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Le sfide del neo sindaco di Londra

maggio 9, 2016 • z editoriale

 

 

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di Loredana Biffo

L’elezione di Sadiq Khan a Londra in qualità di sindaco, sta suscitando molta curiosità, come se fosse una cosa strana o quantomeno inusuale che una persona appartenente alla fede musulmana possa fare politica ottenendo una carica di rilievo e decretando la fine dei conservatori.
Molti giornali italiani hanno sottolineato quanto l’Europa sia lontana da un modello di integrazione come quello inglese e di come stiano avanzando gli estremismi contro l’immigrazione, da Marie Le Pen a Orban, l’Austria e quant’altro; è particolarmente evidente l’insistenza delle considerazioni sul fatto che si tratti di un politico di fede musulmana, pertanto il focus è sulla questione religiosa.

Ma andando con ordine, cominciamo a porre qualche considerazione su alcuni punti:

Sadiq Khan non è un musulmano arabo, bensì pakistano.
Il Pakistan, è uno Stato “inventato”, che nel 1947 ha avuto un milione di morti per la guerra indopakistana relativa al conflitto tra indù e musulmani, è’ composto inoltre da diversissime etnie, la più numerosa è quella del gruppo etnico dei punjabi, seguito dagli sindhi, i pashtun – originari dell’Afghanistan – gli ibalochi – originari dell’Iran e i muhajir. Inoltre vi sono anche alcune minoranze come i bangali, cristiani, buddisti e animisti.

Khan, è quindi portatore di una cultura composta da un grande mosaico, e soprattutto non referente originaria all’islam.
Si è sempre posto come un sostenitore dei diritti umani in un territorio – quello londinese – dove il Commonwealth ha prodotto una buona integrazione. E per le sue posizioni a favore della questione femminile, i gay e i diritti, e ha subito una Fatwa (condanna a morte) da parte dell’islam radicale, è inoltre evidente dai risultati politici, che con il voto islamico non avrebbe ottenuto la carica di sindaco.

Del resto non è così raro che vengano eletti soggetti di fede musulmana nemmeno in Europa, si veda la Francia che da decenni ha ministre donne islamiche, alcune anche in Germania. E che dire dell’Olanda che ha un sindaco ebreo e un vicesindaco musulmano?
Così come è vero fino ad un certo punto, che la radicalizzazione islamica sia dovuta al disagio sociale, questo può essere vero per il reclutamento della “bassa manovalanza” terrorista, ma i vertici sono sempre in mano alle E’lites.
E’ evidente che Khan non è portatore di un’entità religiosa ma politica, un laburista difensore dei diritti umani.

La cosa fondamentale è non cadere in retoriche pseudo pauperiste che stendono una vernice uniforme su situazioni molto diverse, posizioni che vogliono unificare ciò che non è unificabile. Non dimentichiamo che se c’è un terreno equivoco è quello religioso, e che i testi religiosi sono monumenti di culture e contraddizioni, all’interno dei quali si trova di tutto nelle varie fasi e interpretazioni che ad essi sono state date e che ancora si danno. 

Ed è proprio questa la sfida che si pone nel processo di integrazione legato al multiculturalismo.
E’ la sfida che la sfera pubblica sia laica e permetta la quindi la convivenza dei soggetti portatori di diverse culture di condividere il politico e il sociale mantenendo nella sfera privata gli aspetti legati alle culture religiose da cui provengono o alle quali aderiscano.
“Un sindaco musulmano a Londra mostra che quel riflesso condizionato, funzionale al mantenimento di una certa differenza culturale e a un’integrazione volutamente parziale, frutto anche del timore di annacquare la propria identità, rappresenta una sfida anche per chi coltiva simili concezioni del mondo” ha scritto opportunamente Renzo Guolo  su Repubblica.

Khan è un uomo e un politico che ha avuto il coraggio di sfidare i pregiudizi molto forti come quelli sull’omosessualità e la difesa dell’europeismo, sottintendendo quindi gli aspetti della secolarizzazione. Del resto è sufficiente notare le donne che lo circondano, in primis la moglie, non indossano il velo, il quale rimane (checchè ne dicano i vari sostenitori islamici e simpatizzanti) un forte strumento di controllo sul corpo femminile, sul quale la religione islamica fonda il suo costrutto principale.
Potrebbe essere l’inizio del cambiamento verso una secolarizzazione auspicabile. Soprattutto se il neo sindaco che è anche un giurista capace, nonché strenuo difensore dei diritti umani, sarà in grado di non chiudere gli occhi – come i suoi predecessori e colleghi politici – sulla realtà che si vive a Londra e in Inghilterra, dove sono oltre cento le corti della sharia che operano legalmente, regolando il diritto familiare nelle comunità musulmane.
Quattro dipartimenti del governo (Lavoro e pensioni, Tesoro, Fisco e dogane, ministero dell’Interno) hanno riconosciuto la poligamia. La sharia sta diventando britannica come il fish and chips e il cielo grigio di Londra.

C’è da sperare che un uomo di cultura e sensibilità umanitaria come lui, non perda l’occasione per cogliere la pericolosità dei cambiamenti in atto, rispetto al problema della mutazione delle istituzioni verso i principi inaccettabili della sharia.

Si pensi al fatto che a dicembre 2015 esistevano 85 Tribunali islamici che emettono sentenze aberranti sul diritto di famiglia, sempre ai danni delle donne, nturalmente, senza che nessuno li contrasti.

Il “multiculturalismo” non può essere un qualcosa in cui ognuno è libero di fare quello che gli pare. Il risultato sarebbe la mancanza di una vera integrazione e l’accettazione di comportamenti del tutto avulsi da un contesto democratico, in nome di una “tolleranza” pelosa che non ha né la forza né il coraggio di far rispettare le leggi approvate dal parlamento.

L’auspicio è che questo sindaco  sia davvero laico nella regolamentazione della “cosa pubblica” come sembrerebbe, e che si pronunci contro l’inerzia dello Stato e a favore di principi consoni alla nostra civiltà giuridica.
Altrimenti sarebbe “Soumission”, per dirla con Michel Houellebecq, ed è una follia che sta attraversando l’Europa.
Vorremmo  una risposta su questo preciso punto molto preoccupante.

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