La credibilità del giornalista
di Dario Cataldo
La crisi dell’editoria c’è e si vede. È estesa a livello globale, vuoi per i nuovi mezzi di comunicazione, vuoi per la frammentazione dei media. In tale situazione, quale futuro per il giornalismo? Carta stampata o digitale? Blog o testate giornalistiche? Giornalista sì o giornalista no? Lo spunto per una riflessione deriva dalla Conferenza che si è tenuta recentemente a Belgrado.
Dunja Mijatovic, rappresentante dell’OSCE per la libertà dei media è stata chiara; in merito alla situazione dei Balcani – che comunque è estendibile a più realtà – “la situazione del giornalismo è preoccupante”. Il problema più spinoso sono le censure che in contesti come quello dell’Ex Jugoslavia sono sempre più insistenti. Ad esse si aggiungono i sempre più esigui finanziamenti che girano intorno al mercato dell’informazione, che fanno da trampolino al reale problema che attanaglia i media: i poteri governativi.
Quanto pesa la volontà del Governo sulle scelte editoriali? Quanto è ingerente la politica nella censura di storie scomode? La sommatoria di tali fattori tratteggia uno scenario che pone il giornalista dinanzi al bivio per eccellenza: essere schiavo dei poteri forti, succube della volontà altrui o forgiarsi della dignità che solo la libertà di pensiero concede.
Il mestiere del giornalista è tra i più belli è tra i più denigrati del panorama lavorativo. Quando un articolo è scomodo, lede la sensibilità del signorotto di turno, o semplicemente fa luce laddove è buio, improvvisamente si allerta la macchina della calunnia, della maldicenza.
Comincia la caccia alle streghe, la violenza verbale e talvolta fisica – quanti operatori dell’informazione perseguitati dalla criminalità organizzata? Mijatovic durante i lavori della conferenza ha citato casi estremi di giornalisti incarcerati o ancora peggio vittime di omicidi irrisolti. ”Il problema risiede nel modo in cui tutta la società, e non soltanto i governi, trattano i giornalisti, le società non sono ancora pronte a dire non maltrattate chi fa informazione e neanche le democrazie di lunga durata hanno maturato questo tipo di responsabilità”.
Non allontanandoci troppo, restando fedeli al panorama italiano, se ogni pretesto è buono per sparare a zero dai propri blog sui giornalisti, lanciando invettive che generano ostilità, di che cosa stiamo parlando? Se il Beppe Grillo di turno predica la tanto vituperata democrazia ma è il primo che non accetta le logiche della libertà di pensiero, apostrofando i giornalisti come il cancro della società, corriamo il rischio di incappare in un circolo vizioso dal quale è difficile uscirne.
Certo, la faziosità della notizia spesso da credito a certi mal di pancia; l’informazione “dovrebbe” essere filtrata da criteri dell’accuratezza e dell’imparzialità. Senza giri demagogici, il valore dei media assolve nella teoria ad un fine ultimo che è quello di consentire ai lettori di “decidere liberamente”, creando una visione soggettiva che apre al confronto. Nella pratica la questione cambia, ma è proprio qui che entra in gioco la credibilità del giornalista, la sua storia e le sue scelte.
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