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I dolori del giovane Holden: un “tipo tutto speciale”, Robert Ackley

giugno 12, 2016 • Cultura e Società, z in evidenza

 

 

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di Andrea Sormano –

Seconda parte.
Abbandonata la casa dei coniugi Spencer, Holden procede nel suo racconto presentando una varietà di altri personaggi, a partire da due suoi compagni, Robert Ackley (di cui ci occuperemo qui) e Ward Stradlater (di cui ci occuperemo più avanti).
Li presenta seguendo lo stesso criterio adottato nella presentazione del professore di storia (puntata precedente), ossia li caratterizza in base alla loro identità comunicativa. Ma li presenta anche attivi in una varietà di altre azioni, oltre che in quelle di parola, e più marcatamente li caratterizza come “tipi ideali”: molto utili nell’osservare il mondo, quando li si mantenga tali.

Il primo compagno presentato è un suo vicino di camera, uno spilungone “con la schiena rotonda e certi denti da farti venire il voltastomaco”, che tutti chiamano sempre soltanto per cognome, Ackley, pur essendo anche dotato di un nome proprio, Robert.
Costui è “un tipo tutto speciale”, e la sua specialità è diffusamente presentata da Holden in opposizione alla propria normalità. Ackley e Holden occupano due stanze attigue, comunicanti attraverso una doccia, e assai più spesso di quanto Holden non lo desideri si trova costui a gironzolargli attorno nella propria stanza. Così anche nel seguente episodio.
Holden se ne sta in camera sua a leggere, seduto nella sua poltrona, quando sente qualcuno uscire da dietro le tende della doccia. Non ha bisogno di alzare gli occhi per sapere subito chi è: il suo vicino di stanza, appunto, che regolarmente gli capita in quel modo tra i piedi “circa ottantacinque volte al giorno”.

Scese dal bordo della doccia ed entrò nella stanza.Ehi, – disse. Lo diceva sempre come se fosse tremendamente annoiato o tremendamente stanco. Non voleva darti l’impressione che ti stesse facendo una visita o qualcosa del genere. Voleva darti l’impressione che era entrato per sbaglio, Dio santo!
– Ehi, – dissi io, ma non alzai gli occhi dal libro. Con un tipo come Ackley, se alzavi gli occhi dal libro eri fregato. Eri fregato comunque, ma se non alzavi subito gli occhi forse ci voleva più tempo.
Lui si mise a girellare per la stanza, molto lentamente eccetera eccetera, come faceva sempre, toccando tutta la roba che tenevi sulla scrivania e sul comò. Toccava sempre la tua roba e la guardava. Ragazzi, certe volte ti faceva proprio venire i nervi. – Com’è andata la partita? – disse. Voleva solo che smettessi di leggere e di starmene in pace. Non gli importava un accidenti della scherma. – Abbiamo vinto o no? – disse.
– Non ha vinto nessuno, – dissi io. Senza alzare gli occhi.
– Come? – disse lui. Ti faceva sempre dire le cose due volte.
– Non ha vinto nessuno, – dissi.

Diedi una sbirciatina per vedere che cosa stava toccando sul mio comò. Stava guardando la fotografia di quella ragazza con la quale andavo sempre in giro a New York, Sally Hayes. Da quando avevo quella dannata fotografia, doveva averla presa in mano e guardata almeno cinquanta volte. Quando aveva finito, poi, la rimetteva sempre nel posto sbagliato. Lo faceva di proposito. Potevi giurarci.

La specialità di quel “tipo tutto speciale” qual’è, secondo Holden, Ackley, è quella di mettere regolarmente fuori posto – fuori gioco – tutto quello che gli viene a tiro: persone, parole, oggetti. A partire dalla modalità del suo ingresso nella stanza di Holden, dove ad essere messa fuori gioco è innanzitutto l’istituzione della “visita”, al cui posto Ackley mette una “entrata per sbaglio”.

Nel comparire all’improvviso al suo cospetto Ackley non si rivolge ad Holden con una delle formule convenzionalmente caratterizzanti la prima mossa del gioco della visita – “Posso?” “Sei libero?” “Ti va di far due chiacchiere?” e così via – ma con il suo consueto, annoiato e stanco “Ehi”, gli comunica la sua improbabile sorpresa nel trovare, in quella stanza, il suo legittimo occupante.

Ackley si considera un “duro”, e qui abbiamo una prima manifestazione di tale autorappresentazione: ai duri non è concesso far concessioni alle mollezze delle comuni istituzioni, men che meno all’istituzione della “visita”. Il duro non fa visita a nessuno, concede semmai se stesso, specie se non richiesto, all’altrui diletto.

La seconda istituzione messa fuori gioco è la richiesta di informazioni: Ackley rivolge a Holden una tal richiesta – “Come è andata la partita?” – non al fine di giocare quel gioco – ottenere un’informazione in risposta – ma per distogliere Holden dalla sua lettura.

Il “duro” si considera padrone della parola, le regole le fa lui. Cionondimeno Holden, senza peraltro togliere gli occhi dal suo libro, gli risponde a tono – da persona di parola – ciò che non è affatto scontato. Ma una sola risposta non basta al suo interlocutore: Ackley era uno che “ti faceva sempre dire le cose due volte”.
Non perché duro d’orecchi, ma perché “duro” e basta.
Dopo di che, Ackley prende a giocherellare con gli oggetti che Holden tiene sul suo comò. E lo fa seguendo, anche qui, la sua regola personale: presa in mano e guardata per la cinquantesima volta la fotografia di un’amica di Holden, per la cinquantesima volta la rimette poi “nel posto sbagliato”. Così anche poco più avanti con la “ginocchiera” del compagno di stanza di Holden: l’aveva presa dal comò, e quindi la buttò sul letto. E così anche con se stesso: Ackley “non si sedeva mai in una poltrona, ma sempre sul braciolo”.

Modelli di comicità a confronto

(…) Si avvicinò e si piantò proprio davanti alla luce.Ehi, – dissi io. – Da quando sei entrato, avrò letto questa frase una ventina di volte.
Chiunque fuorchè Ackley avrebbe capito la maledetta antifona. Ma lui no. (…) Rimase là in piedi. Era proprio il tipo da restare davanti alla luce quando gli chiedevi di spostarsi. Sgombrava, alla fine, ma se glielo chiedevi ci metteva molto più tempo. (…)
Alla fine io posai il libro sul pavimento. Non si può leggere niente con un tipo come Ackley tra i piedi. Impossibile.
Mi sdraiai ben bene sulla poltrona e stetti a guardare il vecchio Ackley che si faceva i suoi comodi. Mi sentivo un po’ stanco dopo quel viaggio a New York con quel che segue, e cominciai a sbadigliare. Poi mi misi a far lo scemo. Certe volte faccio lo scemo a tutta forza, tanto per non annoiarmi. Quello che feci fu di girare la visiera del mio berretto da cacciatore sulla fronte, poi me lo tirai giù sugli occhi. In quel modo non vedevo un accidente.Mi sa che sto diventando cieco, – dissi con voce strozzata. – Mamma mia bella, tutto sta diventando così buio, qua dentro!
– Sei picchiato. Parola d’onore, – disse Ackley
– Mamma mia bella, dammi la mano. Perché non vuoi darmi la mano?
– E non far l’idiota, Cristo santo!

Preso atto che Holden non si stacca dal libro, Ackley si “pianta” proprio davanti alla luce necessaria alla sua lettura. Holden ci prova, ad usare le espressioni che in questi casi normalmente consentono di rimuovere l’ostacolo, ma senza ottenere alcun risultato: Ackley era proprio il tipo che se ne resta davanti alla luce a fronte di una richiesta di spostarsi.
E’ a quel punto che Holden, posato il libro sul pavimento, reagisce alla propria stanchezza e noia mettendo in scena una finzione in piena regola: si mette a far lo scemo “a tutta forza”.
E’ il suo modo di controbattere, con un nuovo gioco, il sistematico sabotaggio di giochi praticato dal suo vicino di stanza. Va da sé che proprio ciò che “fa godere da morire” Holden – questa stessa finzione, in questo caso – “scoccia a morte” Ackley, ai cui occhi quel “far lo scemo” è l’insopportabile manifestazione di un “idiota”. Anche tutto questo Holden lo sa bene, ed è questa la ragione per cui al lettore suggerisce una chiave di lettura “sadica” della sua messa in scena. Strano sadismo, commenteremo a nostra volta, quello realizzato mediante una finzione teatrale.

Cosa diverte Ackley, se non quella finzione?

(…) Cominciò a pulirsi quelle sue dannate unghie con la punta di un fiammifero. Stava sempre a pulirsi le unghie. Era buffo, in un certo senso. Aveva sempre i denti che pareva che ci crescesse il muschio e le orecchie con tanto di sporco, ma stava sempre a pulirsi le unghie. Doveva pensare che così gli veniva un’aria tutta linda. (…)
– Senti. Prestami un momento le forbici, ti secca? Le hai sottomano?
– No. Le ho già messe in valigia. Lassù nell’armadio.
– Prendile un momento, ti secca? – disse Ackley. – Voglio tagliarmi questa pellina.

Che tu avessi messo qualcosa in valigia e che la tenessi in cima all’armadio o no, per lui era indifferente. Gliele presi, comunque. E tra l’altro per poco non mi accoppavo. Appena aprii lo sportello dell’armadio, mi cadde dritta sulla testa la racchetta di Stradlater – con tanto di telaio di legno e compagnia bella. Fece un rumore sordo, e un male cane. Ma per il vecchio Ackley fu uno spasso da morire. Cominciò a ridere, con quella voce acuta e in falsetto che aveva lui. E continuò a ridere tutto il tempo mentre io tiravo giù la valigia e gli prendevo le forbici. A queste cose – uno che si beccava un sasso sulla testa o che so io – Ackley se la faceva sotto dal divertimento. – Hai uno spiccatissimo senso dell’umorismo, pivello , – gli dissi. – Lo sai? – Gli tesi le forbici. – Prendimi come agente. Ti faccio arrivare alla radio -.

Regole e regolarità, giochi di possibilità e calcoli di probabilità

Sulla base delle sue sistematiche osservazioni delle regolarità di comportamento del suo vicino di stanza, Holden sa bene che a costui vanno strette le pubbliche istituzioni. Ciononostante, ogni volta che Ackley gli rivolge la parola, Holden gli risponde a tono, assumendolo come persona di parola. E ciò non è affatto scontato, avendo a propria disposizione un’alternativa diffusamente praticata.
Quale? Quella di impedire giochi di possibilità mediante calcoli di probabilità, ossia quella di attribuire ad una regolarità osservata – precedentemente e altrove – i caratteri fissi della personalità, e di adottare tale identità quale criterio interpretativo – pre-testuale – degli atti, presenti e contestuali, della persona.
Holden sa che Ackley gli dice sempre quella tal cosa, si muove nella sua stanza toccando sempre le sue cose e rimettendole poi sempre nel posto sbagliato; sa che Ackley gli fa sempre dire le cose due volte, così come sa che non si siede mai in una poltrona ma sempre sul bracciolo, e così via. Ma quando comunica con Ackley quei sempre e quei mai, tanto copiosamente presenti in ogni scontro fra personalità, non compaiono.
E non compaiono perché la regola che Holden regolarmente segue è quella di attenersi alle regole impersonali di ciascun gioco e alla testualità di ogni mossa. Proprio questa è la sua resistenza alle altrui pretese di sabotare giochi usandone strumentalmente le mosse convenzionali.

Il punto di vista che Holden comunica al lettore è quello della normalità della persona di parola: è il punto di vista di chi nella normalità dei giochi comunicativi della quotidianità si costituisce come tale, e patisce di conseguenza le pretese personali avanzate nei suoi confronti dai padroni della parola.

E’ all’interno di questa prospettiva che i malesseri di Holden acquistano la loro pubblica identità: non sono l’espressione di una sua privata idiosincrasia – ma proprio questa è la convinzione dei personaggi che lo circondano, dai professori ai compagni di scuola, dai taxisti alle prostitute e così via – ma esprimono il disagio di chi negli attentati alle regole dei giochi vede attentare alla propria identità di giocatore, vede il nemico prendere il posto dell’avversario.
Il gioco del pallone è la simbolizzazione del prendere a calci la testa del nemico, e non è stata impresa da poco passare dall’una all’altra pratica. Ma nessun’altra passione, se non quella per il gioco, può garantire l’irreversibilità di quel passaggio.

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