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Renzi e la deriva plebiscitaria del referendum costituzionale

maggio 6, 2016 • Politica, z in evidenza

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di Michele Prospero*

Cosa ha mai detto di così sconveniente la toga (rossa, naturalmente) Morosini da meritarsi le attenzioni molto ravvicinate della solerte macchina della propaganda governativa? Presidenti emeriti che gridano alla “rovinosa paralisi” in caso di affermazione del “no” vengono celebrati come maestri della corretta argomentazione.
Costituzionalisti o magistrati che osano dubitare sulle implicazioni poco virtuose dell’accoppiata magica di Italicum e senato dei dopolavoristi diventano subito degli irresponsabili o degli ottuagenari inattendibili. Ci manca solo un bel servizio sui colori dei calzini indossati da Morosini.
Che idea ha Renzi della democrazia? In ogni occasione, in aula a Roma o in teatro a Firenze, il presidente del consiglioapprofitta per delegittimare i movimenti di opposizione (la “quintessenza dell’opacità” e del “nepotismo” antidemocratico). O per inventare strampalate fondazioni della legittimità del suo potere.

Estranee a una democrazia pluralista sono le immagini usate a Firenze. Renzi ha scandito al teatro Niccolini: “io non sarei mai arrivato a Palazzo Chigi se non avessi avuto una straordinaria esperienza di popolo”. E quale sarebbe stata? Ha avuto di sicuro una legale o “serena” investitura del parlamento ma senza mai passare per alcuna ordinaria misurazione del consenso (altro che “straordinaria esperienza di popolo”).
Chi si appella a un popolo irreale, non attivato in procedure democratiche di conquista del consenso, preoccupa perché pensa di essere un capo che interpreta gli umori profondi della “gente” senza badare alla banale quantificazione dei voti guadagnati in elezioni competitive. Ancora più allarmanti sono le parole successive di Renzi: “Ora c’è una partita che da solo potrei anche vincere ma non basterebbe. Nel referendum la domanda è molto semplice: sì o no. Ma lì dentro c’è molto di più”.

Bisogna leggere bene la frase: oltre alla minaccia di vincere da solo in essa c’è, in una assoluta trasparenza, lo schema del capo che cerca “molto di più” e sfida tutti gli altri perché ha o cerca l’unzione mistica. Cos’altro resta da capire?Il “sì” che chiede al plebiscito di ottobre non è cosmico, come teme Bersani, ma è comunque megagalattico, denso di metafore plebiscitarie.
Per il ruolo istituzionale che ricopre, Renzi non può contrapporre “l’Italia che dice sì e l’Italia che sa dire solo no”. Anche se non cosmico, siamo in un clima di perfetta guerra santa e il presidente del consiglio urla: “l’Italia che dice sì è più forte di tutto il resto”. Chiunque può scorgere i rischi regressivi di queste immagini.

Con una inclinazione populistica Renzi afferma che “la sfida di cambiare l’Italia ha bisogno non soltanto di dotti professori, di argomenti concreti ma ha bisogno della gente”. Quindi, traducendo in prosa, per chi fa finta di non capire la poesia renziana, nient’affatto ermetica: il referendum non riguarda “argomenti concreti”, non ha per oggetto quesiti specifici e non ha caratteri tecnici, in gioco c’è ben altro: una legittimazione del capo come alfiere del nuovo assoluto.

Il senso ultimo del “cammino meraviglioso” da lui previsto per l’autunno è per Renzi solo questo: “noi porteremo gli italiani a votare e a votare per dire ‘sì’ al futuro, e ‘no’ alla vecchia politica”. Nuova traduzione, per chi non vuole comprendere quanto di stridente può sentire con le proprie orecchie: il referendum è un pretesto, è una autorizzazione in bianco che non riguarda le riforme così noiose ma “il futuro”.

E’ lo schema, molto insidioso, della lotta per la legittimazione e in essa il futuro è invocato da chi è al potere che si dipinge come il contropotere che castiga la vecchia politica, ossia le opposizioni, che devono soccombere. Un termine va rimarcato nella frase di Renzi, perché chiarisce tutto il suo pensiero: “porteremo gli italiani a votare”. Ecco: da quando, in una democrazia pluralista, il presidente del consiglio intende “portare” gli italiani a votare?
Per chi fa finta di nulla, vale la pena ricordare altre considerazioni del presidente del consiglio in vista della “sfida affascinante” di ottobre. Il referendum richiede, esorta Renzi, “una gigantesca campagna casa per casa, porta per porta, per vedere se gli italiani vogliono entrare nel futuro a testa alta. Ho bisogno di voi, 10mila comitati in tutta Italia, composti da un minimo di 10 a massimo di 50 persone”. A Palazzo Giustiniani hanno risposto presente aprendo metaforicamente il primo comitato di sostegno.

Gridano al populismo in agguato e non odono l’essenza del populismo in queste parole di Renzi, condite con la più bassa cucina antipolitica: “con il referendum un presidente della Regione non guadagnerà più del presidente del Consiglio, ma neanche più del presidente degli Stati Uniti…”. Esortano al confronto di merito ma è Renzi che copre le riforme di un significato metafisico e dichiara: “due anni fa l’Italia era totalmente incastrata dentro un atteggiamento di costante depressione politica, poi è accaduto che le riforme improvvisamente hanno iniziato a realizzarsi”.

Sfuggendo da ogni considerazione puntuale (“quello che stiamo cercando di fare che è molto più importante del Pil, è restituire agli italiani l’orgoglio di appartenere a qualcosa di grande”) Renzi cerca la consacrazione plebiscitaria per il suo “cambiamento radicale”. Raffigura se stesso come un uomo del destino che è finalmente comparso in terra italica dopo “63 Governi dormienti”. E carica la prova referendaria di ottobre di significati storici epocali: “la sfida più grande comincia adesso”.
Chi ha a cuore la democrazia costituzionale deve reagire alle prove caricaturali di sovversivismo dall’alto orchestrate dai registi di un plebiscito.
Come maestro di demagogia, Renzi dichiara: “Scegliamo di andare a vedere se la gente sta con noi, se gli italiani stanno con noi o no. Questo è un bivio. Questo è quello che ci attende nei prossimi cinque mesi. Girerò come un globetrotter. Gireremo come matti”. Come matti, ben detto. Ma chi non intende seguire i matti verso l’incognito, deve scegliere, da adesso, un no sobrio e democratico. Morosini lo ha fatto.

 

 

*Michele Prospero si è laureato in Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, discutendo una tesi sul giurista Hans Kelsen. Dal 2001 è professore associato di Filosofia del Diritto presso la facoltà di Scienza Politica, Sociologia e Scienze della Comunicazione della Sapienza. Autore di numerosi saggi, collabora con diverse riviste scientifiche e quotidiani.[1], tra i quali soprattutto L’Unità.
I suoi interessi sono principalmente rivolti al sistema istituzionale italiano e al pensiero politico della sinistra.
Michele Prospero, inoltre, svolge attività di editorialista: le posizioni da lui espresse come analista politico sono state aspramente criticate dal giornalista Marco Travaglio, che lo ha accusato di “pagnottismo”. Tra i punti di dissenso, vi è la posizione critica assunta da Prospero nei confronti della democrazia diretta, e nei confronti della fiducia riposta da Marco Travaglio, e dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, nella intrinseca infallibilità del giudizio espresso dagli elettori e del popolo della Rete.   https://www.facebook.com/Michele-Prospero-356786191050118/ 

 

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