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Vicenda Telecom, l’Italia non s’è desta

novembre 5, 2015 • Reportage, z in evidenza

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di Vincenzo Vita

Telecom mon amour. Per l’ex monopolista è la volta della Francia che, attraverso il già presente Vincent Bolloré con Vivendi (20%) e la new entry del finanziere Xavier Niel con Iliad (15% annunciato), potrebbe virtualmente controllare l’azienda italiana. Fino a poco tempo fa il pallino stava nelle mani iberiche di Telefonica.

“O Franza o Spagna, purché se magna”, recita il motto attribuito al Guicciardini. Ma, qui, è la vecchia potenza del settore ad essere mangiata. Ora Consob e Ministero dell’economia si stanno preoccupando ed è cominciato il dibattito un po’ logoro e spuntato sul che fare. Né golden power, né marchingegni improvvisati possono frenare la scalata, se non la normativa sull’offerta pubblica di acquisto. Che, però, non sembra essere la condizione dell’avanzata d’oltralpe. Al momento, almeno, i due signori del french capitalism non paiono alleati, almeno al punto di ingaggiarsi sull’OPA.

La sequenza in corso ora è l’ennesimo capitolo di una saga dalle tinte insieme drammatiche e grottesche. I progenitori di Telecom (Stet, Sip, e così via) erano fortissimi centri di potere, però funzionavano e i conti reggevano. In zona contigua, ancorché diversa, si muoveva il gioiello Olivetti.
Tuttavia, le scosse privatizzatrici che hanno investito l’ex azienda leader della rete e dei servizi ne hanno indebolito capitalizzazione e resistenza, facendone un contenitore debole e perciò ancor più appetibile. Tant’è. La prima fase della messa sul mercato, nel 1997, risentì della miopia e dell’angustia del capitalismo familiare.

Mentre esplodeva lo tsunami delle dot.com e la telefonia trainava l’era della nuova accumulazione proprietaria con i cellulari delle moderne generazioni tecnologiche -nell’acqua digitale- lorsignori rimanevano acquattati nelle loro cittadelle, guardando dagli oblò la corsa futurista dell’innovazione. La fase uno si chiuse con un “nocciolo duro” azionario in realtà molle e friabile.

Il secondo tempo, nel 1999, appartiene alla storia degli incubi notturni piuttosto che alle tavole del Capitale. E, un giorno dopo l’altro, eccoci al contemporaneo. La vicenda di Telecom assomiglia all’autobiografia della nazione, dove intrighi, cialtronerie ed assenza di una decente politica industriale hanno dato vita ad una miscela mortifera.

Quelli dell’“italianità” dove stavano quando sono state fatte a pezzi l’elettronica di consumo, la genialità dell’era pionieristica dei computer, le ricerche avanzatissime della Rai a Torino, le preziose fabbriche di componenti? Al punto, che la società in pole position per diffusione di portatili e smartphone in rapporto alla popolazione si ritrova sprovvista di manifatture e di gestori. Se Telecom varca definitivamente i confini, la partita si chiude. E l’Italia è terra straniera. Europa? Sì, ma pure Cina, Corea, Stati Uniti e altro.

In tutto ciò, non si sentono grida d’allarme sull’occupazione. E sì, le vittime del Risiko rischiano di essere innanzitutto coloro che producono valore e che non sanno dove finiranno le catene degli algoritmi. Una voce si è alzata dalle organizzazioni sindacali. Ma servono soprani, baritoni e tenori. Che urlino la verità. Mentre si naviga agli ultimi posti per la banda larga e ultralarga, il testo di legge sulla stabilità (art.29) ha tagliato del 50% la spesa informatica per la Pubblica amministrazione. Eppure la Camera dei deputati vota che Internet è un bene comune.

E il governo, forse, non se ne accorge. Esiste una linea generale? Sembra di no. L’Italia non s’è desta. Di francese servirebbe la Rivoluzione.

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