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Crimini disumani e gerarchie valoriali

agosto 2, 2015 • Cultura e Società, z in evidenza

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di Marco Brunazzi

Il feroce attacco con bottiglie incendiarie ad una casa palestinese in Cisgiordania, che ha provocato la morte di un neonato e il ferimento gravissimo della madre e di una sorella, è (quasi sicuramente) da attribuire a un commando di coloni israeliani ultranazionalisti.
Di fronte a questo attacco, peraltro non certo isolato, lo sdegno morale è stato unanime, non solo nell’opinione pubblica internazionale, ma anche in Israele.

Non soltanto intellettuali, giornalisti e politici hanno usato parole di fermissima e fortissima condanna, ma lo stesso Primo Ministro Nethanyau ha pronunciato parole di inusuale riprovazione e di volontà di assicurare i colpevoli alla giustizia.
Intenzioni, queste ultime, che attendono concrete conferme nelle iniziative di polizia e giudiziarie e che comunque non possono nascondere la sua lunga e reiterata condiscendenza verso l’estremismo dei coloni, sino al punto, recentissimo, di voler negare attuazione alla sentenza della Suprema Corte israeliana che aveva ordinato la demolizione di abitazioni illegalmente costruite dai coloni stessi a danno di proprietà palestinesi.
E ciò, naturalmente, a prescindere dalla più generale questione della illegalità, secondo il diritto internazionale, di tali insediamenti su territori occupati e non annessi quali sono quelli della Cisgiordania.
Ovviamente il fatto, che segue altri episodi di tensione tra palestinesi e israeliani, a Gerusalemme e in Cisgiordania, ha già prodotto proteste e nuove violenze che potrebbero inasprirsi e prolungarsi nei prossimi giorni.

Ma le osservazioni che seguono non intendono soffermarsi sugli aspetti politici della vicenda, ma piuttosto sull’aspetto etico della stessa e sui meccanismi e automatismi generati sul terreno dell’informazione.
Cominciamo allora col dire che un crimine efferato, di tipo terroristico e non, ovunque accada e non importa per mano di chi e contro chi, non può che comportare un giudizio di condanna morale assoluta.

In casi come questo, cioè di una episodio che si inserisce nella lunga e sanguinosa storia di un interminabile conflitto, trapela sempre la tentazione delle parti e dei loro sostenitori di fare confronti, di stabilire macabre e odiose gerarchie vittimarie, di associare la condanna a giustificazioni di vario tipo, sul prima e sul dopo e sul quanto e sul come e sul perché. Benché frequentissimo, soprattutto in tempo di guerra, questo atteggiamento è semplicemente odioso e moralmente ripugnante.

Se qualcuno commette un crimine conto l’umanità e un altro dello stesso segno ne segue presentandosi come conseguenza del primo non è che ciò possa pareggiare i conti.
Un crimine e un altro crimine non si pareggiano, sono semplicemente due crimini che richiedono lo stesso giudizio morale.
L’analisi storica e politica che cerchi di situare quei crimini nel loro specifico contesto e quindi di darsene una ragione in termini di razionalità conoscitiva, è certamente utile e necessaria, ma non può avere a che fare con il giudizio etico.

Non occorrerebbe aggiungere altro se non che, quando è in gioco il conflitto israelo-palestinese, o più in generale si tratti di ebrei, non importa se nel ruolo di vittima o di carnefice, si registra una ipersensibilità mediatica e dell’informazione e della reazione stessa dell’opinione pubblica.

Ora accade che, purtroppo, misfatti di tal fatta e di misura anche maggiore, si registrino quotidianamente nel mondo (si pensi a certe martoriate realtà africane) e in particolare nel Vicino Oriente , o Medio Oriente che si voglia denominare.
E accade anche che, dopo brevi e sporadici momenti di attenzione, questa cali rapidamente e l’informazione stessa diventi marginale o addirittura impercettibile. Persino le decapitazioni e altre barbarie del Califfato nero o ISIS, nonostante siano pressoché quotidiane, passato un primo momento di risalto mediatico, stentano ad essere ritrovate sui mezzi di informazione. Per non parlare dei genocidi perpetrati oggi e in quegli stessi luoghi contro centinaia di migliaia di membri di minoranze etniche o religiose.

Non solo, ma anche le reazioni a livello politico, di istituzioni e di partiti e di movimenti di opinione non paiono in grado di volersi impegnare continuativamente e con forte visibilità di protesta nei confronti dei responsabili e/o dei loro sostenitori ovunque essi si trovino (anche con responsabilità di governo e autorevolezza di relazioni internazionali).

Si protesta infatti con voce alta e forte contro Israele e a favore dei palestinesi, ma nulla di paragonabile si mette in campo nei confronti di quanto accade in Siria e in Irak, in Iran e in Turchia, in Libia e in Nigeria, ecc.
Oppure: si manifesta contro le condanne a morte negli Stati Uniti, ma poco o niente contro i boia cinesi o iraniani che sono ai primi due posti nel mondo per numero di esecuzioni.

Si vuole con ciò dire che eventuali crimini imputabili agli israeliani (o agli americani) meritino di essere, anche solo indirettamente, giustificati? Al contrario. Si vuole soltanto dire che raramente si ritrova, in altri casi e circostanze, altrettanta determinazione di giudizio e fermezza e intensità nella protesta.

Il doppio standard è notoriamente un’arma politica e di manipolazione dell’opinione pubblica universalmente usata dalla notte dei tempi. Ma da quando, pur con tutti i suoi limiti e contraddizioni, il processo di Norimberga ai criminali nazisti ha riconosciuto una nuova fattispecie penale, prima sconosciuta, quale quella dei crimini contro l’umanità, sancendone altresì l’imprescrittibilità e la valenza sovranazionale, il quadro, anche politico e morale dovrebbe essere cambiato.

E’ pur vero che i crimini sono tanti e tali che sembra impossibile dovere e potere farsi carico, ognuno, del male del mondo. Ma è anche vero che se la disponibilità alla indignazione e alla mobilitazione civile finiscono per essere circoscritte ai “soliti sospetti” (cfr. la memorabile battuta nel film Casablanca) anche la loro credibilità ed efficacia si attenuano gravemente.

Si dice talora che questa ipersensibilità verso gli USA o Israele o l’Occidente in genere
deriverebbe proprio dal fatto che queste realtà, in quanto fondate sulla democrazia e il rispetto dei diritti umani e civili, o comunque dichiarate e riconosciute come tali, dovrebbero più e meglio di chiunque altra nazione, farsene garanti.
L’argomento ha certamente una sua suggestione, anche se sembra lasciar intravvedere una sorta imbarazzante persistenza etico-culturale di una gerarchia valoriale, tra le nazioni “civili” e quelle “barbare”, che si credeva ormai superata.

Così, la fermezza e l’esigente standard che si applica in quei casi e per quei paesi, se non viene applicato anche per tutti gli altri, potrebbero paradossalmente rivelare gerarchie morali e standard a geometria variabile, che esimano sempre “il buon selvaggio” da oneri di responsabilità e di colpa.

Infine, per quanto riguarda Israele e “gli ebrei” in genere ( classificazione quest’ultima di inquietante approssimazione e tendenziosità) risorge il timore di antichi e nefasti pregiudizi, benché accortamente mascherati sotto insegne diverse e persino opposte, che per onestà intellettuale, almeno, bisognerebbe avere il coraggio di mettere sempre allo scoperto e di fermamente denunciare.

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