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Hilary, la candidata

giugno 9, 2016 • Mondo, z in evidenza

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di Matteo Cresti

La battaglia senza esclusione di colpi è iniziata. Hilary Rodam Clinton ha definito Trump ha già cominciato a rappresentare il miliardario newyorkese come un pretendente «pericoloso», non solo perché «razzista» o «xenofobo», ma soprattutto perché «incompetente» e «velleitario». Lui di rimando sta rispolverando il vecchio album di famiglia dei Clinton, ovvero il caso Lewinsky, le mail private e la fondazione Clinton.

Hillary contrattacca con economia, sicurezza interna, politiche ambientali ed energetiche, educazione e salute; nel tentativo di catalizzare i moderati repubblicani. Ultima uscita, quella sui giudici di origine messicana incapaci di “giudizi obiettivi”.

Qualche giorno fa l’agenzia di stampa “Associated Press”, calcolando il numero di delegati guadagnati da Hilary durante le primarie, e il numero di super-delegati (membri dell’establishment del partito, che non vengono eletti, e possono scegliere a chi dare il proprio voto) che hanno fatto un “endorsement” verso la Clinton, aveva preannunciato che sarebbe stata proprio la ex first lady a vincere le primarie democratiche per le elezioni alla casa bianca.

Prima delle primarie di martedì i delegati a favore di Hilary erano 2.383 (il numero magico che garantirebbe l’elezione), mentre quelli a favore di Bernie Sanders 1.569. Per la Clinton 1.812 erano quelli eletti, e ad una distanza di circa 300 voti da Sanders, con 1.521 delegati eletti. Quello che pesava sull’elezione della Clinton erano proprio i super-delegati, 571 a suo favore, contro i soli 48 del suo rivale. E c’era da aspettarselo, visto che Bernie si definisce un socialista, un indipendente e non è mai stato iscritto al partito.
Martedì con le primarie in California, Montana, New Jersey, New Mexico, North e South Dakota sono stati assegnati 806 delegati. Rimane solo il Distretto di Columbia, dove si voterà il 14 giugno, che assegnerà gli ultimi 45.
Il risultato sembra schiacciante. La profezia si è avverata, e Hilary Clinton è di fatto la candidata democratica alla casa bianca. Una candidatura, che però sembra sempre più rischiosa. Quello che temeva Hilary era di arrivare alla nomination solo grazie all’appoggio dei super-delegati, ipotesi che è però stata scongiurata solo in parte. Hilary si porta a casa il New Maxico, il South Dakota, il New Jersey (con una percentuale quasi plebiscitaria: 63,3% contro un 36,7% di Sanders) ma soprattutto la California con il suo malloppo di delegati. Hilary in California ha trionfato in tutte le grandi città e nelle contee più ricche, a testimonianza di una grande fiducia e speranza in lei.
Bernie invece si porta a casa solo gli stati con il numero più basso di delegati: il North Dakota e il Montana. Attualmente Clinton è a 2.171 delegati, mentre Sanders 1.880. Una differenza che si accresce se aggiungiamo i super-delegati. Se Sanders volesse raggiungere la nomination dovrebbe ancora convincerne 455 a cambiare il proprio voto. Un’operazione che sembra quasi impossibile, ma il vecchio senatore del Vermont non vuole desistere.

Qualche giorno fa Obama lo aveva chiamato al telefono, per chiedergli di ritirarsi e fare fronte comune contro il nemico Trump, ma Sanders ha declinato. Contesta il meccanismo dei super delegati, che garantirebbero all’establishment di decidere chi candidare. Sanders il socialista, il radicale, il politico preferito dei giovani e dei delusi, l’amico dei poveri e dei senza diritti, l’ebreo venuto dal nulla rischia di essere un ulteriore sassolino nella scarpa per Hilary.
Infatti Hilary deve ancora risolvere la questione dell’uso della sua mail privata per comunicazioni istituzionali quando era segretario di stato, cosa che stende su di lei un’ombra di incompetenza e superficialità, dall’altro deve fronteggiare Trump, l’uomo nuovo, non compromesso con la finanza e con le lobby. Hilary, sebbene sia una donna, rappresenta infatti proprio questo: finanza e lobby. È sì una liberal, una donna di sinistra, ma ha un modo di fare politica vecchio, che non trova consenso nei giovani e nei delusi, in chi ha risentito e risente ancora della lunghissima crisi che attanaglia il mondo. In questi ha avuto molta più presa Sanders, che seppure molto anziano, ha una storia di battaglie per l’uguaglianza e per gli ultimi che parte dall’alba dei tempi.
Un programma quello di Sanders, che in molti hanno etichettato come “populista”, ma per cui l’etichetta appropriata sarebbe “radicale”: riforma del sistema universitario (in un paese dove le famiglie si indebitano pesantemente per poter mandare i figli all’università è tutt’altro che un tema “populista”), riforma del sistema sanitario per garantire a tutti una sanità pubblica, lotta per recuperare posti di lavoro e un aumento delle tasse alle grandi banche e lobby.
Anche Trump, sebbene dal lato opposto degli schieramenti, ha un programma che non presenta il vecchio lessico della politica e che entusiasma i delusi.
Alcuni sondaggisti darebbero Trump vincitore su Clinton, proprio perché una parte dei votanti Sanders preferirebbe la novità di Donald piuttosto che la minestra riscaldata di Hilary. Forse è in questa prospettiva che Bernie non si è ritirato. Forse conta sui sondaggi per far pressioni sulla classe dirigente e convincerli a scegliere lui alla convention di luglio.
Chissà. Per ora gli Stati Uniti si consolano per la prima donna a correre per la Casa Bianca, nella speranza che a novembre riesca anche a vincere.

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