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Omofobia e sessismo, a Sassari la settima edizione “Diritti al cuore”

giugno 17, 2016 • Agorà, z in evidenza

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di Luigi Coppola

Una «omofobia interiorizzata», degenerata da odiare prima se stessi e poi tutti coloro che vivono felicemente la propria omosessualità. Un episodio, la più grande strage americana di armi da fuoco dal dopoguerra, riferito (dal mainstream globale) al fondamentalismo religioso.

Il ricordo della recente strage terroristica di Orlando ha caratterizzato l’incipit dell’intervento di Francesco Pivetta in una affollata assemblea, riunitasi il 15 giugno nella sala Angioy presso lo storico edificio della Provincia di Sassari in piazza d’Italia.
Il docente di filosofia, direttore della rivista di psicoanalisi “Varchi”, ha inaugurato l’incontro dibattito “Omofobia e sessismo, una questione di gender”.
La conferenza ha costituito una tappa importante nel percorso della settima edizione della rassegna «Diritti al cuore», che vivrà nella serata del 18 giugno il festoso epilogo in piazza con musica e cortei danzanti.

L’iniziativa, organizzata dal MOS, insieme ad una rete di associazioni impegnate nella tutela dei diritti civili (vi aderiscono fra gli altri: Amnesty International, Emergency SS, NoiDonne 2005), con il patrocinio del comune di Sassari e del Presidente del Consiglio Regionale della Sardegna, è divenuta nel corso degli anni un evento di importante inclusione sociale per la città. Rappresentando una occasione di incontro e dialogo fra le voci diverse, non sempre espresse nelle adeguate forme di comunicazione.

La relazione di Pivetta ha evidenziato comportamenti e reazioni raccolti nella nostra vita quotidiana, rispetto al ripetersi di eventi violenti di varia natura e alle relative letture che ne sono fornite. La saldatura dei “fondamentalismi religiosi” con alcune declinazioni domestiche non sono aleatorie o fantasiose. Il recente caso del parroco di Decimpoputzu (Cagliari), tale don Massimiliano Pusceddu, che dal pulpito domenicale, evoca citazioni di San Paolo, augurando un giudizio divino di morte per gli omosessuali, è uno dei tanti casi. Se la rumorosa uscita (amplificata dallo stesso prelato che posta le sue invettive profetiche su You Tube) non produce ipotizzabili sanzioni dalla struttura gerarchica di riferimento (diocesi, conferenza episcopale o quant’altro), altre, di maggiore portata discriminatoria, ne seguono, non solo di matrice religiosa.
Lo studioso, partendo dalle prime connotazioni riferite dalla stampa, all’eccidio di Orlando, circa gli archetipi attribuiti all’omicida (afgano – islamico, gay – omofobico, non secondo il genitore, subito interpellato circa gli orientamenti sessuali del figlio), rilancia il tema della «normopatia», quale fenomeno ben più grave, in quanto coinvolgente ampi strati della massa critica sociale,  impermeabile rispetto ad un diverso approccio di conoscenza dell’ «altro», diverso dalla propria identità, radicata ad una stretta adesione alla “normalità”, che, appena messa in discussione da un evento inedito (il coniuge o la compagna che decide di terminare l’esperienza di coppia – qui si apre il capitolo femminicidio), può mandare in frantumi il normopatico, trasformandolo in un mostro.
C’è un tratto saliente quando le slide digitali inquadrano le mappe di Vox, delineando le regioni italiane a maggiore rischio di intolleranze e discriminazioni di genere. Un passaggio illuminante di Pivetta cattura il consenso unanime della platea, quando ricorda che i “diritti civili non si conquistano mai per sempre”.

E’ Patrizia Patrizi, docente di Psicologia giuridica all’Università di Sassari, esperta nella giustizia riparativa nell’ambito dei minori, fa una dettagliata analisi nelle dinamiche del “sessismo” codificato nei nostri gesti e nel comune linguaggio adottato quotidianamente. Di fronte ai reiterati meccanismi di disimpegno morale, mimetizzati spesso in una retorica fondata sulle posizioni conservatrici e monolitiche delle unioni eterosessuali, parla di  «resilienza» e «responsabilità», adottabili da ogni persona, consapevole del proprio ruolo nel contesto sociale che vive. Dove, rispetto alla contrapposizione all’altro, un tentativo di dialogo possa contaminare reciprocità e ottimismo.

L’esperienza di Carla Porcu, insegnante cagliaritana rappresentante per le Famiglie Arcobaleno sarde (14 associati), riporta nella realtà della comunità insulare l’esperienza vissuta nei colori della diversità e nel confronto con l’ambiente circostante dir poco ostile in occasione di una recente iniziativa pubblica dove la presenza dei bambini, protagonisti in un laboratorio didattico, scatenava (grazie ai precedenti lanci strumentali avversi di diversi esponenti politici) reazioni d’intolleranza xenofoba; opera di facinorosi e militanti appartenenti alle frange nazionali dell’estrema destra, anestetizzati nei loro intenti dichiaratamente violenti dall’ingente presenza di militari in assetto anti guerriglia.
Nel dibattito finale, , oltre gli interventi dei promotori del Mos, illuminanti i contributi di Maria Paola Curreli ,  dirigente scolastica in un liceo sassarese, ammette tout court il grave deficit strutturale e psicologico nell’offerta di strumenti adeguati per gli studenti più esposti agli atti di bullismo e di emarginazione. Soprattutto quelli originati dai diversi orientamenti sessuali adolescenziali.

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