa delle Province sancirà l’ulteriore regressione amministrativa e democratica del Paese, cui la riduzione del Senato a mostriciattolo giuridico e costituzionale aggiunge una nota grottesca e imbarazzante.

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