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Le donne kurde e la lotta per la “liberazione”

aprile 24, 2016 • Medio Oriente, z in evidenza

 

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di Maria Teresa Gavazza

In occasione del nostro 25 aprile ed il ricordo della liberazione dal nazifascimo, Caratteri Liberi vuole dedicare questo articolo alle giovani combattenti kurde.

Una testimone curda incontra la Rete Radié Resch* 

di Maria Teresa Gavazza

ROJÌN, Sole della vita, una testimone curda incontra la Rete Radié Resch. Nel corso del convegno “Migranti oltre l’accoglienza, uomini e donne in cammino verso l’inedito” a Trevi il 9 aprile 2016, abbiamo letto un pezzo della testimonianza di ROJÌN, scritta da Dino Frisullo.

La giovane donna è ora rifugiata politica in Italia dal ‘97. All’età di sei mesi il padre, militante del PKK, fu rinchiuso nel carcere speciale a Diyarbakir (in curdo Amed). Ne uscì quando lei aveva 10 anni, per rientrarvi ancora ed infine venne ucciso in un villaggio di montagna. Tutta l’infanzia di ROJÌN, come di tanti bambini curdi, ruota intorno e dentro quelle mura grigie: “Il carcere, quando ero piccola, era un luogo bello, il luogo della festa. Mia madre ogni settimana mi vestiva bene e mi portava in visita da mio padre. Non solo da lui: c’erano i suoi compagni, che io chiamavo zii. Cinquecento zii! Tutti giocavano con me, mi passavano di mano in mano nei colloqui, ridevano…

Non mi parlavano di cose brutte, non volevano far male a una bambina. Certo, mi spiegavano che c’era una lotta, e la differenza fra le vittime e gli oppressori. Io ero timidissima, non parlavo mai. Per me parlavano i miei occhi. Sentivo un fuoco dentro, stimavo e ammiravo mio padre i suoi amici. Loro erano la mia vera famiglia, pensavo, non mia madre e gli altri parenti che mi sembravano rassegnati, paurosi e gretti. Sbagliavo: l’avrei scoperto il giorno in cui, morto mio padre, siamo fuggiti insieme, in Europa, mia madre laggiù a combattere.

Le visite erano il lunedì mattina, e quando sono cresciuta coincidevano con la scuola: non potevo andarci sempre. Ma gli insegnanti erano solidali e coprivano le assenze. Ricordo che il primo esercizio di scrittura è stato una lettera a mio padre, con l’aiuto del maestro di scuola. Mai gli insegnanti o i compagni mi hanno fatto pesare il fatto di avere il padre in prigione, anzi era un punto d’orgoglio per me”. (In Dino Frisullo, Se questa è Europa, Odradek, 1999, pp. 94, 95).

Interviene Ozlem Tanrikulu, la presidente dell’Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia e delegata del Congresso Nazionale del Kurdistan KNK come testimone. Il suo intervento si è sviluppato su alcune tematiche fondamentali.

Prima di tutto l’esame degli aspetti geopolitici relativi alle origini del Kurdistan, che rappresentano le radici della questione curda.

Il Kurdistan si estende tra l’Eufrate e il Tigri nella zona dell’antica Mesopotamia, la culla della civiltà. Appare costituita da zone montagnose e campagne coltivabili, ricca di acque e di risorse naturali come petrolio, gas e altri minerali.

La popolazione curda, di origine indoeuropea, è calcolata intorno ai 40 milioni, suddivisa tra Turchia (22 milioni), Iraq (5 milioni), Iran (7 milioni) e Siria (circa 3 milioni), oltre a 3 milioni della diaspora. La lingua curda è di origine indoeuropea: i curdi parlano 4 dialetti, il kurmanji (Turchia, Siria e una parte dell’Iraq), il sorani (Iraq e Iran), lo zazaki (in alcune citta dell’Anatolia) e il gorani (alcune parte dell’Iraq).

Tra i curdi sono diffuse diverse confessioni religiose: sono ezidi (risalenti all’antico zoroastrismo), alewiti, musulmani, cristiani. Il Kurdistan è stato diviso per la prima volta col trattato di Kasr-i Şirin in due parti tra l’Impero ottomano e l’impero persiano nel 1639, poi con il trattato di Losanna nel ‘23 in 4 parti, distribuite tra Turchia, Siria, Iran e Iraq.

I curdi sono il popolo originario della zona; erano organizzati in clan e tribù e praticavano una cultura che oggi diremmo matriarcale. Per esempio, quando c’erano scontri o piccole dispute tra i clan o anche grandi problemi, se una donna del clan gettava a terra il velo qualsiasi scontro si fermava…le donne sono state un importantissimo fattore di protezione della cultura curda, nonostante tutti vari tentativi di assimilazione degli stati in cui i curdi sono stati divisi.

Ciononostante ai curdi non è mai stata accordata né l’indipendenza, né una autonomia, né più banalmente sono stati riconosciuti i propri diritti, a cominciare da quello di parlare nella propria lingua madre. Questa questione irrisolta ha portato a varie rivolte, che proseguono tutt’ora, contro l’oppressione e per il riconoscimento della propria esistenza fisica e culturale.
Le donne curde vivono tra resistenza e sperimentazione di pratiche sociali, legami familiari comunitari, innovazioni di genere.

L’analisi dello sfruttamento della donna nel corso della storia, in unione con la critica del sistema capitalistico basato sullo sfruttamento del lavoro, ha ispirato il pensiero del presidente curdo Abdullah Öcalan nella convinzione che qui vi fosse la causa del ribaltamento del ruolo femminile: in origine una società matriarcale, che solo successivamente nel corso della storia dell’umanità e dell’economia si è volta al predominio maschile e all’accumulazione del capitale.

La donna nell’antichità della Mesopotamia era il perno che teneva insieme la società, divenne poi la “classe” trasversalmente oppressa, da uno Stato patriarcale basato sul dominio e sullo sfruttamento, che si attua con l’istituzione dei confini e della proprietà anche nella sfera privata.

L’autorganizzazione delle donne nel movimento curdo a partire dagli anni Ottanta, in particolare il lavoro organizzativo e ideologico svolto da militanti come Sakine Cansiz (hevala Sara) – tra l’altro accessibile anche in italiano con la pubblicazione del primo e del secondo libro della sua autobiografia. Tutta la mia vita è stata una lotta- ha svelato come le armi ideologiche del sistema svolgano un ruolo più efficace nell’assimilazione all’ideologia statuale e patriarcale di quello delle stesse armi fisiche.

Per questo le donne curde stanno sperimentando una vera e propria rivoluzione sociale, sorretta da un cambio di mentalità (che deve comprendere gli uomini…) la quale vede come obiettivo l’abbattimento del sistema patriarcale (e di conseguenza il superamento del sistema dello stato-nazione che ne è impregnato). Tra l’altro questa rivoluzione comprende la costituzione di accademie e di una vera e propria scienza delle donne, la cosiddetta jineolojî. Si sceglie un particolare problema sociale, si fanno ricerche e si scrivono tesi sul modo in cui risolverlo: l’apprendimento è sempre pratico e anche teorico ed è mirato a servire un bene sociale.

Un altro aspetto importante è il sistema della co-presidenza di genere (che in realtà comprende anche le differenti componenti religiose ed etniche della società): un uomo e una donna si dividono la responsabilità di ogni carica elettiva.

A Kobane le comunità curde si inventano un nuovo sistema di convivenza, una società democratica ed accogliente, rispettosa delle differenze religiose e multiculturali.

Kobane è diventata una città simbolo, la città che ha saputo con le sole proprie forze cacciare gli assassini di Daesh (il cosiddetto stato islamico) quando sembravano invincibili.

Ma questa forza non viene dalle scarse e vecchie armi a disposizione dei partigiani che hanno difeso la città, bensì dalla forza delle loro idee, del loro convincimento: i curdi in Rojava sono diventati oggi una vera alternativa ai sistemi mondiali. Con la loro scelta di non schierarsi con alcuna delle parti in causa, ma di praticare l’autodifesa della propria terra e dell’esperimento dell’autonomia democratica, propongono oggi di superare i confini nazionali.

L’idea del presidente Ocalan di un autogoverno su base locale, nel quale tutte le componenti della società siano protagoniste della propria autodeterminazione, è qui messo in pratica, come si prova a fare anche in Turchia nonostante la repressione asfissiante dello Stato. Non un modello democratico unicamente rappresentativo con al centro il Parlamento, bensì viene data un’importanza centrale ai comitati, ai gruppi eletti localmente, ai ruoli di responsabilità, con una partecipazione di tutti i segmenti della società da un punto di vista religioso, linguistico, culturale, etnico, nonché di genere, che li attraversa tutti.

Questo modello è forte perchè offre una alternativa seria e concreta, praticabile, al sistema di sfruttamento patriarcale e capitalistico, nel rispetto e nella reciproca convivenza dei popoli, delle religioni, dei generi: un modello che adattato alle varie situazioni storiche può essere risolutivo dei conflitti in tutto il mondo, non solo per il Kurdistan o per il Medio Oriente. E’ un esempio che attrae sempre più persone in tutto il mondo, e che può far paura ai governi; ma non si può continuare a illudere i popoli e a giustificare i propri sbagli dietro la facciata della democrazia, come si fa in Europa. Questo non è un comportamento che fa progredire una società, bensì le toglie ogni speranza.

Vengono suggerite iniziative e proposte sulle nuove strategie di lotta, volte a far fiorire germogli di speranza in un cammino inedito.

Cosa si può fare?

Ozlem spiega:

“Noi curdi abbiamo sempre cominciato dal nostro piccolo. Abbiamo dato significato a tutte le piccole gocce che compongono il mare rispettando le differenze. Vi faccio un esempio: oggi siete qui in 300 delegati della rete, magari fino ad oggi sapevate poco o nulla del Kurdistan, ma so che oggi ho parlato con 300 persone, e se ognuno di vuoi parlasse di ciò di cui abbiamo discusso qui anche con una sola persona vorrebbe dire che già siamo in 600 e cosi via…

L’importante è non fermarsi a ciò che la stampa o qualcun altro ci dice sui curdi a partire dalla propria mentalità.

Ci sono iniziative concrete in atto, perché siamo un popolo che ragiona, riflette e parla ma che deve anche costruire tutte queste idee. Perché non abbiamo tutto il tempo, non c’è ancora una stabilità, ma quella vita stabile la dobbiamo costruire noi giorno per giorno con un vero sistema popolare alternativo. Il confederalismo democratico e il suo sistema generale non si possono realizzare senza una adeguata formazione, senza un’autogestione dei luoghi, senza sentire sulle propie spalle la responsabilita che ognuno dei curdi deve prendere per andare avanti su questa strada…

A Kobane abbiamo vissuto una guerra feroce. Ma anche una resistenza storica. Ora ci sono i figli rimasti orfani che nonostante tutto quello che hanno vissuto devono continuare a vivere. Abbiamo un progetto di adozione a distanza dei bambini orfani, ci sono le donne che vogliono organizzarsi e fare formazione per concretizzare quelle idee e il sistema di democrazia dal basso (http://www.bimbidikobane.com/)

E’ un’iniziativa importante insieme alla costruzione di una casa per le donne.

Ogni piccola goccia ha per noi significato, per la ricostruzione della vita, della democrazia, ma se deciderete di aderire a uno di questi progetti sappiate che non lo starete facendo solo per i curdi, lo farete per voi stessi, perché anche se non vengono ancora riconosciuti formalmente da nessuna parte, i curdi insieme agli altri popoli del Medio Oriente che sentono la responsabilità della costruzione di una vita democratica libera, stanno resistendo per tutta l’umanità”.

Conclusioni
Questo racconto toccante ci ha consentito di tessere nuove reti, nelle quali le protagoniste sono giovani donne, vero anello forte di una resistenza coraggiosa. Esempio di lotta contro un rigido patriarcato, che, come nelle società europee, esclude e mette ai margini le donne.

*L’Ufficio di informazione del Kurdistan in Italia: UKI collabora con Caratteri Liberi

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