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Quelle coscienze un po’ così…

giugno 10, 2016 • Bioetica, z in evidenza

 

coscienza-artificiale

di Piero Di Blasio*

Le nuove frontiere dell’obiezione di coscienza finiranno per interessare ogni aspetto della nostra esistenza: nascita, vita, morte.

Giugno è, ormai tradizionalmente, anche il mese dedicato alla riflessione bioetica e politica sull’obiezione di coscienza. La Consulta di Bioetica onlus, infatti, è alla quinta edizione dell’iniziativa nazionale de “il buon medico non obietta”, con manifestazioni, incontri, dibattiti, riflessioni che si terranno in ogni parte d’Italia.

Senonché, quest’anno, la riflessione si impone anche su territori finora poco esplorati negli anni precedenti in cui essa era dedicata prevalentemente alla piaga dei ginecologi obiettori. Fatti nuovi, di predicibile sconvolgente portata, sono, infatti, nel frattempo, intervenuti; con un’accelerazione esponenziale negli ultimi giorni. Altre nuvole non propriamente rassicuranti si addensano all’orizzonte.
Al punto da lasciar prevedere uno spropositato ampliamento degli orizzonti: l’obiezione di coscienza si prefigura, ormai, come una vera e propria pandemia del diritto, capace di contagiare l’intero pianeta. E, come per il virus zika, i governi responsabili si interrogano su come arginarla.
Fa eccezione l’Italia. Che, anzi, si interroga sterilmente su improbabili “terze vie”.
I segnali della pandemia ci sono tutti.
A partire dal discorso che Bergoglio ha rivolto, a novembre 2014, ai medici cattolici: “Obiezione di coscienza scelta coraggiosa e controcorrente”. E poi: “Con tanti anziani si fa eutanasia nascosta”, proseguendo con l’audizione della FNOMCeO alla camera dei deputati sulle DAT dell’11 aprile: “Dovrà essere previsto, per il medico, il diritto alla libertà di coscienza rispetto ai contenuti delle disposizioni, in forza di quanto già previsto dal Codice di Deontologia Medica”.
Passando attraverso la bagarre montata dai sindaci e candidati sindaci conservatori all’indomani dell’approvazione della fotocopia della “legge Cirinnà” Marchini: “Da sindaco non celebrerò unioni gay“, Salvini: “Sindaci della Lega Nord, disobbedite”, Bitonci (Padova): “Io non celebrerò i matrimoni gay”. E ancora, il nuovo affondo di Bergoglio che rimprovera alla Francia “d’exagérer la laïcité”.

La settimana scorsa, la proposta di legge recante “Disposizioni concernenti il diritto all’obiezione di coscienza per i farmacisti” è stata assegnata alla Commissione Affari sociali della Camera. La proposta di legge, ddl Gigli e Sberna, prevede che il farmacista possa rifiutarsi di consegnare un farmaco o un dispositivo medico, anche con ricetta del medico, in caso di prodotti potenzialmente abortivi o finalizzati alla sedazione terminale.
L’obiezione di coscienza, insomma, viene invocata praticamente per ogni questione più o meno eticamente sensibile, configurando un sempre più ampio ventaglio di forme e modalità di obiezione.

Dalla contraccezione e aborto farmacologico alla riproduzione, dalla sterilizzazione volontaria alla fecondazione in vitro, nelle sue diverse forme; dalla mappatura del codice genetico all’aborto selettivo; dalle “ricombinazioni” genetiche alla clonazione, dalla sperimentazione sugli embrioni alla loro crio-conservazione, alla loro destinazione finale. E ancora, fine vita , palliazione, limitazione delle cure, rianimazione, suicidio assistito e eutanasia; transgender e interventi di modificazione del sesso; sperimentazione animale e vivisezione; “voto di coscienza” e “libertà di coscienza” dei parlamentari; questioni legate al multiculturalismo (presepi nelle scuole, esposizione di crocifissi negli uffici pubblici); unioni omosessuali e stepchild adoption; adozione per i single; “obiezione ecologica” e “obiezione ai consumi”; mendicità e stili di vita: “mendicante non necessitato e volontario […] novello obiettore”, assertore di “una linea esistenziale in antitesi con la mentalità prevalente”, come sostiene G. Boni.

Insomma, un già vasto repertorio di situazioni e condizioni dello spirito, e non solo, entro cui, apparentemente, e solo apparentemente, la coscienza del singolo sembra poter rivestire un ruolo determinante e preponderante.
Un catalogo di condizioni destinato, inevitabilmente, a dilatarsi a dismisura. Se non si pone una serie di paletti.
Molti studiosi e, soprattutto, moltissime legislazioni di paesi sparsi lungo tutto il globo terracqueo, non hanno nessuna difficoltà a individuare questi paletti: l’obiezione di coscienza deve essere limitata ai soli casi previsti dalla legge.
In Francia, per esempio, perfino l’agguerrita, in quanto iper-finanziata, associazione pro-life “allianceVita” pubblica sul proprio sito “Les clauses de conscience reconnues en France”; ed è interessante andarle a vedere.

In Italia, invece, si procede per similitudini, assimilazioni, comparazioni, assonanze più o meno dissonanti.
In base alle quali si giustificano sulla base delle pochissime fattispecie previste dalla legge tutte le altre interpretazioni arbitrarie e soggettive, egoistiche e egocentriche, dell’istituto “obiezione di coscienza”.
Questa considerazione indurrebbe, da sola, a ritenere indispensabile un riordino normativo della materia. Ma è, il legislatore italiano, veramente pronto/adeguato ad approcciare “laicamente” la questione? O non è, piuttosto, preferibile un vuoto normativo entro cui possano pascolare e pascersi quelle coscienze “un po’ cosi” che non chiedono di meglio: secundum legem, spesso abusata, specie nel caso della 194, contra legem, sine lege?
E’ consequenziale, a questo punto, se si desidera uscire dal pantano italiano e far riferimento all’approccio pragmatico posto in essere dagli altri paesi occidentali, delineare quali siano, in Italia, le leggi che prevedono esplicitamente la possibilità di ricorso all’obiezione di coscienza.

Va, inoltre rimarcato come l’istituto giuridico sia oggetto di un drastico ridimensionamento in diversi paesi, come Belgio, Inghilterra, Polonia e Canada, contrariamente a quanto avviene in Italia, dove se ne chiede, invece, l’estensione a ogni sorta di fattispecie.
E’ opportuno, dunque, prendere in considerazione, come strumento pragmatico per districarsi dall’impasse, le sole quattro leggi italiane che prevedono e regolamentano esplicitamente l’istituto giuridico dell’obiezione di coscienza. Tutto il resto dovrebbe rientrare, secondo l’approccio giuridico internazionale, nell’ambito dell’arbitrio.
La prima, in ordine cronologico, a prevedere l’OdC è quella del 1972 relativa al servizio militare di leva allora obbligatorio per tutti i soggetti di sesso maschile.
Segue la 194/78 su “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Poi, ancora, la 413/93 su “Norme sull’obiezione di coscienza alla sperimentazione animale”.

Ultima, la funesta 40/04 su “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”.
Considerando caratteristiche ed esiti di queste quattro leggi, è necessario sottolinearlo, le uniche che legittimino l’obiezione di coscienza, la prima cosa che risulta evidente è che si delineano, nel nostro ordinamento giuridico, due macro-categorie di “coscienze” all’interno delle quali il cittadino può “legi-ttimamente” esercitare la propria obiezione di coscienza. La prima e la terza legge, introducono il concetto di poter obiettare avverso un obbligo sancito per tutti indistintamente e inderogabilmente per determinate categorie: i maschi maggiorenni (servizio di leva militare) e gli studenti e ricercatori che vogliano conseguire un curriculum formativo nell’ambito della ricerca scientifica.
La seconda macro-categoria, implicita nella seconda e nella quarta legge, introduce, invece, l’improbabile capacità giuridica di obiettare a se’ stessi. E non sembra, neanche, un caso che questa seconda macro-categoria vada a colpire pesantemente la salute sessuale e riproduttiva della donna.
La professione di ginecologo, ostetrica e via dicendo, non è imposta a nessuno, a differenza della leva militare, obbligo solo sospeso ma non abrogato nella nostra giurisprudenza. E’ frutto di libera scelta. E implica, tra le altre cose, anche l’obbligo giuridico, deontologico, oltre che etico, di preservare la salute psico-fisica e sociale della donna in tutti i casi, sia che desideri abortire, sia che desideri, legittimamente, partorire grazie ai progressi della scienza. Compresa la famigerata “eterologa”. Anche a fronte delle risultanze scientifiche e statistiche, in questa peculiare macro-categoria emerge un ulteriore ordine di considerazioni. Se queste due leggi sono ideologicamente assimilabili, perché l’obiezione di coscienza ha effetti devastanti sulla 194 e non sulla 40?
Si è mai sentito un rumor su un obiettore di coscienza che si è rifiutato di crio-congelare un embrione (pratica dalle forti implicazioni etiche)? E quanti sono, di contro, gli scandali relativi alle strutture pubbliche che non sono in grado di ottemperare alla 194?
Una risposta ce la possiamo dare con semplicità: l’aborto, in virtù di una claudicante nonnetta di legge quasi quadragenaria e che, pertanto, va rivista, è monopolio delle strutture pubbliche. Per definizione: inefficienti. La fecondazione artificiale è, in massima parte, demandata a agguerrite organizzazioni private, tutt’altro che no-profit.
Ma, in queste organizzazioni private, lo dicono i fatti, non trova spazio la coscienza. Né, come è ovvio, l’obiezione di coscienza.
Ah, queste coscienze… Un po’ così…

 

*Piero Di Blasio – peterdibi@libero.it; biogiurista, vice presidente Consulta di Bioetica onlus

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