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Il voto austriaco e il declino dei partiti storici europei

maggio 24, 2016 • z editoriale

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di Giorgio Salerno

Il voto austriaco ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo alle Cancellerie di mezzo mondo ed alle forze politiche democratiche. Scampato il pericolo di vedere alla testa di un Paese piccolo, ma nel cuore dell’Europa, un esponente nazionalista e xenofobo, non possiamo pero’ rallegrarci affatto archiviando la vicenda con la consolatoria vittoria del democratico verde Van der Bellen contro l’estremista di destra Hofer.

Esso fotografa un Paese spaccato a metà dove il vincitore è tale solo per 31mila voti di scarto. Una vittoria, quella di Van der Bellen, tipica degli stati di necessità, tutti insieme contro il nemico pubblico numero uno.
In passato una situazione analoga si era prodotta in Francia quando alle Presidenziali del 2002 arrivarono al ballottaggio Jacques Chirac esponente della destra gollista e Jean Marie Le Pen capo del Fronte Nazionale. La sinistra francese pur di sbarrare la Presidenza a Le Pen, il papà di Marine, voto’ in massa per Chirac.

Ve lo immaginate Pecoraro Scanio che diventa Presidente della Repubblica Italiana? Absit iniuria verbis essendo abissali le differenze ed improponibili i paragoni tra il verde italiano, già Ministro in uno dei Governi di Romano Prodi, ed il capo dei Verdi austriaci, a tutto vantaggio del secondo, ma cio’ che è accaduto in Austria con il voto per la Presidenza della Repubblica dimostra una semplice verità: i partiti delle due grandi famiglie europee, i socialisti/socialdemocratici (11,3 % al primo turno) ed i popolari/democristiani (11,1 % al primo turno), hanno esaurito, per dirla berlinguerianamente, la loro spinta propulsiva. 

I due partiti non sono più in grado di attrarre una quantità di voti tali da garantire loro il governo; sembra definitivamente tramontata la fase in cui l’alternanza avveniva tra democristiani e socialisti, come in Germania, oggi governata da una coalizione tra CDU e SPD, democristiani e socialisti, la Grosse Koalition.
Il futuro dell’Austria resta molto incerto e la stabilità del Paese molto problematica: i due partiti, usciti ridimensionati fortemente dal primo turno elettorale, sulla base del voto attuale anche insieme non avrebbero una maggioranza per formare un governo. Questo voto diagnostica un cattivo stato di salute dei partiti storici europei e, per quanto ci riguarda, del socialismo europeo.

Il caso greco è stato il primo campanello d’allarme: la vittoria di Tsipras avvenne soprattutto a spese del partito socialista greco, il Pasok, oggi ridotto al lumicino pur avendo avuto una gloriosa storia nella lotta contro i colonnelli golpisti ed un grande dirigente come Papandreu. La stessa considerazione si può svolgere per la socialdemocrazia austriaca che svolse un ruolo di grande importanza non solo in Austria ma nell’Internazionale Socialista ed ebbe in Bruno Kreiski un autorevolissimo dirigente.

La Francia vede in seria difficoltà la Presidenza Hollande alla vigilia delle Presidenziali dell’anno prossimo. I sondaggi danno il Presidente socialista appaiato con il candidato del Front de Gauche Melenchon e con la quasi certezza dell’impossibilità, per il Presidente uscente, di arrivare al ballottaggio contro Marine Le Pen.
Il Partito Socialista francese è diviso tra un’ala liberale incarnata dal Ministro dell’economia Emmanuel Macron e l’ala sociale, detta anche dei ‘Frondeurs’ incarnata da Martine Aubry. Si arriverà alla scissione? si domandano molti commentatori politici. Certamente uno degli architravi della politica francese, il Partito Socialista, forza di governo con Mitterand, Jospin, Hollande, sembra essere anch’esso esausto, incapace di offrire soluzioni, di motivare il suo tradizionale elettorato e conquistarne uno nuovo.

Il caso italiano è veramente singolare : nel nostro Paese non esiste nemmeno più il nome di un Partito socialista o socialdemocratico degno di questo nome, paese unico al mondo! (né possiamo considerare il raggruppamento di Nencini espressione del socialismo italiano). All’estinzione hanno provveduto per primi gli stessi socialisti dividendosi e suddividendosi in tutte le direzioni. I comunisti italiani, con la geniale trovata di Occhetto, non sono stati da meno, anzi li hanno superati con lo zelo con cui hanno affossato la loro storia ed il loro partito.

Il Partito Democratico, sempre più Partito della Nazione, spostatosi progressivamente a destra, utilizza spregiudicatamente personalità e simbologia di sinistra solo quando si tratta di raccogliere voti in quello che fu il suo tradizionale bacino di influenza. Vedremo alle prossime comunali la consistenza dell’area di sinistra fuori e contro il PD renziano.
Il caso del Labour inglese è in controtendenza con l’abbandono della Terza Via di blairiana memoria e con l’ascesa di colui che incarna l’ala sinistra del socialismo inglese Jeremy Corbin. Per quanto riguarda invece la consistenza elettorale di questo nuovo Labour bisognerà attendere poiche’ la vittoria londinese, con l’elezione del sindaco di origini pakistane, potrebbe essere la rondine che non fa primavera.

Come spiegare la crisi di credibilità del socialismo europeo? La crisi di questi partiti nasce, a nostro parere, dall’omologazione verso il centro, dalla scelta liberal/liberista di politica economica, dall’appiattimento sulle scelte di Bruxelles.

Identificandosi ed a volte rivendicando una primogenitura delle politiche di austerità e di controriforme (vedi la ‘loi du travail’ in Francia cosa sta provocando) volute, in sostanza, dalla grande finanza internazionale e dai tecnocrati della UE. Ma allora se i socialisti fanno la politica della destra perché votarli? Tra la copia e l’originale meglio l’originale! Solo che l’originale si sta colorando sempre più di venature xenofobe, razziste e parafasciste.

La crisi che stiamo vivendo nasce da molti fattori (l’immigrazione, le guerre ai nostri confini, la crisi economica) e la politica non riesce a dare risposte credibili ma, hic Rhodus hic salta, è dovere delle forze politiche tutte rinnovarsi e autocriticamente analizzare i propri errori. Non possiamo proseguire come se nulla fosse e non prendere coscienza dell’estrema importanza del segnale che la piccola Austria ha inviato all’Europa soprattutto.
Per quanto riguarda il nostro campo il socialismo europeo o tornerà ad essere una forza di rappresentanza del mondo del lavoro salariato, precario e degli strati sociali più deboli, o sarà destinato a diventare sempre più residuale.

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