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La corte suprema boccia la legge texana sull’aborto

giugno 28, 2016 • Sui Generis, z in evidenza

 

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di Matteo Cresti

La Corte Suprema, con una sentenza da lungo attesa, e alla quale sembrava difficile arrivare visto la situazione di parità all’interno della corte, ha stralciato parte della legge texana che avrebbe drasticamente ridotto il numero di cliniche in cui sarebbe stato consentito l’aborto, riaffermando dunque il diritto a poter interrompere la gravidanza.

Il Texas, stato repubblicano e conservatore, aveva infatti approvato una legge nel 2013, a firma dell’allora governatore Rick Perry, che imponeva alle cliniche che praticavano aborti ingenti oneri e standard, tant’è che sull’intero territorio nazionale ne sarebbero rimaste solo una decina.
Uno stato grande quasi due volte e mezzo l’Italia con solo una manciata di cliniche dove poter praticare aborti e tutte concentrate nei grandi centri urbani.
L’effetto pratico di questa legge era come se si fosse proibito: solo poche donne, le più facoltose, con più disponibilità e mezzi, quelle più vicine alle città, avrebbero potuto ottenere il riconoscimento di questo diritto.
E proprio le donne con più bisogno, quelle povere, emarginate, sole, in difficoltà, sarebbero state costrette a portare avanti una gravidanza indesiderata e per cui non si avrebbero avuti mezzi sufficienti.

Secondo la Corte Suprema, che ha votato con una maggioranza di 5 a 3, la legge texana violava i principi stabiliti in un’altra sentenza, la Planned Partenthood v. Casey (1992) in cui si stabiliva che non si dovessero dare alle donne “pesi ingiustificati(“undue burden”) per abortire.
Evidentemente l’alta Corte, ha ritenuto che dover attraversare mezzo stato sia un “peso ingiustificato”, e che le leggi fossero volte proprio ad imporre questo peso sulla donna.
La legge infatti prevedeva che le cliniche che praticano aborti rispettassero gli standard richiesti per i centri chirurgici, e che i loro medici avessero un legame con ospedali vicini.

La Corte Suprema ha invece rilevato che tali leggi “hanno creato ostacoli inaccettabili per l’accesso all’aborto” e che “gli Stati non possono mettere pesi superflui sul diritto costituzionale ad abortire, tra cui quello di norme sanitarie non necessarie che hanno lo scopo di ostacolare le donne che vogliono interrompere la gravidanza”.
La legge aveva fatto già chiudere 41 cliniche, riducendo drasticamente le possibilità abortive delle donne texane.
Adesso si apre la possibilità che molte altre legislazioni simili vengano modificate. Una situazione simile a quella texana infatti si era verificata in molti stati del sud e del midwest, tanto che in molti casi le donne erano costrette a prendere un aereo per giungere alla clinica più vicina.

Con questa inaspettata (almeno temporalmente) presa di posizione, si fa largo nel dibattito per le presidenziali un altro tema, molto scottante per il popolo americano. Ogni giorno, gruppi conservatori “pro-life” inscenano sit-in e proteste davanti alle cliniche dove si può abortire. E vari sono stati gli attentati a medici abortisti o alle stesse cliniche.

Dopo più di quarant’anni dalla sua legalizzazione (1973) l’aborto continua ad essere una delle questioni più spinose della vita morale americana.

Negli USA più volte la Corte Suprema è tornata a riaffermare il diritto all’aborto. In Italia invece continua ancora in modo esasperato la pratica dell’obiezione di coscienza, che rende sempre più impraticabile la possibilità di offrire una scelta alla donna. L’aborto si conferma così un po’ in tutto il mondo uno dei nodi problematici, con la tendenza in molti stati, tramite la legislazione o tramite uno “scoraggiamento di fatto”, a proibirlo o a ridurre la possibilità di accesso.

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