MENU

I dolori del giovane Holden, il vecchio Spencer e “l’impossibilità di comunicare”

maggio 31, 2016 • Cultura e Società, z in evidenza

 

incomunicabilitc3a0

di Andrea Sormano

Nel 1951 veniva pubblicato negli Stati Uniti un libro destinato ad un immediato e duraturo successo, The Catcher in the Rye, di J. D. Salinger, tradotto in Italia dieci anni dopo col titolo Il giovane Holden (Salinger 1961). Quale rapporto, ci domanderemo qui, il personaggio del romanzo, Holden Caulfield, stabilisce col linguaggio? Le interazioni discorsive che nell’arco di soli tre giorni Holden stabilisce con una varietà di altri personaggi, in quale rapporto stanno con i suoi frequenti attacchi di “voltastomaco”? A che cosa precisamente si ribella un personaggio che, come Holden, è diffusamente e sbrigativamente noto come un “ribelle”?

Holden Caulfield è un sedicenne newyorkese che, avendo “fatto fiasco” in quattro materie su cinque, alla fine del primo trimestre viene “sbattuto fuori” dalla scuola in cui studia, “Istituto Pencey”: un istituto che sugli annunci pubblicitari presenta se stesso in un modo che fin dalla seconda pagina della sua “storia” Holden giudica “buono per i merli”: “Dal 1888 noi forgiamo una splendida gioventù dalle idee chiare”. Va da sé che Holden non si considera un merlo – ma semmai, e a seconda delle circostanze, “un fenomenale bugiardo” o “un dannato vigliacco” o “un pazzo”… – e le ragioni del suo essere qualcos’altro compaiono un po’ per volta nel corso del suo racconto. A partire dalla visita di commiato resa al suo professore di storia, il professor Spencer.

Uno che non ti sta quasi mai a sentire: il professor Spencer

Il “vecchio Spencer” vive con la moglie – “tutt’e due sulla settantina, e forse anche più” – poco distante dalla scuola, ed è in camera sua, seduto in poltrona e con l’influenza, quando Holden lo va a salutare:

Quando bussai mi guardò – Chi è? – gridò. – Caulfield? Vieni, figliolo – Gridava sempre, quando non era in classe. Certe volte dava sui nervi. (…) Come va la sua influenza, professore? – Figliolo, se mi sentissi un tantino meglio, dovrei chiamare il medico, – disse il vecchio Spencer. Questo lo mise fuori combattimento. Cominciò a ridacchiare come un matto.

Ciò che crea disappunto in Holden nel commiato dal suo professore di storia non sono tanto le circostanze dell’incontro – il vecchio professore influenzato, in pigiama e vestaglia, chiuso nella sua stanza piena di medicine e dei relativi afrori – quanto piuttosto le modalità d’interlocuzione che il professore gli impone e che Holden registra all’insegna della impossibilità di comunicare. E ciò fin dall’inizio, quando il professore non lo invita semplicemente ad entrare, ma lo fa “gridando”: perché mai gridare quando l’interlocutore è a pochi passi di distanza e non è duro d’orecchi? E’ questo uno scarto, sia pur modesto, della “normalità” della comunicazione faccia a faccia che, come molti altri a seguire, dà “sui nervi” a Holden.

L’intera storia che Holden racconta, a partire da questo incontro, può essere letta come una rassegna tipologica di scarti da una normalità che Holden non vede praticata dai suoi interlocutori e che è all’origine dei suoi “nervi”, delle sue “rabbie”, del suo “perdere le staffe”, dei suoi “vomiti”: tutte forme emotive in cui si manifesta la sua identità di giovane alla ricerca, diremo con Barthes e Flahault (1980), del “dono della parola”.
Concluso l’invito urlato ad accomodarsi (su un “letto di cemento”), il vecchio professore non risponde alla prima domanda che Holden gli rivolge – “Come va la sua influenza, professore?” – o meglio gli risponde con una spiritosaggine realizzata nell’economia autarchica di un monologo in cui a ridacchiare “come un matto” è soltanto lui.
Preso atto che Holden si appresta a lasciare la scuola, il vecchio Spencer “attacca” con un altro suo tipico comportamento, col “suo solito su e giù con la testa”: costui sta “pensando”, è costretto a domandarsi Holden, o si muove a quel modo semplicemente perché è “un caro vecchiotto” che “non capisce un accidente”? Bella fatica, anche quella d’esser costretti continuamente ad “interpretare” quanto altrimenti si potrebbe semplicemente ascoltare e comprendere.
Il caro vecchiotto, veniamo a sapere in seguito, non stava propriamente pensando – a come capirci qualcosa dell’espulsione di Holden, ciò che sarebbe stato possibile soltanto stabilendo un dialogo con costui – ma stava piuttosto cercando una pezza d’appoggio alla propria rappresentazione prefabbricata, convenzionale e non problematica, del caso in questione. Rappresentazione che troverà nelle parole del preside della scuola, il dottor Thurmer, riportate da Holden:

– Che cosa ti ha detto il dottor Thurmer, figliolo? Se ho capito bene, avete fatto una bella chiacchierata.
– Sì, altrochè. Sono stato nel suo ufficio un paio d’ore, come minimo.
– Che cosa ti ha detto?
– Oh… be’, che la vita è una partita e via discorrendo. E che va giocata secondo le regole. E’ stato abbastanza gentile, però. Voglio dire, non ha perso le staffe né niente Ha solo continuato a parlare della vita che è una partita e via discorrendo. Lei sa bene.
– La vita è una partita, figliolo. La vita è una partita che si gioca secondo le regole.
– Sì, professore. Lo so. Questo lo so.
Partita un accidente. Una partita. E’ una partita se stai dalla parte dove ci sono i grossi calibri, tante grazie – e chi lo nega. Ma se stai dall’altra parte, dove di grossi calibri non ce n’è nemmeno mezzo, allora che accidenti di partita è? Niente. Non si gioca.

Posto che la vita sia una partita da giocare secondo le sue regole, non è certo il vecchio Spencer ad offrire a Holden un buon esempio di come giocare quelle partite di cui è piena la vita quotidiana, i giochi del linguaggio.

Non stupisce che a questo punto Holden si soffermi anche sulla “falsità” dei termini che il suo mancato interlocutore usa all’interno del suo monologo. Qualche settimana prima del presente incontro il vecchio Spencer aveva “avuto l’onore” di conoscere i genitori di Holden, e li aveva giudicate “persone eccezionali”. Holden conferma il giudizio a denti stretti e con termini meno impegnativi – “Sì, certo. Sono molto in gamba” – ma in cuor suo “vomita”, come gli succede ogni volta che si trova ad ascoltare parole che “detesta con tutta l’anima” per la loro falsità. Che vorrà mai dire “persone eccezionali”? E che senso ha esibirsi in un giudizio tanto impegnativo per poi passare senz’altra aggiunta ad una “predica tremenda”, che Holden è costretto a “sorbirsi” e non può interrompere?

– Io ti ho bocciato in storia per il semplice motivo che non sapevi assolutamente niente.
– Lo so, professore. Ragazzi, lo so benissimo! Non poteva farne a meno.
– Assolutamente niente, – ripeté. Ecco una cosa che mi fa perdere le staffe. Quando la gente dice le cose due volte, dopo che uno gli ha dato ragione la prima volta. Allora lui la disse tre volte. – Ma assolutamente niente. (…) Lui si mise a maneggiare il mio compito come se fosse uno stronzo o che so io. – Abbiamo studiato gli egiziani dal 4 novembre al 2 dicembre – disse. – Per il tema facoltativo, sei stato tu stesso a scegliere quest’argomento. Ti interessa di sapere che cosa sei riuscito a dire?
– No, professore, non molto, – dissi.
Ma lui lo lesse lo stesso. Non puoi fermare un professore quando vuol fare una cosa. La fa e basta.

Il vecchio Spencer è uno di quelli che “non ti stanno quasi mai a sentire” quando gli dici qualcosa, e a conferma di ciò è uno che le cose le ripete anche due o tre volte, pur avendogli tu dato ragione fin dalla prima, per convincere se stesso.

Che richiesta di autorizzazione a procedere è mai quella di chi procede non tenendo conto del rifiuto che ottiene in risposta? Il vecchio Spencer legge, nonostante l’opposizione di Holden, il compito in classe incriminato: non puoi fermare un professore quando vuol fare una cosa se il professore è il vecchio Spencer, e se la cosa che vuol fare è un tentativo di autoconvincimento.

– (…) Mi biasimi se ti ho bocciato, figliolo? – disse.
– Ma no, professore, no davvero! – dissi. Avrei dato non so che cosa perché la smettesse di chiamarmi tutto il tempo “figliolo” (…)
Ormai che aveva finito col mio compito, cercò di gettarlo sul letto. Ma fece cilecca anche stavolta, naturalmente. Dovetti alzarmi di nuovo, raccoglierlo e posarlo sopra all’“Atlantic Monthly”. Una bella seccatura, quella ginnastica ogni due minuti.
– Come ti saresti regolato tu al mio posto? – disse. – Sii sincero, figliolo.
Be’, era chiaro che in realtà l’idea di avermi bocciato lo faceva sentire un verme. (…)

La pretesa di ridurre Holden al proprio prolungamento personale si manifesta negli stessi movimenti fisici del professore, oltre che nelle sue parole.

Durante tutto l’incontro il vecchio Spencer continua a buttare incartamenti dalla poltrona in cui è sprofondato sul letto su cui Holden è penosamente seduto. Ma non vi riesce mai, e Holden è conseguentemente sempre costretto ad alzarsi, raccogliere e posare, proprio come se fosse il prolungamento fisico del braccio del professore. Il vecchio Spencer non domanda per ottenere risposte ma rassicurazioni, né queste lo rassicurano, quando fin troppo prevedibilmente giungono, perché esterne al nucleo monologico attorno al quale il vecchio professore ruota, costituito dalle sue certezze prefabbricate. Queste stesse certezze, sottratte alla prova della parola, sono la fonte del suo rovello, l’ostacolo alla possibilità di uscirne costruendo un dialogo e, con quello, una rappresentazione non soltanto immaginaria di sé e del suo interlocutore. Così anche l’ultimo tentativo di Holden, mettere alla prova del discorso il senso di una propria rappresentazione, naufraga miseramente:

(…) – Senta, professore. Non si preoccupi per me, – dissi. – Parlo sul serio. Me la caverò benissimo. E’ solo che sto attraversando un periodo così, adesso. Tutti attraversano certi periodi così, dico bene?
– Non lo so, figliolo. Non lo so.
Che rabbia, quando la gente risponde a questo modo. – Ma certo. E’ proprio così, – dissi – Parlo sul serio, professore. La prego di non preoccuparsi per me – (…) Grazie, ad ogni modo. Grazie infinite, professore.

Cosa vorrà mai dire “un periodo così”? Certamente neppure Holden lo sa, forse lo immagina ma certamente non lo sa nei termini in cui si può sapere quel che si è detto dopo averlo messo alla prova di un trattamento discorsivo. Certo non è il vecchio Spencer ad aiutarlo in tal senso, col suo modesto “Non lo so, figliolo. Non lo so”. Anche in questo caso la “rabbia” di Holden è il sentimento che accompagna la sua presa d’atto che neppure questa è una risposta, così come neppure quelle precedenti erano state domande. Quel “dico bene?” rimane nell’aria, nell’attesa vana di un conferimento di senso che non arriva. Preso atto dell’impossibilità di comunicare, è forse alla fortuna che il giovane Holden si deve affidare?

Quando avevo già chiuso la porta e stavo tornando nella stanza di soggiorno, lui mi gridò qualcosa, ma non capii bene. Sono quasi sicuro che mi gridò “Buona fortuna!” Spero di no. Accidenti, spero proprio di no. Io non griderei mai “Buona fortuna!” a nessuno. E’ tremendo, se uno ci pensa. (Salinger 1961, 9 – 19)

*(continua)

Bibliografia:

Barthes R., Flahault F. (1980), Parola, in Enciclopedia, Torino, Einaudi.
Salinger J.D (1961), Il giovane Holden, traduzione di Adriana Motti, Torino, Einaudi.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »