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Politica e strumentalizzazione del sacro. Immagini e parole

giugno 14, 2016 • Medio Oriente, z in evidenza

Muslim pilgrims perform the final walk around the Kaaba (Tawaf al-Wadaa) at the Grand Mosque in the Saudi holy city of Mecca on November 30, 2009. The annual Muslim hajj pilgrimage to Mecca wound up without the feared mass outbreak of swine flu, Saudi authorities said, reporting a total of five deaths and 73 proven cases. AFP PHOTO/MAHMUD HAMS (Photo credit should read MAHMUD HAMS/AFP/Getty Images)

Redazione

Chi ricorda perché scoppiò la guerra di Crimea del 1853? Non per la Crimea – che la Russia aveva strappato a un vassallo ottomano già nel XVIII secolo – ma perché Francia e Russia si presentavano all’opinione pubblica come difensori dei diritti di particolari comunità cristiane di Gerusalemme, che allora era sotto la legislazione ottomana. La comunità ortodossa e quella cattolica di Gerusalemme si scontravano sul diritto per l’accesso prioritario al Santo Sepolcro.

I Francesi ‘tifavano’ per i cattolici, i Russi per gli ortodossi. Lo zar Nicola I, considerandosi legittimo difensore degli ortodossi in quanto erede del Sacro Romano Impero d’Oriente, chiese al Califfo di riconoscere il loro diritto in via prioritaria. Era un’ingerenza negli affari interni dell’Impero Ottomano, che il Califfo rifiutò. La Russia rispose con un’avanzata militare nei Balcani e l’apertura delle ostilità nel Mar Nero. In realtà lo Zar cercava scuse per estendere la sovranità russa sui Balcani e sul Mar Nero. Dopo sei mesi la Gran Bretagna e la Francia, temendo il collasso dell’Impero Ottomano e con esso dell’equilibrio europeo, entrarono in guerra contro la Russia e posero l’assedio alla flotta russa in Crimea. Dopo undici mesi i Russi dovettero cedere e terminare l’offensiva.

Questo avvenne in un periodo in cui l’Europa si era già lasciata alle spalle da secoli le guerre di religione e riteneva inviolabili i confini degli stati esistenti e inammissibili le interferenze nella politica interna di qualunque stato (trattato di Westfalia). Eppure le opinioni pubbliche si potevano eccitare fino alla guerra con il solo timore che i luoghi sacri potessero essere sotto il controllo di una diversa denominazione cristiana. Allo stesso modo oggi tutto il mondo islamico è pronto alla guerra per i luoghi sacri de La Mecca e persino per quelli (secondari) di Gerusalemme.

Il ruolo di custode dei luoghi sacri di una qualche religione conferisce grande autorità spirituale, cui si accompagna grande autorità politica, ma richiede una particolare abilità a mediare fra le fazioni ed evitare il rischio di apparire inadeguato all’alto compito.

A Gerusalemme il Monte del Tempio è sacro per gli Ebrei, che lì ebbero il loro Tempio simbolo anche dello stato ebraico, all’incirca dal 1200 a.C. fino alla distruzione da parte dei Romani nel I secolo. È sacro anche per gli Islamici, che credono che lì l’angelo Gabriele prelevò Maometto per portarlo in cielo, perciò lì costruirono la moschea di al-Aqsa all’inizio del VIII secolo.

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Il Monte del Tempio oggi è gestito interamente dal Waqf di Giordania, cioè dalle autorità islamiche, in accordo con il governo israeliano, ma i Palestinesi temono che gli Ebrei vogliano togliere la gestione del Monte al Waqf e assumerla in proprio, ed è sempre con questo spauracchio che gli agitatori provocano le rivolte degli Arabi islamici di Gerusalemme, gli attacchi ai soldati e ai civili, dalla Prima Intifada a oggi. Per cercare di mantenere la pace gli Israeliani hanno deciso fin dalla costituzione dello stato (1949) che i luoghi sacri di Gerusalemme, sia islamici che cristiani, avrebbero mantenuto esattamente lo stesso status che avevano avuto sotto i governi ottomani e giordani.

Nel 1967 con la Guerra dei Sei Giorni Israele conquistò tutta Gerusalemme e un gruppo di paracadutisti issò la bandiera sul Monte del Tempio, ma il generale Moshe Dayan la fece immediatamente rimuovere e fece allontanare dal Monte tutti i militari. Ogni governo successivo, di destra o di sinistra, ha sempre impedito ai religiosi ebrei di andare a pregare sul Monte del Tempio, per timore di attizzare rivolte fra gli Arabi islamici. Gli Ebrei perciò pregano soltanto ai piedi del muro, costruito da Erode il Grande, che sostiene il terrapieno su cui sorgeva il Tempio, oggi sostituito dal Duomo della Rocca.

Il ruolo di custode dei luoghi sacri di una qualche religione conferisce grande autorità spirituale, cui si accompagna grande autorità politica, ma richiede una particolare abilità a mediare fra le fazioni ed evitare il rischio di apparire inadeguato all’alto compito.
La Mecca è un altro luogo sacro di difficile gestione, che è stato e probabilmente sarà usato come legittimazione di guerre fra potenze rivali. I 1600 milioni di Islamici del mondo sono tenuti a compiere almeno una volta nella vita il pellegrinaggio (hajj) a la Mecca, che è in Arabia Saudita, città proibita ai non islamici. Tutti gli Islamici al mondo pregano rivolti verso la Mecca e onorano la Kaaba, un cubo di pietra scura col lato di 13 metri all’interno della moschea Masjid al-Haram.

Essere i custodi de la Mecca e degli altri principali luoghi sacri dell’Islam è un onore per la famiglia Saud ed è la legittimazione del loro potere. È anche una fonte di ricchezza, perché il turismo religioso porta benessere a tutti i centri abitati che si trovano lungo la via dello hajj. Ma la difficoltà e i costi per garantire la sicurezza dei luoghi sacri e dei pellegrini che vi affluiscono sono enormi. Durante lo hajj del 2015 si creò un momento di panico che provocò 1000 morti travolti dalla folla. Poco più tardi l’Iran sospese tutti i pellegrinaggi, dopo che due ragazzini iraniani subirono violenze all’aeroporto saudita di Jeddah. I paesi sciiti, con l’Iran in testa, sentono come un’offesa il fatto che i luoghi santi siano in mano a una dinastia sunnita e alimentano costantemente il timore che i Sauditi intendano chiudere la Mecca agli Sciiti o render loro impossibile lo hajj.

Fra Iran e Arabia saudita sono in corso negoziati da aprile per concordare le condizioni del prossimo hajj per gli Sciiti, in settembre. Ma un accordo sembra ancora lontano. L’Iran non perde occasione per sostenere che i Sauditi non sanno garantire la sicurezza dei pellegrini, perciò hanno perso il diritto di gestire i luoghi sacri e debbono suddividere la responsabilità con gli Sciiti, cioè dare potere su la Mecca anche agli Iraniani.

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