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La “Stepchild”, uscita dalla porta è rientrata dalla finestra

marzo 24, 2016 • Sui Generis, z in evidenza

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di Matteo Cresti

Dopo settimane infiammate da aspre discussioni sulla “stepchild adoption” (adozione del “configlio”), e i Te Deum di giubilo di Alfano, trionfatore e restauratore dell’italica famiglia naturale, ecco che come un fungo dal sottobosco rispunta quell’opzione che in tanti si erano adoperati a far naufragare.
Il 23 dicembre 2015 il tribunale per i minorenni di Roma presieduto dalla giudice Melita Cavallo, oggi in pensione, aveva depositato una sentenza che sanciva l’adozione del figlio biologico del partner dello stesso sesso.
La sentenza non è stata impugnata, ed è divenuta pubblica il 21 marzo. Due padri omosessuali, che avevano avuto un figlio attraverso la gestazione per altri, si vedono riconosciuti da parte dello stato come famiglia, e soprattutto il minore si vede riconosciuta questa relazione con entrambi, una relazione sociale e affettiva sicuramente preesistente, ma che adesso diviene anche legale.
Tutto questo a dimostrazione che una legge che lo consentiva c’era già, si trattava di rendere tutta la pratica meno complessa. La sentenza si riferisce alla lettera d) della disciplina sulle adozioni, che regolamenta i casi in cui vi sia impossibilità di un affidamento preadottivo.
In questo caso la potestà genitoriale era esercitata dal genitore biologico, e visto il legame affettivo e sociale con il genitore sociale, e il maggiore interesse del minore, che era quello di vedersi riconosciuto e tutelato questo legame, il giudice ha provveduto a riconoscere tale legame genitoriale. Questo è costato però alla famiglia tempo e denaro, nonché un certo carico emotivo, dal momento che come previsto dalla normativa in questi casi ci sono stati interventi dei servizi sociali, degli incaricati del tribunale, delle forze dell’ordine che hanno dovuto verificare l’esistenza di tale legame.

L’ex ddl Cirinnà invece avrebbe previsto l’estensione alle coppie omosessuali quanto già previsto per quelle eterosessuali dalla lettera b) della legge sulle adozioni, cioè l’adozione del figlio del coniuge, che avviene in modo molto più spedito e senza grandi spese economiche ed emotive.
La politica italiana solo per ideologia e propaganda ha giocato sulla pelle dei bambini e delle famiglie omogenitoriali, che se vogliono vedersi riconosciute, devono sobbarcarsi un onere economico ed emotivo non indifferente. Se la politica fosse stata coraggiosa e avesse pensato ai diritti dei suoi cittadini e al loro rispetto, non avrebbe condannato questi bambini ad una vita familiare a metà. Invece come al solito i nostri politici si sono nascosti dietro ideologismi, dietro falsi moralismi e doppiogiochismi. Per fortuna che ci sono le corti, che equilibrano i poteri.
E contro le corti si scagliano in molti. Le chiamano sentenze creative, o giudici che scavalcano il parlamento e i cittadini, giudici che si impossessano anche di poteri che non dovrebbero appartenergli: ai giudici il potere giudiziario, al parlamento quello esecutivo.
Fa parte del sistema di equilibri democratici, che se un cittadino crede che i suoi diritti siano stati conculcati possa fare ricorso ai tribunali, che vaglieranno il diritto e i principi su cui questo si fonda, per stabilire se questo sia vero oppure no. I tribunali stanno facendo questo: ripristinano la giustizia dove altri si erano rifiutati di farlo. Non è colpa dei tribunali se il parlamento è ostaggio della “sindrome da elezioni” la ricerca disperata del “voto in più” alla prossima tornata elettorale, se il parlamento se ne frega dei diritti dei suoi cittadini e preferisce segregare una minoranza solo per rimanere incollato alla poltrona.
Per fortuna ci sono le corti, che fanno rientrare dalla porta i diritti che erano stati buttati giù dalla finestra.

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