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Musei e ripristino della cultura, missione impossibile

agosto 27, 2015 • Politica, z in evidenza

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di Vincenzo Vita

La recente nomina dei diret­tori dei musei sta­tali, con sette pre­scelti non ita­liani su venti, ha avuto un’eco pre­ve­di­bile, come pre­ve­di­bile è stato il dibat­tito che ne è seguito.

In sin­tesi, si pos­sono ricor­dare — tra gli altri — i com­menti pun­tuali di Tomaso Mon­ta­nari sul suo blog (bene gli stra­nieri, ma le spe­cia­liz­za­zioni sono quelle giu­ste?) e l’analisi svolta da Sal­va­tore Set­tis su La Repub­blica dello scorso 19 ago­sto. Quest’ultima rifles­sione ci pone un pro­blema assai serio. i neo­di­ret­tori hanno davanti una “mis­sione impos­si­bile”: rin­no­vare un sistema scle­ro­tiz­zato; far fronte ai tagli del 2008 dell’era Berlusconi-Tremonti, mai recu­pe­rati. Insomma, è come se per risa­nare un edi­fi­cio cadente si par­tisse dall’attico. Non dalle fondamenta.

L’ultimo rap­porto annuale di Feder­cul­ture sot­to­li­nea come l’Italia sia arri­vata al livello più basso di inve­sti­mento dello stato nella cul­tura dal dopo­guerra. Oggi è pari a 1,5 miliardi di euro (lo 0,19% del bilan­cio dello stato e lo 0,13% del Pil), men­tre meno di vent’anni fa (1998) era l’equivalente di 2,8 miliardi di euro, lo 0,25% del Pil. E così le regioni e gli enti locali, a causa innan­zi­tutto dei man­cati tra­sfe­ri­menti da parte dell’amministrazione cen­trale. Vice­versa, domanda e con­sumi sono aumen­tati (nei comuni del 37% dal 2008 al 2014).

La stessa riforma del mini­stero è incom­piuta per l’annoso blocco delle assun­zioni, men­tre la legge Madia — una delle misure chiave della fase recente — ha sot­to­po­sto le soprin­ten­denze alle pre­fet­ture. Flash back. Non è tempo di super­di­ret­tori e di supe­re­roi. Ser­vi­rebbe un rifor­mi­smo tenace, magari un po’ banale e meno “spot­ti­stico”. Ci sarà modo di trac­ciare bilanci non improv­vi­sati e ci si attende qual­che novità anche per la miriade di musei dis­se­mi­nati sul ter­ri­to­rio, tan­tis­simi e spesso né tute­lati né valorizzati.

Una visione? Sono molto sti­mo­lanti le rifles­sioni sui luo­ghi museali della semio­loga Isa­bella Pez­zini (2011), che mette in luce come non si tratti di isti­tu­zioni del pas­sato, bensì una forma della moder­nità: un’icona metro­po­li­tana. Come è evi­dente nel Beau­bourg di Piano e Rogers fino al Gug­ge­n­heim di Bil­bao di Frank Gehry, com­pren­dendo pure la nume­rosa nomen­cla­tura meno nota, che intrec­ciano e con­ta­mi­nano lin­guaggi diversi: arti­stico, peda­go­gico, dei con­sumi, del mar­ke­ting e dello spet­ta­colo. Sem­pre la stessa autrice (2007) ci parla delle scene del con­sumo: dallo shop­ping al museo. Non si com­pren­de­rebbe, altri­menti, il motivo per cui la pre­senza di massa sia aumen­tata, riba­dendo la fun­zione eco­no­mica anti­ci­clica della cultura.

Ecco il punto. Inve­stire nelle atti­vità arti­sti­che (in senso lato) è deci­sivo pro­prio nei periodi di crisi. Roo­se­velt uti­lizzò la radio per il New Deal. A quando, almeno, la tra­sfor­ma­zione di una rete gene­ra­li­sta della Rai in un canale cul­tu­rale non stop senza pubblicità?

Non è nean­che vero, poi, che i tagli si siano fer­mati. È di que­ste set­ti­mane la noti­zia di una revi­sione dei finan­zia­menti delle atti­vità dello spet­ta­colo dal vivo (che dizione orrenda), a danno di mol­te­plici espe­rienze musi­cali e tea­trali. Sono state depo­si­tate inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari, la discus­sione si è accesa. Come si vede, la coperta cor­tis­sima del Fondo Unico dello Spet­ta­colo fa acqua ed è inde­gno assi­stere silenti ad una lotta tra poveri, a morti e feriti.

Ecco per­ché suscita qual­che imba­razzo il coro da sta­dio che ha accom­pa­gnato la scelta dei super­di­ret­tori. E se fosse solo maquil­lage? È che ser­vi­rebbe una super­po­li­tica della e nella cul­tura. Il resto è pro­pa­ganda o cat­tiva promessa.

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