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Il partito Baath iracheno e lo Stato Islamico

settembre 1, 2015 • Medio Oriente, z in evidenza

 

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Redazione

Qual è il ruolo degli ex membri del partito Baath iracheno passati nelle fila dello Stato Islamico? Per rispondere occorre considerare la natura del partito al potere in Iraq dal 1968 al 2003. Il Baath nacque come partito socialista panarabo che voleva unificare l’intero mondo arabo. Fu un partito rivoluzionario, che arrivò al potere con colpi di stato sia in Iraq che in Siria.

In Iraq impose uno stato di polizia oppressivo e totalitario, basato sulla delazione e sul terrore, non molto diverso da quello della Germania dell’Est o dell’Albania di Enver Hoxha. Nel 1979 Saddam salì al potere e consolidò il controllo sul Paese con purghe degne di Stalin, che causarono la morte di migliaia di Iracheni. Il baathismo iracheno divenne così un culto della personalità incentrato sulla figura di Saddam.
I Fedayeen Saddam, una forza di 30000 uomini, erano pronti a morire per il loro leader, non per il Paese. Invece di tentare l’unione politica con altri Paesi arabi, Saddam scelse di invadere prima l’Iran e poi il Kuwait, con esiti disastrosi soprattutto per la popolazione irachena. Le rivolte della maggioranza sciita e della minoranza curda in Iraq furono represse con estrema violenza.

Il baathismo iracheno non conquistò gli Iracheni: venne loro imposto. La maggior parte dei membri aderì al partito per pura opportunità: come accadeva per il partito comunista nella Germania dell’Est o per quello maoista in Cina, anche in Iraq l’adesione al partito Baath era indispensabile per ottenere qualsiasi tipo di incarico o svolgere qualsiasi tipo di attività. Chi si chiede se i leader dello Stato Islamico sono veri credenti o se stanno usando il jihadismo come maschera dovrebbe piuttosto chiedersi se questi leader non siano sempre stati degli islamisti nascosti dietro la maschera del baathismo.

Saddam cercò di giocare la carta del panarabismo come giustificazione della sua aggressione al Kuwait, ma fallì miseramente e molti Paesi arabi, inclusa la Siria baatista, aderirono alla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Dopo la guerra Saddam mutò strategia e puntò sull’islamismo. Non lo fece solo a livello simbolico o retorico, ma anche pratico, lasciando maggiore libertà di azione ai predicatori salafiti. Questa mossa aprì le porte agli Iracheni salafiti, che poterono presentarsi come baathisti.

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Sono passati più di dieci anni dall’invasione americana dell’Iraq e dalla caduta di Saddam, il rais è morto e così il culto della sua personalità. Molti ex soldati e comandanti di Saddam sono confluiti nello Stato Islamico e dobbiamo domandarci quale sia l’ideologia che li muove. È impossibile stabilirlo con precisione, ma l’analisi dei comportamenti aiuta a valutare il loro coinvolgimento ideologico. Il primo indicatore è la loro determinazione a portare avanti l’offensiva nonostante le perdite. Questo è molto evidente nel caso della città siriana di Kobane: anche se la città non ha importanza strategica dal punto di vista militare, l’ISIS ha continuato a investirvi uomini e armi, decidendo evidentemente in base a criteri non solo militari.

Anche il settarismo e il takfirismo (la dottrina che giudica gli altri musulmani apostati e quindi bersagli leciti) che hanno portato l’ISIS a scontrarsi con gli altri gruppi etnici e religiosi non denotano un approccio pragmatico. Questo atteggiamento contrasta con la filosofia di al Qaeda, che attacca gli altri gruppi solo se attaccata per prima e si concentra su un nemico alla volta. Lo Stato Islamico, invece, ha dichiarato guerra al mondo e ha attaccato quasi tutti, fatta eccezione al momento per le truppe del presidente siriano al Assad e per la Turchia, se non intralciano le sue vie di rifornimento. Il risultato è che il gruppo si trova spesso a dover combattere su più fronti contemporaneamente.

Anche riguardo ai nemici esterni l’atteggiamento dello Stato Islamico non è molto razionale. Mentre già era in guerra su più fronti in Iraq e in Siria, ha volontariamente provocato gli Stati Uniti e altri Paesi. Trascinare le forze “crociate” nel conflitto ha vantaggi ideologici, ma sarebbe più ragionevole occuparsi degli affari locali, prima di provocare nemici esterni.

Secondo l’ideologia apocalittica e millenarista dello Stato Islamico, il gruppo subirà grosse perdite finché un piccolo manipolo di fedeli, guidati dal profeta Isa (il nome arabo di Gesù), sconfiggerà le forze “crociate” guidate dall’Anticristo nello scontro finale che avrà luogo a Dabiq, in Siria. Dopo la vittoria di Dabiq, i veri credenti saranno in grado di espandere lo Stato Islamico fino a conquistare la Terra.

L’atteggiamento dello Stato Islamico sembra indicare che i suoi leader non si limitino a diffondere questa ideologia, ma che ci credano davvero e che agiscano di conseguenza. Ciò non significa che non ci siano opportunisti tra le file dello Stato Islamico, ma i leader sembrano agire come veri credenti, piuttosto che come cinici manipolatori.

La città di Dabiq (che è anche il nome della rivista in inglese dello Stato Islamico) si trova nella safe zone che i Turchi stanno cercando di stabilire nel nord della Siria. Sarà interessante vedere come agirà lo Stato Islamico per conservarne il controllo: tenere la città non ha una reale valenza tattica. Se, nonostante ciò, lo Stato Islamico farà grandi sforzi per difenderla, si avrà conferma che i leader del gruppo non usano l’ideologia per manipolare i loro seguaci, ma ci credono.

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