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Agricoltura nello Spazio, la nuova frontiera

luglio 31, 2015 • Economia, z in evidenza

space-farming

 

di Dario Cataldo

Quando la realtà si avvicina alla finzione. Fino a qualche anno fa, sembrava pura fantascienza, la trama di una puntata di Star Trek. Adesso invece, comincia a balenare la concreta opportunità di coltivare in altri luoghi che non siano il Pianeta Terra. L’esigenza principale deriva dagli astronauti e dalla possibilità di garantirgli un comparto ortofrutticolo fresco. Le sedi deputate? La Luna e Marte, cominciando con la produzione di lattuga e pomodori.

A Roma, in occasione del workshop “Agrispazio, colonizzare Luna e Marte per nutrire la Terra”, nell’ambito dell’Expo 2015 si è affrontato un dibattito costruttivo, alla presenza dell’Agenzia spaziale italiana. L’occasione è stata propizia per la presentazione di “ExoMars”, un progetto tangibile per la coltivazione sul “pianeta rosso”. L’approvvigionamento di materie prime è una tematica attuale. Lo sfruttamento del suolo sul nostro pianeta ha causato e continua a procurare danni alla “madre terra”, con erosioni, desertificazione e improduttività di tutto il comparto agricolo. In tale ottica e in quella di una colonizzazione di altri pianeti – la Nasa ambisce a conquistare Marte entro il 2030 – il cibo è l’obiettivo principale per garantire la longevità della missione.

L’ipotesi dei continui rifornimenti dalla Terra è una strada poco redditizia e logisticamente dispendiosa. L’unica speranza è l’autosufficienza frutto di una coltivazione in loco. La coltivazione in luoghi estremi è per tale motivo la nuova frontiera su cui spendere tempo, studi e ricerche. Inoltre, ciò permetterebbe lo sfruttamento di quei siti terrestri storicamente refrattari all’agricoltura. Due sono i programmi in fase di start up : il primo organizzato alle Hawaii con la partecipazione alla spedizione Hi-Seas di Cyprien Verseux, un dottorando del gruppo di Daniela Billi, Astrobiologia e biologia molecolare di cianobatteri di ambienti estremi presso l’Università Tor Vergata. Il secondo dal biblico rimando si chiama “Eden” avviato il 21 Luglio in Antardide presso la base di ricerca tedesca a cui partecipa anche Giorgio Boscheri della Thales Alenia Space.

Salvatore Pignataro, dell’Agenzia spaziale Italiana ha dichiarato: “La nuova frontiera dell’esplorazione spaziale è andare oltre l’orbita bassa e a questo scopo è fondamentale riuscire a creare una biosfera artificiale, utilizzando tecnologie biogenerative basate su alghe, funghi e microrganismi in sistemi a ciclo chiuso”.
In territori vergini come quelli spaziali, non bisogna commettere gli stessi errori commessi in secoli di storia umana. Nell’avvicendarsi dei secoli, il peggior nemico della terra è stato l’uomo, che ha sempre voluto modellare la natura in funzione del proprio tornaconto, forzando la mano laddove non era possibile agire.

Sì all’esplorazione di nuove opzioni extraterrestri, ma con la coerenza di coloro che dagli errori si sono evoluti, cercando di migliorare. Gli studi attuali si stanno concentrando su dei test miranti allo sviluppo e coltivazione di cianobatteri su dei substrati molto simili a quelli di Marte. Come afferma Daniela Billi: “Le prime prove dicono che è possibile. Sono infatti batteri molto resistenti e, facendoli moltiplicare, si ottiene una biomassa che da un lato è in grado di modificare l’atmosfera, arricchendola di ossigeno, e dall’altro di agire come un fertilizzante.

In futuro sistemi autosufficienti alimentati da questi batteri potrebbero essere autonomi, completamente svincolati dall’intervento dell’uomo”. La chiave per il sostentamento di un numero sempre maggiore di esseri umani passa dal ritorno alla terra. Le serre rappresentano il futuro, perché non vincolate dagli sbalzi climatici delle stagioni. Nel momento in cui i test garantiranno un risultato positivo anche in territori estremi, si scriverà un nuovo capitolo del variegato libro della storia umana.

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