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Fuocoaterra e un foxtrot

maggio 24, 2016 • Reportage, z in evidenza

 

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di Seila Bernacchi

Il cielo di Lampedusa oggi è solcato da elicotteri militari, nel tardo pomeriggio rientra una motovedetta della Guardia costiera, è ancora fuori una fregata della Guardia di Finanza. Routine. Alcune notti fa  un padiglione del Centro d’accoglienza di Contrada Imbriacola – trasformato in Hotspot nel settembre 2015 – è stato dato alle fiamme, sembra da un gruppetto di tunisini che sarebbero dovuti partire stamani per un rimpatrio coatto. Frattanto per chi si è fatto identificare continuano i trasferimenti dal Centro al Porto dove la nave della Siremar “Sansovino” li porterà in Sicilia.

Siamo venuti ancora una volta a Lampedusa perché attraverso i nostri canali avevamo saputo di una protesta di alcune decine di migranti che lamentavano le condizioni non dignitose del Centro e rifiutavano di effettuare sull’isola la procedura di fotosegnalazione e i rilievi dattiloscopici. Dal 6 maggio la protesta era scesa in piazza, non più lontano dagli occhi dell’Hotspot incastonato tra le colline rocciose, ma nella piazza della chiesa dove una quarantina di migranti per lo più di origine eritrea e yemenita hanno dormito all’addiaccio per diverse notti e alcuni di loro hanno indetto uno sciopero della fame e della sete.

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Nessun media nazionale ha dato risalto alla notizia, solo l’Associazione Askavusa di Lampedusa ha denunciato la situazione che si stava surriscaldando sull’isola. Ci sono stati momenti di tensione con la cittadinanza, addirittura una scazzottata tra un ragazzo somalo e un commerciante, la protesta si è allora spostata nella piazza dell’ex villa comunale, duecento metri più avanti, sempre sul corso principale ma più periferica.

Avremmo voluto raccontare delle notti scorse, di questi migranti, una decina ormai, che resistono alla schizofrenia della fattuale violazione del trattato di Shengen e l’assurda tenuta in vigore del Regolamento di Dublino III (per cui essere identificati in Italia significherebbe non poter proseguire il viaggio verso altri Paesi europei). Ci riserviamo di farlo un articolo su come funziona l’Hotspot di Lampedusa e sulla plausibilità o meno di chi ne contesta esistenza e gestione delle procedure.

Ma siamo “caratteri liberi” e quando scriviamo lo facciamo raccontando e riflettendo su quello che vediamo ‘in presa diretta’ e non solo (e non tanto) sulle notizie d’agenzia o del sentito dire.
Ecco che oggi pomeriggio, nel corso principale, vediamo piazzate telecamere in prossimità del Belvedere, gli operatori di un noto programma Rai fanno capannello attorno a un uomo che riconosciamo: è Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, uno che nessuno conosceva prima che fosse portato sullo schermo dal film Fuocoammare di Francesco Rosi, Orso d’Oro a Berlino.

Gli stanno dando istruzioni su come muoversi, da dove far partire la sua passeggiata, dove fermarsi, come terminarla. Frattanto anche un altro personaggio del film (lo speaker radio che diffonde musica da ballo) sta allestendo la sua pianola accompagnato da un sax e una tromba.
Appoggiati al parapetto del Belvedere osserviamo la scena: il medico passeggia con il presentatore, si ferma, prosegue ‘verso di noi’.

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Una sosta immancabile all’ Archivio Storico di Lampedusa, un’Associazione gestita da Nino Taranto, che ospita qualche reperto e foto d’archivio, organizza visite guidate ai resti megalitici presenti sull’isola e vende stampe e pubblicazioni sulle isole Pelagie. Una troupe si distacca correndo dentro l’archivio per aspettare l’ingresso del medico. Pochi minuti e escono di nuovo. Si muovono in nostra direzione, qualcuno viene a spiegare al trio dei musicanti come si svolgerà la scena, a un suo cenno, mentre il medico sarà appoggiato al parapetto a parlare mentre contempla il Porto Nuovo, attaccheranno con un pezzo.

Una scena sul parapetto va ripetuta, un pezzo tagliato, stacco sui musicisti, il medico si avvicina loro per salutarli come se li vedesse per caso. Si abbracciano. Suonano un foxtrot, allegria. Il presentatore chiede “ma il Nobel per la pace allora?”, non capiamo la risposta, il vento e gli strumenti ce la negano. Finisce bene, come è iniziato, con Pietro Bartolo che cinge un’operatrice e si fa qualche giro di danza. Chissà se andrà in onda anche quello. Qualche turista come noi – ma, immaginiamo, per ragioni diverse – fotografa.

Una bella promozione dell’isola, una persona meritevole che un film ha tolto dall’ombra, un po’ di notorietà per il trio che rallegra le serate lampedusane. Eppure ci chiediamo se sono stati qualche centinaia di metri più avanti a riprendere i migranti accovacciati su coperte malconce. Hanno visto i loro volti? Sono stati a vedere l’Hotspot? Hanno intercettato come noi i commenti di qualche isolano contro il Governo e le istituzioni agrigentine?
Ci sono stati a riprendere i cinque barconi dei vari naufragi ancora rimessati perché sottoposti a sequestro giudiziario?
Lo hanno ripreso il Fuocatterra?
O è solo spettacolo? Spiaggia dei Conigli, Archivio Storico e volti noti per un film vittorioso?
Nella quotidianità vera le scene non si ripetono, non si aggiustano le azioni, non si cancellano fotogrammi scomodi o le inquadrature imperfette. Le imperfezioni restano tutte, ci stanno le vite storte di qualche disperato e i lamenti di chi il disperato a fatica lo tollera. Nelle riprese degli occhi ci sta tutto, si può solo scegliere – e questo ci rende più o meno umani ed eticamente corretti – di mandare in onda tutta la verità o solo la sua sagoma ben vestita.

E’ difficile raccontare quello che succede qui e che cosa pensa davvero Lampedusa di ciò che suo malgrado l’ha resa tristemente nota. Ci pare oggi di vedere l’altra faccia dell’umanità decantata (non senza qualche retorica omissione ) da Rosi. E’ divenuta anch’essa buon cibo per un programma di intrattenimento.

Vedere il medico che salva le vite dei migranti e che parla con voce accorata nel docu-film, vederlo sulla medesima isola, davanti ai medesimi barconi della morte mentre fa il suo giro di foxtrot ci stride dentro. Non stiamo giudicando l’uomo, ci stiamo solo chiedendo fino a quando l’orrore e la retorica della sua negazione continuerà ad essere spettacolo. E fino a quando e per interesse di chi si continuerà a dare una rappresentazione eroica di un fenomeno complesso ma infondo semplice che include l’accoglienza ma anche il suo risvolto contrario. Coperte malconce e foxtrot.

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