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Migranti, il primo sbarco nel nord Sardegna

giugno 10, 2016 • Reportage, z in evidenza

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di Luigi Coppola – Inviato in Sardegna

Il preallarme di uno sbarco consistente di profughi era stato annunciato una decina di giorni fa, quando era imminente l’arrivo di circa 600 migranti nel centro turritano. Un sopralluogo nel porto industriale e altre situazioni contingenti, monitorate dalle autorità nazionali, ne avevano dirottato l’approdo in Calabria.
Nella giornata del 6 giugno è stato confermato il primo sbarco a Porto Torres, previsto in serata.

Si è messa in moto la macchina dell’accoglienza per il battesimo di un evento straordinario e inedito. Cinquecento persone circa sono state coinvolte con la supervisione delle forze dell’ordine, della protezione civile, degli uomini della Capitaneria.
Senza celare l’emotività della prima volta, il Sindaco Sean Christian Wheeler, con un video messaggio social, aveva condiviso preoccupazione e ringraziamenti a tutti i soggetti coinvolti nelle operazioni. Che hanno preso il via intorno alle 21.30 e si sono protratte sino all’alba del sette giugno nella tendopoli approntata nel piazzale antistante la banchina.

Sulla nave spagnola “Rio Segura” che ha sbarcato 390 migranti, compreso una neonata da due giorni, originari da vari stati dell’Africa ( Somalia, Sudan, Eritrea, Yemen, Etiopia, Mozambico), sono stati fermati dagli agenti della questura di Sassari, anche sette presunti scafisti, organizzatori dei viaggi dei disperati, cinque dei quali egiziani, tutti rinchiusi presso il carcere sassarese di Bancali. A tal proposito sarebbe utile capire come funzionano i dovuti scambi informativi con le autorità egiziane dopo l’irrisolto caso Regeni.

I controlli sanitari effettuati allo sbarco, hanno riscontrato una trentina di casi di scabbia, alcuni ricoveri ospedalieri sono stati necessari presso i nosocomi sassaresi. L’organizzazione di prima accoglienza ha funzionato al meglio. Grazie al contributo importante delle associazioni di volontariato cittadino. Che hanno impiegato oltre le sezioni turritane degli scout, anche cento volontari con la distribuzione di circa cinquecento colazioni e mezzi di prima necessità.

I profughi, una volta visitati e rifocillati, sono stati sistemati sui bus e trasferiti su più destinazioni dell’isola, secondo le composizioni dei nuclei familiari sbarcati.
L’apparente buon esito delle operazioni di sbarco e smistamento degli scampati a guerre e orrori di ogni sorta, non nasconde evidenti criticità che crescono quotidianamente nei territori sardi.
Dove il pullulare di giovani africani aumenta in prossimità degli scali portuali.

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Qui ogni giorno frotte di soggetti, non sempre forniti di documenti di identità, lasciano l’isola (o tentano di farlo), diretti a nord, Genova e poi, possibilmente il nord Europa, verso le mete ambite.
Per quelli che restano, ( a Porto Torres insiste una comunità di alcune decine di migranti), l’integrazione con il territorio è relegata spesso ad una mera gestione di numeri. Mentre scriviamo, leggiamo di forti tensioni in alcuni centri dell’isola (Villanovaforru e Sadali) dove il disagio si manifesta in alcuni moti violenti o tentativi di fuga dalle strutture assegnate, recepite dagli ospiti come prigioni o lager.

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Se le istituzioni continuano a parlare di «accoglienza», quest’ultima si declina sostanzialmente come una “opportunità di lavoro”. Destinata a quei “beneficiari” in grado di offrire una struttura (spesso case disabitate da anni) che possa contenere (più che ospitare) un determinato numero di presenze. Case atte a registrare l’assegnazione dei fondi banditi con le risorse U.E. per questa straordinaria attività ricettiva.

Tutto il resto, concernente il come possano, questi esseri umani, trascorrere le giornate, in quale modo sfamarsi e in quali condizioni igienico sanitarie continuare la loro permanenza, senza alcun progetto reale di inserimento e crescita di relazioni, in un contesto sociale già seriamente deteriorato, non è dato sapere.
Senza considerare che il primo sbarco a Porto Torres, ha grossolanamente evidenziato tutte le anomalie strutturali di uno scalo marittimo, inopinatamente disarticolato in due approdi (industriale e commerciale), nessuno dei quali, presentabile come quel luogo comunemente immaginato come “porto”. Ma questa è ancora un’altra storia incompiuta, mai seriamente affrontata.

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