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Le chiamavano “truppe cammellate”

febbraio 8, 2016 • Ipparchia Docet, z in evidenza

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di Caterina Simiand

Un tempo costituivano uno spettacolo assai più discreto di quello oggi sbattuto sui media, con insistenti giornalisti che parano microfoni sotto il naso di signori cinesi che a stento biascicano qualche parola di italiano, entrano in un seggio delle primarie del Pd di Milano, si prendono la loro scheda e scrivono un nome per loro fortuna breve breve, un po’ strano e assai diverso dagli ideogrammi che hanno imparato a scuola.

Ma, si sa, i cinesi sono persone diligenti ed imparano facilmente la lezioncina.
Ebbene, ci è toccato vedere anche questa.

Niente di nuovo sotto il sole, però. Solo che un tempo le chiamavamo con dispregio ed ironia “truppe cammellate”. Erano gruppi etnici o gruppi sociali o qualunque altro aggregato umano mobilitabile dai candidati interni ai partiti per contendersi il potere, cioè il diritto a candidature per gestirlo.

Il tutto, non gratuitamente, s’intende, perché il voto sottintendeva un occhio di riguardo – chiamiamolo così – per i votanti.

Un tempo non esistevano le primarie, ma esistevano partiti che si autoproclamavano democratici, secondo il metodo auspicato dalla Costituzione, ovvero i partiti storici della prima repubblica, la Dc, il Psi, i partiti centristi e assai meno il Pci che invece praticava il centralismo democratico, cioè le cooptazioni senza voto.

In quei partiti per decenni ad ogni congresso si è votato nelle numerose sezioni sparse per il territorio, in un rito ben regolato e lungo a volte mesi, sulla base di mozioni politiche differenti che afferivano a candidati diversi.

Era sempre un bello spettacolo quello del popolo che discuteva in sezione e poi votava. Ma anche lì c’era chi barava. Capitava infatti che spuntassero all’improvviso lunghe file di persone che in sezione non s’erano mai viste, ma che possedevano una tessera regolarmente pagata e si aggiravano spaesate, come chi deve sbrigare una pratica senza sapere bene perché.

Subito si sussurrava che erano “i calabresi” o “i lucani” o “i siculi” del tale o tal altro detentore di pacchetti di tessere, che si palesavano a supportare il loro sponsor con quel votino che significava deleghe al congresso e rappresentanza.

Subito si stigmatizzava la scorrettezza e partivano polemiche infuocate contro coloro che stravolgevano regole sacrosante.

Renzi ci ha raccontato per anni durante le primarie che esse erano il mezzo perché la gente tornasse ad impossessarsi della politica dopo la scomparsa dei partiti storici col loro insediamento territoriale.

E’ stato uno dei più convinti fautori del sistema mutuato dalla democrazia americana e oramai largamente usato un po’ dappertutto. E’ stato, meritatamente, incoronato dalle primarie e ha promesso che sarebbero state regolamentate per legge al fine di acquisire legittimità e autorevolezza.

Nel frattempo di primarie se ne son fatte parecchie ma di regole non se ne sono viste. In compenso abbiamo visto da qualche parte assalti ai seggi e annullamenti e ora ricomparire a Milano le truppe cammellate a sostenere un suo candidato.

Dicono che nella vita occorra accontentarsi per stare sereni. Quindi, cara gente, che dire? “State sereni”.

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