MENU

Sperimentazione animale e le “radici” culturali profonde

luglio 29, 2015 • z editoriale

10712885_10204694457342227_4863883598587822796_n

 

 

 

di Maurizio Mori

Avendo letto la replica del dr. Carlo Manfredi (1) alla mia critica ( 2) al suo iniziale intervento (3), mi pare che possa essere utile un riepilogo dei termini del dibattito per riuscire a cogliere meglio i termini del problema e far crescere la discussione per quanto possibile.
Nel 2010 l’Unione Europea ha varato una direttiva a tutela degli animali usati negli esperimenti scientifici. Nel 2014 il Parlamento italiano l’ha recepita introducendo alcune clausole ancora più restrittive a garanzia degli animali.

Manfredi si è subito mobilitato con altri nella protesta contro la legge italiana e è riuscito a coinvolgere anche la Federazione nazionale dei medici italiani che ha approvato all’unanimità un documento critico della legge, i cui contenuti sono sostanzialmente ripresi nell’iniziale intervento di Manfredi. In breve: la legge sarebbe una vera e propria sciagura che affosserebbe la ricerca scientifica nel nostro paese e – ancor più grave – impedirebbe lo sviluppo di nuove terapie.

A fronte di tanta mobilitazione ci si potrebbe subito chiedere se a infliggere il colpo mortale alla ricerca scientifica italiana sia proprio quella legge o qualcosa d’altro e ben più importante. Il problema, però, non viene neanche preso in considerazione dai medici italiani, che, lancia in resta, si scagliano contro la legge. Già questo fa pensare, ma qui non voglio riflettere sullo status della ricerca italiana, come non intendo affatto difendere la legge in questione che, come ho detto sin dall’inizio, potrebbe essere pessima.

Con questo mio contributo intendo precisare meglio le osservazioni fatte nel precedente al fine di mettere in discussione il modello di ragionamento sotteso alla posizione di Manfredi. Questo è grosso modo è del tipo seguente: poiché “gli animali costituiscono ad oggi il modello più accurato per la comprensione della fisiopatologia delle malattie” (Manfredi, intervento iniziale), la sperimentazione sugli animali non-umani è necessaria per l’acquisizione delle conoscenze richieste per future terapie, e quindi c’è poco da stare discutere se farla o no, ma si deve solo procedere accettando i duri costi imposti dalla triste situazione. Nell’avanzare la mia critica non ho certezze incrollabili, ma ho seri dubbi non tanto sulle premesse descrittive (sui fatti) della posizione, quanto su quelle valutative (sui valori) che sono per lo più implicite in quanto trasmesse dalla “tradizione” e nascoste nelle “radici” culturali profonde. Voglio qui esporre questi miei dubbi  sia per precisare meglio la mia posizione sia rispondere a Manfredi e mettere in luce i limiti della sua replica.

Nel mio precedente intervento sono forse stato incauto (e me ne scuso) perché, per mettere in dubbio le tradizionali premesse valutative, ho usato l’esempio della Rivoluzione copernicana, che riguarda invece l’ambito fattuale. Manfredi ha subito colto la palla al balzo per ribadire che, come ogni bravo scienziato, anche lui non si fida affatto della tradizione, perché ha “imparato a dubitare sempre e a vagliare tutto alla luce del metodo scientifico e dell’evoluzione della conoscenza” (Manfredi, replica). Ripeto: l’esempio da me richiamato del Sole che gira attorno alla Terra può essere stato poco felice, ma tutto il mio discorso era teso a mettere in discussione il tradizionale assunto valutativo che in questi casi  viene dato come scontato, ossia “che il «dolore umano» valga di gran lunga più del «dolore non umano»”. Per questo ho sottolineato che questa tradizione porta ancora alcuni a ritenere che il dolore dei “Padani doc” valga di gran lunga di più di quello degli “immigrati” o dei “Rom” ecc. e per questo invocano i respingimenti o l’allontanamento, ecc.

Se è vero che il mio discorso era tutto centrato sul confronto dei valori in gioco, allora le parole con cui Manfredi ci assicura di non avere certezze incrollabili o granitiche da sole non bastano ahimè! a confermare il punto. Infatti, le sue “labili certezze” riguardano la conoscenza fattuale, ma il dubbio da me sollevato investe i valori. Poiché i fatti sono distinti dai valori, e poiché 1.000 descrizioni non bastano per dire che qualcosa è “buono” (per produrre un valore), Manfredi deve ancora mostrare la vantata assenza di granitiche certezze sul piano dei valori.

A stare alla sua replica sembra vero proprio il contrario, perché mostra di essere così incrollabilmente “dentro il suo mondo” da non riuscire neanche a distinguere i due livelli di discorso, e quindi non coglie che le mie due principali obiezioni erano tese a mostrare un’incongruenza sul piano valutativo di chi a parole dice di accettare le tre R e in particolare la Reduction, e poi di fatto fa poco o nulla per attuarla.

La mia prima obiezione era che chi accetta la Reduction per coerenza dovrebbe battersi per ottenere la pubblicazione di tutti i risultati delle sperimentazioni (anche quelli negativi). In questo modo non si ripeterebbero esperimenti già fatti, e ciò potrebbe diminuirne il numero. Invece si fa poco o nulla in questa direzione, né sembra siano stati proposti programmi concreti che portino a quest’obiettivo: per esempio di dimezzare il numero degli esperimenti sui non umani entro 3 o al massimo 5 anni.

Al contrario si lascia tutto nel vago, col risultato che di cambiamenti significativi non se ne vedono, anzi le sperimentazioni aumentano. In un commento, un autorevole interlocutore ha sottolineato che questo dato è inesatto, perché lo scorso anno in Italia quel numero è (lievemente) diminuito: potrei rispondere che il mio discorso è generale e non riguarda la sola Italia, ma riconosco che la mia imprecisione è fastidiosa. Essa però non infirma il nucleo della mia obiezione che è indirizzata a sottolineare l’incongruenza tra il riconoscere la bontà della Reduction e la totale mancanza di programmi precisi per giungere all’obiettivo entro i tempi stabiliti, uno dei quali è appunto la pubblicazione anche dei dati sfavorevoli.

Manfredi respinge la critica osservando di essersi battuto contro le pretese delle case farmaceutiche di non pubblicare i risultati negativi delle sperimentazioni su umani, di avere denunciato “i casi più clamorosi di violazione di questo elementare principio” di pubblicità dei risultati, e di aver lavorato sul piano della deontologia medica affinché siano resi pubblici tutti gli “studi clinici”. La sua meritoria azione, però, riguarda appunto gli “studi clinici”, e quindi strictu sensu non tocca le sperimentazioni sugli animali non-umani che hanno carattere pre-clinico. A parte questo, si può rilevare che questo contrasto con le case farmaceutiche non sembra né creare grande disagio né gettare grande scompiglio tra i medici. In fondo già sanno che gli interessi (economici) dell’industria alla fine hanno la meglio, e quindi non si scompongono più di tanto.

Hanno anche una ragione per quest’atteggiamento: una sperimentazione umana non dovrebbe comportare rischi per chi entra nel protocollo, e quindi una eventuale sua ripetizione non crea “danni” diretti, se non quelli concernenti i costi che però sono a carico dell’industria. Al contrario, nel caso della sperimentazione sugli animali la ripetizione dell’esperimento comporta un “danno” diretto e preciso: la morte dell’animale. Ecco perché l’azione per evitare ripetizioni dovrebbe essere molto più incisiva e forte di quell’altra. Attendiamo che Manfredi e i medici italiani aprano un nuovo capitolo in questa direzione.

L’altra critica da me mossa riguardava la sperimentazione sugli embrioni umani, che dovrebbe essere preferita e promossa da chi accetta la Reduction come mezzo per diminuire la sperimentazione sui non umani. I medici italiani sono solerti nel criticare le restrizioni sulla sperimentazione sugli animali, ma restano zitti zitti di fronte ai mille ostacoli frapposti a quella embrionale. Invece di riconoscere quella che a me pare una palese incongruenza, Manfredi replica che non bisogna cadere nell’equivoco di credere che la ricerca sui pre-embrioni “possa sostituire integralmente la sperimentazione animale”: risposta incongrua perché il tema in discussione è se l’un tipo di ricerca sia preferibile all’altro (problema valutativo), e non se sia o no integralmente sostituibile (problema descrittivo). Se fosse preferibile e attuata, potrebbe poi darsi che il numero di sperimentazioni sugli animali diminuisca davvero: questione da esaminare a parte.

In generale, la replica di Manfredi fallisce il bersaglio, perché le sue risposte sono tutte sul piano descrittivo mentre le mie obiezioni erano e sono di tipo valutativo. Un effetto di questo fraintendimento è che Manfredi è portato a credere che chiunque avanzi qualche dubbio o riserva sulla sperimentazione sugli animali lo fa perché è preda delle “derive pseudoscientifiche o antiscientifiche presenti nel nostro paese”, e che basti “un’informazione corretta e veritiera” per risolvere ogni problema secondo la tradizione da lui indicata: tutto il resto sarebbe frutto solo di “superficialità e approssimazione, in spregio a ciò che la scienza, la ricerca e la medicina hanno scoperto e verificato nell’interesse e per il benessere di tutti”.

Altro che abitudine al dubbio! L’affermazione che basta solo un po’ di “informazione corretta e veritiera” per dirimere ogni controversia è rivelatrice di una certezza granitica che impedisce poi di vedere che l’interesse e il benessere previsto è al massimo (forse) “di tutti gli umani” ma non “di tutti tutti”, perché gli animali “sacrificati” ovviamente non rientrano nel novero dei beneficati. Questa esclusione rivela che nella prospettiva di Manfredi (e dei medici unanimi) il dolore animale non conta e non merita di essere considerato: sul piano valutativo può essere bellamente dimenticato. Poi, sia in omaggio al politically correct, sia per assenza di solidi argomenti contrari, si accetta anche la Reduction. Ma in realtà, nel profondo, si continua a seguire la tradizione radicata e a credere che il dolore animale non sia affatto importante, e quindi si fa poco o nulla per realizzare la Reduction accettata a parole.

Come ho detto sin dall’inizio, non so bene neanch’io come risolvere il problema ma, diversamente da Manfredi, ho seri dubbi che la “informazione corretta” basti a chiudere la partita. Le analogie sono sempre un po’ fuorvianti ma a volte possono essere utili almeno per capire la direzione della proposta avanzata. Per questo ne propongo una nella speranza che sia intesa nel senso adeguato (almeno non fraintesa). Lo spunto mi è stato dato da una recente conversazione con colleghi sui temi dell’etica militare: uno di questi ricordava le difficoltà spesso incontrate da ufficiali italiani impegnati a progettare azioni militari in Pakistan o in altre zone calde del mondo. Per gli italiani – diceva – l’impegno prioritario è quello di non mettere a repentaglio la vita dei soldati, mentre per gli ufficiali di altri paesi, prioritario è l’obiettivo strategico e l’eventuale sacrificio di vite umane è il (tragico) prezzo dovuto alla causa e di rilievo secondario.

Un altro collega (storico esperto in cose militari) aggiungeva che anche da noi c’è stato dibattito simile: nella Prima guerra mondiale per il generale Luigi Cadorna l’obiettivo primo era sfondare sul Carso e, forte della cosiddetta “religione del dovere” (allora molto diffusa in Europa), non ebbe dubbi a sferrare ben undici battaglie e sacrificare migliaia di soldati come tragico fio a questo fine. Per progettare la battaglia gli bastava l’informazione corretta circa la situazione del nemico, e il resto veniva da solo: le titubanze e i dubbi degli ufficiali subordinati erano visti come frutto di superficialità e di approssimazione, in spregio a ciò che la migliore scienza militare aveva scoperto e verificato nell’interesse di tutti, ossia il conseguimento della vittoria. Poi – concludeva il collega – dopo Caporetto (la dodicesima battaglia) la situazione è cambiata e si è visto che si poteva giungere allo scopo anche in modi diversi. Oggi gli ufficiali italiani ragionano in modo molto diverso da Cadorna.

Ripeto: le analogie non sono sempre perfettamente calzanti, ma quella proposta mi pare possa gettare un po’ di luce sulla direzione da me indicata. Come non è vero che nel 1915-18 gli ufficiali che rifiutavano la “religione del dovere” e la conseguente “etica del sacrificio” che ha portato a migliaia di morti erano dei pusillanimi o degli incompetenti (ignoranti) pronti a rinunciare alla vittoria, così oggi non è vero che chi propone un qualche vincolo alla sperimentazione sugli animali sia preda di “derive pseudoscientifiche o antiscientifiche” o manchi dell’ “informazione corretta” e sia rinunciatario nella lotta contro le malattie.

Allora come oggi nessuno rinuncia al proprio corrispettivo obiettivo: ma, come allora il contrasto verteva sul valore della vita dei soldati da sacrificare per conseguirlo, così oggi il contrasto verte sul valore della vita degli animali. A seconda di quanto grande si ritiene che sia il valore della vita di un soldato, si progettano tipi diversi di azioni militari o di battaglie. Analogamente, a seconda di quanto grande si ritiene che sia il valore della vita di un animale, si progettano tipi diversi di protocolli di ricerca e si profonde impegno per attuare la Reduction.

Spero che le considerazioni fatte abbiano almeno delineato meglio il punto di contrasto tra me e Manfredi, e chiarito perché la sua replica è insoddisfacente. Anch’io sostengo il metodo scientifico e credo che l’avvento della scienza moderna sia la più grande svolta impressa alla storia umana. Il metodo scientifico serve sì a verificare le proposizioni descrittive, ma può anche essere usato (non posso qui spiegare come per ragioni di spazio) sul piano valutativo per allargare gli orizzonti morali, e portarci a abbandonare le certezze granitiche che ci sono trasmesse dalla tradizione e sono insite nelle “radici”.

In questa prospettiva di allargamento degli orizzonti morali e dell’uguaglianza, vorrei chiudere questo simpatico e pacato dialogo con Manfredi con un auspicio, che spero diventi previsione. Per formularlo ho ripreso parole celebri ma non vorrei mai e poi mai che ciò suonasse irriverente: semplicemente non sapevo come farlo altrimenti.
Verrà un giorno in cui bianchi e neri, polentoni e terroni, Padani doc e immigrati cammineranno insieme mano nella mano, un giorno in cui l’uomo ispirerà i propri ideali di vita e la propria condotta al rispetto di tutti i senzienti lottando il più possibile contro il dolore, che è ugualmente cattivo per chiunque lo provi a prescindere che sappia o no parlare (una lingua umana).

(1) http://caratteriliberi.eu/2015/07/15/editoriale/ricerca-saranno-sufficienti-le-cllule-staminali/

(2 ) http://caratteriliberi.eu/2015/06/15/editoriale/sperimentazione-animale-se-lindispensabile-premessa-e-fallace/

(3) http://caratteriliberi.eu/2015/05/27/uncategorized/sperimentazione-animale-quanto-e-necessaria/

Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

« »