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Assolto Erri De Luca, resta la ferita dell’intimidazione del pensiero

ottobre 19, 2015 • Reportage, z in evidenza

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di Seila Bernacchi – inviata a Torino

La presenza all’udienza conclusiva del processo a Erri De Luca e alla sua parola contraria è stavolta ancora più consistente. Società civile, molti NoTav con il fazzoletto al collo, molta stampa assedia sin dalle 8 del mattino l’ingresso del tribunale e poi l’aula dove si svolge il processo.
Alle 9:30 arriva il giudice. Sono previste le repliche rispetto allo scorso dibattimento. Non ci sono. Né l’accusa né la difesa hanno da integrare gli ampi impianti processuali del 21 settembre u.s.

C’è invece la dichiarazione spontanea dell’imputato. Si alza in piedi Erri De Luca, con la sua magritudine ferma, e inizia a leggere.
Possiamo solo riportare integralmente (in calce a questo articolo) le sue parole, riassumerle significherebbe usare le cesoie contro le sue ragioni.

Dopo queste parole c’ è un silenzio teso, commosso, si trattiene dal pubblico un moto d’adesione che nel suo comprimersi si manifesta più forte.
Il giudice stabilisce per le ore 13 la lettura della sentenza.

Quale sia l’esito il processo alle parole dello scrittore rimarrà la memoria di quell’avamposto di cui parla De Luca nella sua dichiarazione. Intanto le parole sono state processate. Forse non ci sarà condanna per la persona che le ha pronunciate. Ma l’incriminazione, il tentativo di trasferire criminalità a una parola di dissenso, resterà.

Resterà anche la bellezza di tanti cittadini comuni, NoTav e non solo, che dall’inizio di questo processo ci sono stati mettendo in campo accanto all’assistenza legale degli avvocati difensori, Vitale e Ballerini, una straordinaria ‘assistenza civile’.

Poche e silenziose sono state da parte del mondo dei cosiddetti intellettuali le adesioni alla difesa della parola contraria. Ci si conforma? Si teme di aver ripercussioni? Si è indifferenti?

Quale che sia il motivo, anche questo silenzio fa parte del processo e di quell’avamposto. Si poteva non condividerla si doveva però difendere la libertà di poterla dire.

Assieme allo Stato che processa le parole (e lo ripetiamo, non gli insulti, il vilipendio ma l’opinione contro) abbiamo assistito al silenzio che si fa complice di una censura.

Non c’è assoluzione che possa risarcire lo scrittore Erri De Luca e tutti noi dello spaventevole rischio di non poter più dire a voce alta – se non a rischio d’incriminazione- “non sono daccordo.”

Abbiamo seguito questo processo, abbiamo visto sul banco degli imputati De Luca e il vocabolario della lingua italiana. Sgusciavano via entrambi alle accuse, non in fuga ma in una resistenza che non poteva che essere più forte del tentativo di incarcerarli, per un’idea l’uno, per il significato l’altro.

Resterà, dicevamo, questo odore di lontananza dalla libertà, questa complicità distratta a un atto d’intimidazione del pensiero.
Anche se è finito il processo e alle ore 13:15 di fronte a una folla quasi raddoppiata rispetto al mattino, Erri De Luca è assolto. La gioia e la commozione del pubblico incontenibili, un lungo applauso accoglie l’assoluzione “perche’ il fatto non sussiste”.
“Almeno uno è assolto” commenta lo scrittore abbracciando un valligiano. E poi “usciamo all’aria aperta”.
……..

Testo della dichiarazione spontanea di Erri De Luca:

“Sarei presente in quest’aula anche se non fossi io lo scrittore incriminato per istigazione. Aldilà del mio trascurabile caso personale, considero l’imputazione contestata un esperimento, il tentativo di mettere a tacere le parole contrarie. Perciò considero quest’aula un avamposto affacciato sul presente immediato del nostro paese. Svolgo l’attività di scrittore e mi ritengo parte lesa di ogni volontà di censura.

Sono incriminato per un articolo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della storia d’Italia. Considero quell’articolo superato dalla successiva stesura della Costituzione della Repubblica. Sono in quest’aula per sapere se quel testo è in vigore e prevalente o se il capo d’accusa avrà il potere di sospendere e invalidare l’articolo 21 della Costituzione.

Ho impedito ai miei difensori di presentare istanza di incostituzionalita’ del capo d’accusa. Se accolta avrebbe fermato questo processo, trasferito gli atti nelle stanze di una Corte costituzionale sovraccarica di lavoro, che si sarebbe pronunciata nell’arco di anni. Se accolta, l’istanza avrebbe scavalcato quest’aula e questo tempo prezioso.

Ciò che costituzionale credo che si decida e si difenda in posti pubblici come questo, come anche in un commissariato, in un’aula scolastica, in una prigione, su un posto di lavoro, alle frontiere attraversate dai richiedenti asilo. Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società.
Sono incriminato per aver usato il termine sabotare. Lo considero nobile e democratico. Nobile perché pronunciato e praticato da valorose figure come Gandhi e Mandela, con enormi risultati politici. Democratico perché appartiene fin dall’origine al movimento operaio e alle sue lotte.

Per esempio uno sciopero sabota la produzione. Difendo l’uso legittimo del verbo sabotare nel suo significato più efficace e ampio. Sono disposto a subire condanna penale per il suo impiego, ma non a farmi censurare o ridurre la lingua italiana.

“A questo servivano le cesoie”: a cosa? A sabotare un’opera colossale quanto nociva con delle cesoie? Non risultano altri insidiosi articoli di ferramenta agli atti della mia conversazione telefonica. Allora si incrimina il sostegno verbale a un’ azione simbolica? Non voglio sconfinare nel campo di competenza dei miei difensori.

Concludo confermando la mia convinzione che la linea di sedicente alta velocità in Val di Susa va ostacolata, impedita, intralciata, dunque sabotata per la legittima difesa della salute, del suolo, dell’aria, dell’acqua di una comunità minacciata.
La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato” (Erri De Luca, 19 ottobre 2015)

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