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Fassino e Appendino, maratona a testa bassa

giugno 13, 2016 • Torino Intorno, z in evidenza

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di Giulia Dalla Verde

Una settimana al ballottaggio. Sette giorni per capire se quasi 42 mila voti siano una distanza incolmabile o una manciata di briciole.
Fassino e Appendino calano sul piatto le loro carte migliori, in un’ultima accelerata nel testa a testa finale. Una maratona che sta battendo quartiere per quartiere, ogni circoscrizione, alla caccia degli elettori in grado di spostare l’ago della bilancia a proprio favore.

Se Fassino riparte dalle Vallette, dove ha furoreggiato il M5S, Appendino sceglie la strategia opposta, percorrendo in lungo e in largo i mercati rionali dove ha sparato fin da subito, con la proposta anti-Bolkestein, le sue cartucce migliori: riconquistare i delusi lui, incoraggiare chi già la sostiene lei.

In questi giorni di tensione 862 è il numero che più viene rilanciato dallo schieramento Appendino, il secondo mantra di questa campagna elettorale dopo le profetiche affermazioni di Fassino che mai come ora sembrano potersi avverare davvero.
Tradotto, significa la vittoria del M5S a Torino come primo partito che con più di 800 elettori si distacca dal Pd. Il provvisorio vantaggio di Fassino è quindi solo grazie alle altre tre liste che l’hanno spalleggiato.

Se mille voti possono sembrare un pugno di mosche, a essere più significativo è ancora un altro numero: 95 mila elettori che hanno deciso di non confermare, dopo il 2011, il proprio sostegno al sindaco uscente. Una perdita di consensi avvenuta soprattutto nelle zone periferiche, Vallette e Barriera di Milano, le “roccaforti rosse”, dove è più marcata l’emorragia del Pd. «Una fotografia priva di senso» secondo Fassino, che racconta di «un’articolazione più ampia.
Il mio 42% è diffuso in modo omogeneo in tutta la città. Poi ci sono quattro zone più delicate che hanno guardato ai Cinquestelle».
Di fronte alla prospettiva sempre più concreta che il ballottaggio del 19 giugno assumi il volto di una conferma al governo, Fassino si dice fiducioso negli elettori, attenti a distinguere il voto locale da quello nazionale.

Eppure la strategia del “tutti contro Renzi” prende sempre più forma e le fila dei sostenitori di Appendino si ingrossano giorno dopo giorno. La “Giovanna d’Arco della Sala rossa” incassa compiaciuta nonostante le accuse di “cerchiobottismo” di Fassino. Dopo il coming out di Borghezio, Salvini ha ufficializzato la linea della Lega: «appoggiamo Chiara Appendino e il M5S in modo compatto».
Se Alberto Morano ha dimostrato in precedenza di sapersi distaccare dalle direttive superiori (e sul cavallo di battaglia, l’immigrazione, che quasi gli costò a pochi giorni dal voto la rottura con Salvini), non è questa l’occasione per farlo: «non voterò mai per Fassino» dichiara, nonostante il seggio in meno che la Lega occuperebbe con la vittoria di Appendino.

Anche dall’UDC arriva pronto il sostegno. Roberto Rosso, soddisfatto del suo 5% raccolto con soli tre mesi di campagna elettorale, svela intuizioni strategiche: «ho capito che la gente mi apprezzava quando nei quartieri periferici veniva a farsi i selfie con me. Perché? Perché ha capito che al contrario di Osvaldo Napoli, l’aedo di Fassino, io facevo seriamente il candidato di centrodestra». E per sostenere Appendino sceglie la via della sobrietà: «io mi schiero contro il Sistema Torino. Come fece Churchill, che tra Hitler e Stalin scelse quest’ultimo, il male minore».

In confronto l’ardita analogia elaborata da Osvaldo Napoli in tempi non sospetti e ambientata in una sala operatoria con Fassino primario e Appendino chirurgo alle prime armi («dubbi su chi scegliere per l’operazione?»), sembra adesso una scelta di buon gusto. Peccato sia stata messa da parte dalle disposizioni lanciate da Renato Brunetta: «mi auguro che a Torino vinca Appendino.

Siamo stufi della classe dirigente un po’ usurata del Pd». Incassa cautamente Osvaldo Napoli, il più bistrattato di questa campagna elettorale, e sottolinea la differenza tra strategia nazionale e dinamiche locali: «faccio notare che la grillina è contro la Tav e ha nella sua squadra due dei centri sociali..», aggiunge il candidato di Forza Italia.

A conti malfatti, se in cabina elettorale si avverassero i confusionari presagi nazionali, tutto il centrodestra potrebbe confluire su Appendino, portandola dritta dritta sulla poltrona di primo cittadino.
E Giorgio Airaudo? Non nasconde «il risultato deludente» raccolto il 5 giugno, ma ribadita la disponibilità alla discussione pubblica con entrambi gli schieramenti, sottolinea la volontà di non dare indicazioni di voto per il ballottaggio: «non faremo accordi o apparentamenti», dichiarano i suoi nell’amarezza tra il «Pd che realizza i programmi della destra» e il M5S, che a sostenerlo «anziché fare il voto utile, si fa il vaffa utile».

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