MENU

Lampedusa, quella che si consuma, è una tragedia politica

giugno 5, 2016 • Reportage, Uncategorized, z in evidenza

 

ansa135288613107202226_big

 

di Seila Bernacchi

Il 30 e 31 maggio l’Associazione Libera fondata da Don Luigi Ciotti era a Lampedusa – come già nel 2011 e nel 2014 – per uno dei tanti incontri di formazione alla legalità e più specificamente per un incontro con circa 600 studenti di ogni ordine e grado per affrontare i temi di solidarietà e accoglienza in un’isola che è punto di snodo per l’arrivo (o il non arrivo) di tanti disperati che fuggono dalle loro terre martoriate per trovare protezione e/o miglior vita in Europa.

La manifestazione, molto partecipata da scuole, volontari e gente di passaggio, si concludeva con una staffetta (un piccolo cilindro di legno fatto con i resti di qualche barcone restituito dal mare) che voleva essere metafora del passaggio di possibilità da mani a mani che si aiutano.
Prima di questo bell’evento ‘sportivo’ a portare il loro pensiero e il loro contributo ci sono stati, in Piazza della Libertà, gli interventi del sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini, a cui è seguito quello di Luigi Ciotti.

LI 2
Dovessimo trovare un filo rosso che lega le parole del sindaco a quelle del prete di strada lo individueremmo in un’appassionata rivendicazione dell’accoglienza e al forte appello per la necessità di cambiare le leggi su come viene gestita la questione migranti.

Giusi Nicolini, da abitante e autorevole prima cittadina dell’isola ha rivendicato il ruolo esemplare di questa terra: “Lampedusa c’è, è bella, salviamo la vita a tante persone, tante altre muoiono, altri vengono respinti dai muri che vengono alzati e dal filo spinato. Noi non abbiamo mai alzato muri.”

E’ vero, pensiamo. E’ anche vero. Ci sono i pescatori che hanno salvato vite anche quando erano penalmente perseguibili per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, ci sono i pescatori che hanno issato i cadaveri della strage del 3 ottobre 2013, la più ricordata pur non essendo la sola né l’ultima né quella numericamente più imponente (solo nell’ultima settimana sembra siano almeno 700 le vittime di naufragi nel canale di Sicilia ).Ci sono le forze dell’ordine, la Guardia Costiera soprattutto, che indefessamente pattuglia il mare e interviene a salvare il salvabile. Li abbiamo visti star fuori per intere giornate, quale fosse il tempo, e rientrare con a bordo migranti stremati; li abbiamo visti, calmi e professionali, svolgere le procedure di sbarco.

LI 1
Gli isolani, ci permettiamo di osservare, non manifestano tutta questa umana passione per la solidarietà e l’accoglienza, la narrazione mediatica sull’immigrazione ha, negli anni, cambiato i contorni del loro profitto.
Un’isola che vive di pesca e turismo può essere messa a dura prova quando passa l’immagine di una terra invasa da disgraziati, da morti, dalla minacciosa e folta presenza dell’uomo nero.
Così gli umori che si intercettano sono anche quelli di chi è stufo, di chi non vorrebbe proprio che Lampedusa salisse nel clamore delle cronache per una questione umanitaria, vorrebbe soltanto fare quello che ha sempre fatto, vivere di turismo, affittare appartamenti, noleggiare auto, improntare gli esercizi commerciali per la stagione estiva. Poi c’è chi ha adattato la propria vita ai nuovi accadimenti, c’è chi lavora comunque perché dà vitto e/o alloggio alle forze dell’ordine costantemente presenti e via via intensificate.
Insomma, è vero che Lampedusa non ha alzato muri, è vero che c’è un sindaco sensibile alla questione migranti e apertamente orientata verso la loro accoglienza (potrebbe esserci qualcun altro che invece spenderebbe il suo mandato a fomentare lo scontento) ma ci chiediamo in tutta onestà, come potrebbe essere diversamente.
Come potrebbe il rappresentante di un’istituzione locale – nel cui perimetro ci sono intere aree presiedute dal Ministero dell’Interno e dalle Forze armate (e poi 8 radar, tre stazioni portuali militari, base aeroportuale etc) – ostacolare o violare decisioni e direttive nazionali che gli enti locali possono solo recepire?

Intendiamoci, Giusi Nicolini, è una grande, è persona perbene e sensibile, ma non vorremmo passare dalla retorica spicciola del “tutti non li possiamo accogliere che se ne tornino indietro” alla retorica del “i lampedusani hanno aperto le loro porte ai migranti”. Non è proprio così per quanto sia importante e meritorio che la prima cittadina di una collettività abbia una posizione chiara ed esplicita alla domanda se stare con o contro i migranti che arrivano. Ci sembra opportuno però far emergere che quella posizione è più una posizione educativa che rappresentativa.

Continua, la Nicolini, a dire cose ragionevoli e appassionate: “Perché gli altri non lo capiscono e continuano a dire “respingiamoli”, “aiutiamoli a casa loro”. Loro non hanno una casa, non hanno un lavoro. E anche la distinzione tra rifugiati e migranti economici non regge. Don Ciotti è qui per dire che Lampedusa sta dalla parte giusta, dalla parte del rispetto della dignità umana di tutti.”
E conclude rivendicando una sorta di primato morale dell’isola: “I nostri diritti dipendono molto dalla morte degli altri perché non si può costruire un futuro sulla morte degli altri. Oltre a salvare le persone vogliamo che le leggi cambino.

LI 4

Lampedusa fa tante cose belle: Soccorso, prima accoglienza, anche solo un sorriso. Lampedusa è un esempio da imitare e per questo Don Ciotti è tanto legato a Lampedusa”.
Vedremo tra poco ripercorrendo l’intervento di Luigi Ciotti che anche questo è vero ma è vero perché c’è la posizione netta del sindaco, cioè della visione politica di chi è chiamato a gestire i problemi pubblici.
Giusi Nicolini, si trova ad amministrare un territorio e ad affrontare una crisi e fa tutto quello che è possibile – con mezzi e decisioni che non dipendono direttamente da lei – per esprimere umanità e motivare alla cittadinanza le sue scelte di sostegno ai migranti. Ma il come la questioni migranti viene gestita e come Lampedusa viene utilizzata dalla politica nazionale ed europea non è lei a deciderlo.

Il problema è appunto la visione politica di chi decide, dell’Europa ma anche del Governo italiano. Lontani i tempi delle scelte conformate al più miope nazionalismo (xenofobo) dei Bossi, Fini, Maroni & C. non possiamo passare sotto silenzio la funzione degli Hot Spot e delle criticità che quello in particolare di Lampedusa presenta.
La stessa Commissione del Senato per il monitoraggio del diritto d’asilo a seguito della trasformazione del Centro di Accoglienza di Lampedusa in Hot Spot, ha segnalato dopo il sopralluogo effettuato a febbraio 2016 molti gravi problemi.
In molti periodi il centro è stato sovraffollato e ciò determina uno stato di promiscuità tra donne uomini e bambini; le condizioni igienico sanitarie sono inadeguate e le strutture insufficienti; le risorse culturali e disciplinari messe a disposizione sono scarse, sono ad esempio solo 4 – inglese, francese, arabo e tikri – le lingue previste per comunicare.
Diventa dunque difficile cercare di individuare la condizione personale di migranti che spesso non conoscono queste lingue e la cui situazione e possibilità di accesso allo status di rifugiato non può essere adeguatamente valutata.

E poi ancora, prosegue il rapporto della commissione, è problematico il fatto che spesso l’individuazione della condizione personale di questi disperati viene iniziata a bordo delle navi che li salvano, cioè immediatamente dopo o ancora durante un evento traumatico che li ha visti direttamente coinvolti o spettatori; il fatto che non solo la comunicazione linguistica è difficoltosa ma la stessa procedura di rilevamento si avvale di metodiche informative quanto meno discutibili per cui ai migranti viene dato un modulo da compilare dove indicare la loro condizione.

Inoltre la permanenza all’hot spot che dovrebbe essere di poche ore o giorni si protrae spesso per settimane o mesi anche perché le persone si rifiutano di fornire le impronte digitali sapendo che in questo modo ricadrebbero nel Dublino III e vorrebbero almeno raggiungere la Sicilia da cui sperano di poter trovare una breccia per proseguire.
Per non dimenticare che questi migranti all’interno dei nostri hot spot e CdA non fanno nulla, e ripetiamo a volte per mesi. Non c’è nessun piano di educazione e integrazione (corsi di lingua, diritto costituzionale ed europeo, formazione al lavoro etc). Ancora, c’è la procedura di ricollocamento che prevede che essi possano esprimere una semplice preferenza sulla destinazione senza poter avere la certezza di poter essere ricongiunti in un Paese dove magari risiede già un parente o un amico.

Se mettiamo in fila tutte le informazioni non passerà inosservato che approdare a Lampedusa non significa giungere nel paradiso dell’accoglienza.
Bisognerebbe a nostro avviso distinguere tra salvataggio – lodevole, indiscusso etc – e accoglienza – per cui manca sia una cultura di base sia strumenti efficaci per metterla in pratica.
Ecco, proviamo un attimo a immaginare di essere uno di questi migranti, di aver compiuto un viaggio infernale – come Abu –Bakar o Baba Tourè o Jussuf, ragazzi guineani , due minorenni, con cui abbiamo parlato ieri – di aver attraversato il Mali, L’Algeria e arrivati in Libia tenuti fermi un mese in un vero e proprio lager dagli scafisti.
Durante il viaggio, nemmeno è possibile immaginare cosa abbiano passato, nelle mani di chi, subendo quali vessazioni, sappiamo però da diverse fonti umanitarie che molti subiscono tortura, le donne violenza.
Poi, dopo un mese li imbarcano dalla Libia su una barca di circa 8 metri (ce ne indicano unanimemente una in porto per darci un’idea della dimensione), sono in 120, rischiano il naufragio a largo e vengono salvati. Nessun morto stavolta, non gli è toccato di vederne anche in mare. Ecco, proviamo a pensare a tutto questo e poi chiediamoci se è possibile valutare la loro condizione personale e il loro diritto ad una protezione e a una vita dignitosa con le procedure sopra descritte. Come è possibile che la politica europea pensi di gestire una questione come questa in termini di numeri, numeri da ricollocare, numeri da stanziare, numeri per pattugliare, numeri da respingere, da non far passare, da sgomberare.

Non è un caso se Don Ciotti, presa la parola, invita in modo accorato “ad accorgersi che gli altri non sono solo intorno a noi, bisogna accorgersi che gli altri sono dentro di noi” e poi quasi urlando afferma “Questa che si consuma non è una tragedia umana, è una tragedia politica”. Sono queste, riteniamo, le parole più vere che diagnosticano il vero problema.
E prosegue ricordando quello che tutti dovremmo sapere, a livello nazionale e non: “L’Italia non deve dimenticare che dalla fine dell’800 sono stati 27 milioni gli italiani che sono andati in giro per il mondo. Non dimenticatelo mai. Che nessuno può essere condannato a vita dal luogo di nascita.
Il diametro della terra è 12.700 km e sono già stati costruiti 14.000Km di muri. Salazar pubblicizza addirittura il suo filo spinato, al 100% di migliore qualità, perché quando uno lo tocca ci resta attaccato anche qualche pezzo di carne…Ogni anno vengono spesi miliardi e miliardi per armi ed armamenti ma non vengono spesi miliardi contro la fame nel mondo.” Dove è la politica? Quale?

Questi sono fatti, sono dati, non è la retorica buonista del prete che accarezza un volto e poi si rinchiude in canonica a pregare il suo Dio. Sono le parole di chiunque non si giri dall’altra parte a farsi dettare facili slogan da pavidi egoismi, che non nega la difficoltà di gestire e accogliere centinaia di migliaia di persone e forse l’impossibilità di accoglierle tutte e persino il pericolo che è insito in qualunque condotta di integrazione dell’altro, ma è altrettanto consapevole che è la visione da mettere in campo che deve cambiare e che la politica è colpevole di dare risorse e priorità a interessi e non a uomini.

“E’ la conoscenza – dice Ciotti – la via maestra del cambiamento Ci sono stati tanti morti, ragazzi come voi, che sognavano come voi. Quando tra poco camminerete, correte anche con questo momento di consapevolezza. Correte per dire ‘grazie’ ma anche per dire al mondo che bisogna fare di più. Anch’io correrò ma nella nostra testa ci saranno anche i volti e le storie di tanti che non ce l’hanno fatta. Abbiamo bisogno di accogliere il grido della libertà. E dobbiamo imparare il coraggio di avere più coraggio. Perché responsabile non è solo chi fa il male ma anche quanti guardano e lo lasciano fare.”
Pensiamo a queste parole e pensiamo ad Alfano e Salvini che vogliono gli hot spot mobili. Sono universi di pensiero che non possono incontrarsi, c’è tutta la distanza tra lo spazio angusto del ‘mio interesse’ e l’inarginabile rivendicazione dei ‘diritti di tutti’.
Non pensiamo che vincano i diritti di tutti, affermiamo una volta di più di stare però da questa parte, anche se siamo minoranza, anche se il nostro potere può essere solo circoscritto e quotidiano. Gli altri hanno la meglio, hanno i muri e i fili spinati, hanno parole per la pancia delle masse e l’interesse di mantenere ignorante lo sguardo. Hanno tanto chiasso da fare per confondere.

A Lampedusa, come in molti altri posti c’è tutto, quando si vive anche in un piccolo scoglio di mare come questo, si incontrano molte metafore di ciò che sappiamo esistere anche altrove.
Don Ciotti vorrebbe concludere invitando a un minuto di silenzio: “Allora prima di correre facciamo un minuto di silenzio, che non è retorico, pensiamo all’immagine delle cose belle, ai pescatori che salvano i naufraghi, alla guardia costiera, ai tanti volontari che lavorano qua. E lasciatemi dire: mi auguro che i CIE (centri di identificazione ed espulsione ndr) scompaiano dalla faccia della terra. Facciamo silenzio e ricordiamoli tutti, tutti. Tutti.
Ma la conclusione sarà altra, saranno queste le ultime parole di Don Luigi Ciotti: “Fate stare zitti quelli là.”
Perché a Lampedusa c’è anche la metafora di chi fa chiasso e confonde e si gira dall’altra parte.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »