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Rocco Chinnici, l’uomo che inventò il Pool Antimafia

luglio 29, 2015 • L'eco della memoria, z in evidenza

 

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di Dario Cataldo

Straordinario esempio di coerenza, uomo dall’infallibile intuito, severo e tenero in egual modo. È l’identikit di Rocco Chinnici, il magistrato che seppe smontare le ferree dinamiche mafiose, spianando la strada al Pool antimafia che continuò e ampliò il suo lavoro.

A 32 anni della strage di Via Pipitone Federico a Palermo, aldilà del ricordo nel giorno della memoria, cosa rimane dell’Uomo, prima che del giudice? Oltre le frasi di circostanza, della deposizione di corone di fiori sul luogo dell’eccidio, c’è stato il tanto agognato salto di qualità che possa con i fatti sottolineare le qualità umane, morali e professionali del giudice Chinnici?
Il suo fiuto sopraffino per l’investigazione gli permise di conseguire importanti traguardi nella lotta alle associazioni mafiose, “cogliendo rapporti e collegamenti che condussero in seguito ad individuare autori e cause di efferati delitti rimasti fino allora impuniti e di comprendere la complessa realtà di Cosa nostra”.
La sua durezza con i criminali e la paternità con le nuove generazioni ne fanno esempio di comunicazione e lungimiranza. Seppe intuire la complessa ramificazione di Cosa Nostra, nella sua multiforme attitudine al camuffamento.

Con l’adozione di nuovi metodi d’indagine, il “Padre del Pool” trasmise tecniche e sapere alle nuove leve e collaboratori, forgiando una novella classe giudiziaria, fiore all’occhiello della lotta alla criminalità organizzata. Al contrario di quanto nel 31° anniversario del tragico evento, l’autista del giudice scampato all’eccidio, Giovanni Paparcuri disse in un grido di sfogo che: “La verità è che esistono vittime di serie A e vittime di serie B, che non valgono nulla, e io sono una vittima di serie B. Sono amareggiato, molto amareggiato”, un pensiero va a lui medesimo che ha dovuto ricostruire la propria identità con la consapevolezza di essere un sopravvissuto.

La gratitudine si estende ai familiari del maresciallo dei Carabinieri, Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotta e del portiere dello stabile Stefano Li Sacchi. Con il loro sacrificio, la strada per la lunga guerra contro il malaffare ha conosciuto vette fondamentali quali la cattura dei Boss Corleonesi Riina e Provenzano, per giungere alla consapevolezza che la Mafia esiste e può essere contrastata.

In giorni in cui la solidarietà a Nino Di Matteo sembra una moda del momento – a dispetto degli altri mesi dell’anno – tanto altro c’è ancora da fare ma, sulla scorta di esempi come Rocco Chinnici, l’orizzonte è meno fosco. “Lavoriamoci i signori in carcere – chiosava il Giudice originario di Misilmeri – facciamoci capire che è finito il grande hotel all’Ucciardone. Attacchiamo frontalmente”.

È vero, spesso la Storia ricorda i nomi echeggianti, quelli che più rappresentano l’emblema, il paradigma di un periodo, di particolari vicende legate in modo indissolubile all’immortalità. Recentemente, dal dimenticatoio in cui per anni è stato relegato, prigioniero dell’oblio della memoria, Rocco Chinnici ha saputo ancora una volta parlare alle nuove generazioni per ribadire come ieri come oggi, non bisogna mai abbassare la guardia perché è proprio quando tutto tace che devi temere il contraccolpo.
In un clima politico infuocato come quello siciliano, farcito da colpi bassi, attaccamenti alla poltrona e scandali, il rimando al grande Magistrato è come un pugno sullo stomaco per tutti coloro che vivono dello sfruttamento altrui.

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