MENU

Shaimaa, la donna che morì due volte

febbraio 15, 2016 • Agorà, Articoli, z in evidenza

kairo1

 

di Loredana Biffo

Di lei resteranno le ultime immagini struggenti, moribonda tra le braccia disperate dell’avvocato che tentò invano di soccorrerla. Il bel viso rigato di sangue. E dopo, l’abbandono ormai inerte alla morte, con quella mano che si inarca in un estremo addio alla vita.

“Provo la stessa sensazione di un anno fa, é come se  Shaimaa Al-Shabbagh fosse stata assassinata di nuovo”, dice Sayed Abu Elela il suo soccorritore.
Così Shaimaa è stata uccisa dalla polizia del regime militare egiziano, colpita da proiettili di gomma ad una manifestazione pacifica in piazza Tahrir in Egitto; come Regeni è una vittima della repressione del governo militare. Shaimaa, una giovane donna di 32 anni, attivista del piccolo partito Alleanza Popolare Socialista.

In piazza Tahrir, per ricordare le vittime della rivolta di quattro anni fa, portava fiori insieme ai suoi compagni e più indietro uno striscione che non parlava di religione, perchè loro sono laici e socialisti, ma diceva semplicemente quello che da oltre un secolo i poveri e gli sfruttati del mondo hanno innalzato contro le fucilate e le cannonate di ogni repressione: “pane giustizia lavoro”.
Ci si era illusi che per una volta fosse stata fatta giustizia, che lei, la vittima di un diritto “negato”, quello di manifestare, avesse dato, dopo la sua assurda morte, la speranza dell’esistenza di una qualche forma di giustizia, e invece no.
Dopo aver rinnegato qualsiasi responsabilità, il ministero dell’Interno, e il presidente Al Sisi avevano tentato una discolpa ammantata di retorica, e il poliziotto  Hatem Salah Eddin delle forze anti sommossa era stato condannato a 15 anni di carcere per omicidio preterintenzionale, come se sparare contro una persona fosse qualcosa che va oltre l’intenzione di uccidere (sic!) nell’ordinamento egiziano si tratta di condanna  per un’azione che «porta alla morte», un capo di imputazione comunque più lieve rispetto all’omicidio. . Però in questi giorni, la Corte di Cassazione ha accolto l’appello e annullato la sentenza riaprendo un nuovo processo. E’ passato del tempo, e probabilmente si spera che la gente, il mondo abbia dimenticato l’accaduto, quindi si può tornare ad agire reprimendo le vittime e salvando i colpevoli.

La motivazione è che non essendo stata una manifestazione autorizzata – queste le argomentazioni dell’avvocato difensore – in “circostanze evidentemente eccezionali” l’agente essendo “inesperto” perchè aveva solo 25 anni, si sarebbe “confuso”.

Queste sono state le parole dell’avvocato Farid Al-Deeb, che fu anche avvocato del presidente Mubarak. Shaimaa è morta tra le braccia del suo soccorritore che l’ha vista accasciarsi inerme, e ora il responsabile potrebbe essere assolto o condannato con la condizionale. Viene spontanea l’amara riflessione sul fatto che i crimini commessi da chi indossa una divisa non sono mai puniti, questo vale in ogni paese, ma non è un motivo per trascurare questa grave violazione dei diritti umani o di rassegnarsi allo stato delle cose.

Shaimaa madre di un bambino di sei anni, è stata uccisa con un mazzo di fiori in mano mentre manifestava pacificamente; attivista dell’Alleanza popolare, era anche una poetessa. Di lei ho letto una poesia, scritta quasi con la stessa lieve ironia, sospesa serena sulla luce ferma del mondo, come quelle che hanno reso famosa la grande Wislawa Szymborska. Era dedicata alla sua borsa smarrita.

Ora anche lei è smarrita per sempre e nell’immensa scena cruenta e indifferente del mondo resterà per sempre quella piccola assenza. Perché sono assenze come quella di Shaimaa che rendono il mondo sempre meno umano e la giustizia sempre più ingiusta.

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »