MENU

Risorse minerarie e conflitti

aprile 8, 2016 • Reportage, z in evidenza

miniera-africa-241917

Redzione

Le prime risorse necessarie alla vita sono terra, acqua e luce per produrre cibo. Ma occorre arare, seminare, raccogliere, proteggere e conservare i raccolti, imbrigliare le acque con dighe e canali… tutti lavori che richiedono collaborazione costante e intelligente, ben coordinata, fra le persone che abitano la stessa terra, altrimenti non si produce abbastanza per far vivere tutti.

Le ricchezze minerarie invece non si coltivano, non si fabbricano: o ci sono, o non ci sono.
È vero che occorre lavoro per trovarle e per creare gli impianti per estrarle dal terreno, ma poi con poco lavoro si ricava molta ricchezza per decenni. Il lavoro giornaliero di un minatore o di un addetto all’estrazione del petrolio può produrre anche 100 volte la ricchezza prodotta dal lavoro di un addetto all’agricoltura: dipende da quanto è raro e utile quel minerale.

Perciò la presenza di ricchezze minerarie scatena spesso guerre per il possesso di quei giacimenti che producono tanta ricchezza con relativamente poco lavoro. Le ricchezze minerarie sono spesso una maledizione per le popolazioni che vivono sul territorio, perché vengono coinvolte in guerre frequenti.

Inoltre il fatto che le risorse minerarie producano tanta ricchezza con poco lavoro non induce a sviluppare altri tipi di attività più complesse, che richiedono studio e organizzazione e collaborazione fra tante persone diverse – tutte cose difficili da ottenere e da mantenere. Proprio per questo le popolazioni che hanno abbondanti ricchezze minerarie rimangono sovente povere e arretrate. Fanno lavori pesanti ma semplici, per piccoli gruppi che controllano grandi ricchezze e assoldano eserciti privati per difenderle, o per conquistarle.
Alla popolazione a volte rimane quasi soltanto la possibilità di essere quelli che sparano, o fra i pochi che svolgono un duro lavoro manuale, o fra i molti che non sanno come sopravvivere, perché non trovano altro tipo di lavoro.

Anche quando il territorio ricco di minerali non è tormentato dai predoni, è facile che governi populisti sfruttino le risorse per dar ricchezza alla popolazione, trascurando la ricerca di altre possibilità di sviluppo e senza investire per il futuro. Il caso più chiaro è quello del Venezuela.

Il Venezuela è un paese tropicale fertile, affacciato sul mare, ricco d’acqua, con abbondanza di miniere di oro, coltan, rame, bauxite e nickel, e con le maggiori riserve di petrolio fra tutti i paesi del mondo. Tutto il territorio a nord del grande fiume Orinoco contiene laghi sotterranei di petrolio. Ma si ricava molta energia anche dagli impianti idroelettrici e dal gas. Ci sono molte miniere di carbone. Il Venezuela sembra destinato a un grande sviluppo economico.

In realtà il PIL del Venezuela rimase modesto fino a metà degli anni ’90. Crebbe molto dopo il 1999, quando prese il potere Hugo Chavez, che aveva un programma di distribuzione della ricchezza alla popolazione. Tutto bene? Finalmente l’economia del paese è decollata e tutti sono soddisfatti? No, oggi l’economia è in rovina, l’inflazione è altissima, i negozi sono semivuoti, la polizia deve intervenire a disciplinare le code e la distribuzione del cibo.
Scoppiano frequenti rivolte nelle strade. Il Venezuela ha un tasso di criminalità fra i più alti al mondo. In Italia dal 2000 in poi abbiamo avuto una media di 1 omicidio all’anno ogni 100 000 abitanti. Il Venezuela ne ha avuti 50 volte di più.

Che cosa è successo, e perché?

In passato c’era poco sviluppo perché le ricchezze naturali del paese bastavano a sfamare tutti e arricchivano alcuni, ma non inducevano a rischiare, innovare, fare progetti difficili e complessi, investire in nuove aziende. Chavez lanciò e attuò una politica diversa: utilizzò la ricchezza mineraria per mandare a scuola gratuitamente tutti, provvedere sanità, pensioni e costruire nuove case. Diede anche lavoro a tutti, al costo di impiegare dieci persone per fare il lavoro che avrebbe potuto fare una persona sola o di moltiplicare la burocrazia.
Tanto le risorse per pagare gli stipendi c’erano… Le condizioni di vita della popolazione migliorarono molto velocemente. Come dice questo manifesto, in 15 anni la spesa per la sicurezza sociale è aumentata di 21 volte, lo stipendio minimo garantito di 28 volte, tutte le altre spese di carattere sociale e culturale da 6 a 9 volte.

Ma la ricchezza prodotta non era davvero aumentata in modo significativo. Non si erano create molte nuove imprese, nuove attività. Anzi, si lasciarono invecchiare gli impianti dell’industria del petrolio, senza ammodernarli.

Fra il 1999, quando Chavez prese il potere, e il 2011, quando i prezzi del petrolio erano ancora alti sul mercato mondiale, il valore in dollari delle esportazioni di petrolio aumentò di oltre 4 volte, passando da 14,4 miliardi a 60 miliardi di dollari. Il reddito medio pro capite dei Venezuelani aumentò di 2,63 volte, passando da 4105 a 10810 dollari; ma il Bolivàr, la moneta venezuelana, si svalutò di circa sei volte rispetto al dollaro, passando da circa 0.70 a oltre 4.15 Bolivàres per dollaro.
Questo significa che i Venezuelani nel 2011 pagavano 6 volte più Bolivàres per importare gli stessi prodotti che importavano nel 1999: soprattutto prodotti alimentari, ma anche automobili, mobili, telefoni, televisori, computer e ogni tipo di macchinari e di tecnologie che non si producono nel Paese.

Le importazioni crescevano troppo, il Bolivàr si svalutava, l’inflazione interna era alta, perciò nel 2012 il governo pose un limite alla possibilità di cambiare i Bolivàr in dollari, scatenando così la richiesta di dollari sul mercato nero. La medicina si rivelò subito peggiore del male. Nel 2012 occorrevano 10 Bolivares per comperare un dollaro sul mercato nero, a settembre 2015 ne occorrevano più di 800!

Poi nel 2015 i prezzi internazionali del petrolio sono crollati, perciò il governo del Venezuela non è più in grado di far vivere bene la popolazione: stampa tanto denaro per pagare stipendi, pensioni e sussidi, ma non ha la valuta straniera con cui pagare tutti quei beni che il Venezuela deve importare perché non ha aziende e imprenditori e tecnologia capaci di produrli. Così il denaro che il governo stampa alimenta soltanto l’inflazione e la paura.

Qualunque economia è stabile e sicura se è molto diversificata, con tante specializzazioni e dunque tante possibilità diverse di crescita, e se la popolazione ha capacità di innovazione e di impresa. Se un’economia è legata essenzialmente a fonti di ricchezza minerali è poco stabile perché dipende dal prezzo internazionale di quei minerali, che può variare enormemente in breve tempo. Inoltre tende ad alimentare una società arretrata, che non stimola la ricerca, la creatività, l’innovazione, l’organizzazione efficiente.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »