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il concilio pan-ortodosso e il conflitto tra patriarcati

giugno 22, 2016 • L'eco della memoria, z in evidenza

 

Panorthodox

di Matteo Cresti

Domenica, festa ortodossa di Pentecoste, una delle più importanti dell’anno liturgico, la festa in cui si celebra la discesa dello Spirito che ha “reso sapienti i pescatori”, si è aperto il concilio pan-ortodosso. O meglio quello che ne rimane.
Volenti o nolenti, di “pan” c’è rimasto poco. Hanno un bel lavoro i sostenitori del concilio a sottolineare che anche in passato non sempre essi hanno visto la partecipazione di tutte le chiese e di tutti i vescovi.
Basti ricordare il Concilio di Calcedonia (451), convocato dall’imperatore Marciano, che stabilì la dottrina delle due nature di Cristo, a cui non parteciparono gli Armeni, poiché non erano parte dell’impero romano.

Dopo mezzo secolo di preparativi, una conferenza preliminare in cui si sono discussi i metodi e l’ordine del giorno, e l’accordo di tutti i patriarcati e chiese autocefale, il concilio sembrava decollato.
All’ordine del giorno l’autonomia delle Chiese e la maniera di proclamarla; il digiuno; il matrimonio; le relazione tra ortodossi e altre confessione; la promozione della pace, della libertà e delle fratellanza.
Un bel programma per un concilio che dovrebbe durare solo una settimana. Tutte questioni di primissimo piano, e che è urgente dirimere, in un mondo, quello ortodosso, dove non c’è un’autorità centrale che coordini tutte le operazioni.

Gli hotel erano prenotati, la sala pronta. A Creta erano attese tutte le delegazioni. Tutti avevano firmato e accettato i documenti preparatori, ma, c’è sempre un “ma”: sono arrivate le defezioni. Bulgari, Georgiani, Antiocheni, ed infine i Russi hanno lasciato il tavolo conciliare. Ma cosa c’è dietro a queste defezioni?
Le ragioni sono di due tipi. Per quanto riguarda il Patriarcato di Antiochia, sono soprattutto di ordine “legale” e “liturgico”.
È da anni che si combatte un conflitto tra i patriarcati di Antiochia e Gerusalemme.

Il patriarca di Gerusalemme ha infatti nominato un metropolita in Qatar, territorio sottoposto ad Antiochia, che ha deciso di rompere la comunione con Gerusalemme.
Era previsto che il concilio si sarebbe aperto con la concelebrazione dell’eucarestia, ma Antiochia aveva fatto notare che prima doveva essere risolto il suo conflitto con Gerusalemme e doveva essere ripristinata la comunione tra le due chiese, ed è da molto tempo che lo sta chiedendo (tant’è che si era rifiutata di firmare molti dei documenti preparatori).

Il conflitto tra le due chiese è un conflitto anche economico e di scontro tra greci e arabi.
Il patriarcato di Gerusalemme è piccolo (Israele e poco più), sebbene molto ricco (sono noti gli scandali speculativi del precedente patriarca Ireneo, che fu deposto dal santo sinodo).
La maggioranza dei fedeli è di origine araba, ma il patriarca è per tradizione un greco.
Il patriarcato di Antiochia (che però ha sede a Damasco in Siria), è composto da arabi (l’arabo è la loro lingua ufficiale e in cui celebrano la liturgia), conta quasi 2 milioni di fedeli, ma non vanta una situazione economica molto florida, aggravata anche dalla guerra civile in Siria.
Il patriarcato di Gerusalemme sta cercando di esercitare sempre più influenza sul mondo arabo, cosa che non è ben vista da Antiochia.

Le ragioni che invece hanno motivato la defezione di Georgiani, Bulgari e Russi, sono molto diverse: anche in questo caso “politiche” ma mascherate da ragioni teologiche.
Secondo queste chiese, il documento preparatorio errerebbe teologicamente infatti sembra riconoscere l’esistenza di “chiese” al di fuori della comunione ortodossa, in luogo di eresie e scismi, e che pertanto l’unità della chiesa non si sarebbe mai perduta, perché tutte le chiese veramente ortodosse sono in comunione tra loro.

In sostanza si ripresenta il conflitto tra “ecumenici”, che vorrebbero intraprendere un dialogo con la chiesa cattolica, e dall’altro gli “oltranzisti” che rifiutano questo dialogo.
Capofila in questo movimento di chiusura è poi il Monte Athos (e il monastero di Esphigmenou, la cui vicenda è emblematica). I rappresentanti del Monte Santo hanno infatti rilasciato una lettera aperta al patriarca di Costantinopoli (sotto il quale sono sottoposti) e agli altri padri conciliari, in cui chiedono di rivedere le questioni dell’ecumenismo e delle relazioni con le altre confessioni cristiane.

Il documento è subito rimbalzato su tutti i canali russi, che lo vedono come un punto a loro favore. Non a caso Putin insieme al patriarca di Mosca Kirill era andato a far visita ai monasteri alla fine di maggio. Attualmente la principale fonte di finanziamento per i monasteri dell’Athos sono proprio i russi, che sono anche la prima nazionalità per numero di pellegrini. I 20 monasteri athoniti per definizione sono un centro conservatore e immobile, hanno sempre rappresentato il faro e il baluardo dell’ortodossia nel mondo, e adesso si stanno legando sempre di più alla Russia che ambisce a questo ruolo da secoli.

Il conflitto tra Mosca e Costantinopoli è un conflitto che va avanti da decenni, anzi verrebbe da dire da secoli.

Non a caso le prime chiese a dare forfait al concilio sono quelle più legate alla chiesa di Russia (Bulgaria e Georgia, la Serbia invece è stata incerta fino all’ultimo momento, e probabilmente ha deciso di partecipare per non lasciare tutto il concilio in mano alla fazione “greca”).
Costantinopoli dovrebbe essere il primo patriarcato, quello a cui spetta il posto d’onore. Ma è un patriarcato debole: una minoranza di greci in una Turchia sempre più problematica.
Dall’altro lato invece Mosca è sempre più forte.
È il patriarcato con il numero di fedeli più alto, ed è dalla caduta di Costantinopoli (1453) che si considera la “terza Roma”, cioè il centro della cristianità ortodossa.

Gran parte delle questioni dottrinali si possono ridurre ad un conflitto tra queste due entità, una che vanta un primato morale e di autorevolezza, l’altra che vanta un primato economico e di peso politico. Da un lato, i greci interessati ad aprirsi al mondo occidentale (anche qui anche per ragioni di opportunità politica), dall’altro i “russi”, desiderosi di restaurare il proprio impero e di avere tanti satelliti da controllare.
Vedremo come finirà. Intanto per le delibere del concilio dobbiamo aspettare domenica. Chissà cosa accadrà dopo.

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