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Riforma Rai. Un bri­vido per­corre il corpo e l’anima.

luglio 31, 2015 • Politica, z in evidenza

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di Vincenzo Vita

«Sul ponte sven­tola ban­diera bianca», canta Bat­tiato. Imma­gine asso­lu­ta­mente cal­zante per ciò che sta avve­nendo sulla Rai. Dopo tanto con­ver­sare sulla cac­ciata dei par­titi, eccola di nuovo: la legge Gasparri. Come temuto, il pros­simo con­si­glio di ammi­ni­stra­zione sarà eletto con la pes­sima nor­ma­tiva ber­lu­sco­niana. Una nota del tito­lare dell’Economia Padoan, cui è inte­stata la for­male pro­prietà, dice che «il re è nudo», si pro­ceda con lo spe­ci­fico «porcellum».

Il dibat­tito di que­ste ultime set­ti­mane sulla riforma del ser­vi­zio pub­blico appare, dun­que, una tra­gica beffa. Ai danni del pre­sente e del futuro di quella che viene chia­mata fari­sai­ca­mente «la prin­ci­pale azienda cul­tu­rale ita­liana». E meno male, chissà che ne sarebbe se fosse un po’ meno. Del resto, la (contro)riforma pro­po­sta da Renzi altro non era — e non è — che un medio­cre aggior­na­mento della imba­raz­zante dispo­si­zione del 2004, a causa della quale l’Italia è sotto accusa in Europa.

Tor­niamo un attimo al ddl ora in Senato. Gli ammi­ni­stra­tori pas­se­reb­bero da 9 a 7. L’unica «rivo­lu­zione» andava nel senso dell’autoritarismo diri­gi­stico oggi alla moda: l’introduzione di un ammi­ni­stra­tore dele­gato dotato di enormi, abnormi, poteri. E, infatti, la solita «manina» ha depo­si­tato nei giorni scorsi un emen­da­mento del governo, invo­luto a leg­gerlo con inge­nua volontà inter­pre­ta­tiva, fur­ba­stro alla luce degli eventi.
In pre­vi­sione del flop della (contro)riforma, la pic­cola astu­zia ha fatto capo­lino, con un codi­cillo volto a dare al diret­tore gene­rale le mede­sime fun­zioni dell’ad. Il cer­chio si chiude. Il Cda si rin­nova con l’antico rito e il dg diverrà capo azienda una volta appro­vato il dise­gno di legge dell’esecutivo, o magari attra­verso un secco decre­tino foto­co­pia dell’emendamento.

Vedremo. Cer­ta­mente, però, va regi­strata la bato­sta del governo: senza stra­te­gia e senza tat­tica a un passo dalla sca­denza della con­ven­zione con lo stato. Ma un finale di par­tita così sfug­giva per­sino all’immaginario pes­si­mi­sta. Tut­ta­via, l’amara chiave di let­tura di simile orrido titolo di coda non va tro­vata in qual­che miste­rioso retroscena.

È la prova pro­vata dell’effettiva verità delle cose. Al ceto poli­tico che ha oggi in mano il pal­lino del ser­vi­zio pubblico-bene comune inte­ressa pochis­simo. Di tele­vi­sione non ci si occupa, la si occupa. Il «nuo­vis­simo» governo di Renzi è assai simile all’ormai con­su­mato andazzo di quel cen­tro­si­ni­stra che, con moda­lità tri­ste­mente simili, affossò la legge sul con­flitto di inte­ressi e, udite udite, pro­prio la riforma della Rai. Un bri­vido per­corre il corpo e l’anima.

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