MENU

Unioni Civili. La corte europea per i diritti umani condanna l’Italia

luglio 22, 2015 • Politica, z in evidenza

 

Registro_unioni_civili

 

Matteo Cresti

A Strasburgo si riunisce una Corte: la Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Sebbene abiti di casa nella città dell’Unione, e abbia un nome ingannevole, non è espressione dell’Unione Europea, bensì del Consiglio d’Europa, quell’organismo internazionale di cui fanno parte tutti gli stati del Continente Europeo (tranne la Bielorussia e il Vaticano, ma per ragioni diverse), la Russia, la Turchia e le repubbliche del Caucaso, e che ha come obiettivo quello di promuovere la democrazia, i diritti dell’uomo e la soluzione dei problemi sociali in Europa.
Istituito subito dopo la seconda guerra mondiale, ha prodotto una Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. E un tribunale, che deve salvaguardare queste libertà.

Tre coppie italiane, capeggiate da Enrico Oliari, presidente di Gaylib (i gay liberali italiani), dopo anni di convivenza chiedono il riconoscimento davanti allo Stato della loro unione. Oliari e il suo compagno infatti richiedono al Comune di Trento le pubblicazioni matrimoniali nel luglio del 2008. Si vedono negare la richiesta. Così decidono di portare il loro caso davanti ai tribunali italiani.

La Corte Costituzionale nel 2010 dichiara che la loro richiesta è inammissibile, ma allo stesso tempo suggerisce al parlamento di legiferare in tal senso, perché non si può tollerare un così grande vuoto normativo. Più o meno la storia è la stessa per le due altre coppie ricorrenti. Decidono così di ricorrere davanti al tribunale europeo per i diritti umani, chiedendo un risarcimento e una sentenza contro l’Italia per la violazione degli articoli 8 (diritto al rispetto per la vita privata e familiare), l’articolo 14 (il diritto a non subire discriminazioni) e l’articolo 12 (il diritto al matrimonio).

Così si riunisce la corte. Cinque giudici di cinque paesi diversi: il presidente Päivi Hirvelä (Finlandia), Guido Raimondi (Italia), Ledi Bianku (Albania), Nona Tsotsoria (Georgia), Paul Mahoney (Regno Unito), Faris Vehabović (Bosnia e Erzegovina), Yonko Grozev (Bulgaria). Si riuniscono il 21 Marzo e il 10 Giugno. Il 21 Luglio esce la sentenza.
All’unanimità la corte europea per i diritti umani condanna l’Italia a risarcire i ricorrenti e ad aggiornare il proprio corpus legislativo, dal momento che non garantisce alcuna protezione e tutela giuridica per le coppie dello stesso sesso. Infatti, secondo la Corte, lo Stato italiano viola l’articolo 8, che recita al comma 1: “Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza”.

Le coppie omosessuali italiane secondo la corte non hanno la possibilità di accedere né all’istituto del matrimonio né a quello delle unioni civili. Pertanto in Italia le coppie dello stesso sesso non avrebbero un’adeguata protezione legale, e il loro diritto alla protezione della vita privata verrebbe leso, la legge italiana infatti fallirebbe proprio in questo scopo, secondo la Corte. Perciò si raccomanda l’istituzione di una qualche forma di protezione, come le unioni civili, che possa tutelare il diritto alla famiglia di queste coppie.

Inoltre la Corte sottolinea che più della metà degli stati membri del Consiglio d’Europa (24 su 47) hanno già approvato leggi in tal senso, e che la Corte Costituzionale italiana ha già invitato più volte lo stato italiano a farlo. In aggiunta a questo, si registra che la maggioranza degli italiani è favorevole all’istituzione di un qualche riconoscimento per le coppie omosessuali.
La Corte aveva già deciso in senso simile precedentemente, considerando le coppie omosessuali conviventi in un’unione de facto stabile come “famiglia”. E ha già riconosciuto che le coppie dello stesso sesso dovessero avere una qualche forma di riconoscimento (come nel caso della Grecia, nel 2009, che aveva escluso dall’istituto delle unioni civili le coppie gay).

Non si riconosce invece una discriminazione nell’accesso all’istituto del matrimonio, anche questo in linea con altre sentenze, dal momento che l’articolo 12, che recita “A partire dall’età minima per contrarre matrimonio, l’uomo e la donna hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto”, non impone, proprio per come è formulato agli stati di garantire l’accesso al matrimonio alle coppie dello stesso sesso.

La corte ritiene che gli stati firmatari non sono obbligati a concedere questo diritto nemmeno se si aggiunge l’articolo 14: “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione”. Tuttavia, gli Stati membri sono vincolati a riconoscere una sufficiente tutela a tutte le forme di famiglia, anche a quelle che non hanno accesso al matrimonio.
L’Italia adesso avrà tre mesi di tempo per fare ricorso, scaduti i quali la sentenza diventerà effettiva. Ancora una volta la giustizia ci ricorda quali sono i doveri di uno stato democratico, doveri che troppo spesso il nostro paese si dimentica. O il matrimonio o le unioni civili, una delle due comunque dovete scegliere, sembra suggerire la corte.

La cosa che fa più effetto è che non è una corte qualsiasi, ma la corte dei diritti umani. Come è già altre volte successo, anche nel Parlamento Europeo con l’ultima Relazione Annuale sui diritti Umani, la protezione delle coppie omosessuali si sta affermando proprio come diritto umano. Esiste un diritto alla protezione della propria vita privata e familiare. Le coppie omosessuali conviventi, in quanto uniti in un relazione stabile, affettiva e amorosa, che comporta un progetto di vita a lungo termine, rientrano a pieno titolo nella definizione di famiglia.

Tocca perciò adesso al Parlamento Italiano prendere atto di questa sentenza, della violazione che continua a perpetuarsi dei diritti umani, e mettersi al pari con la storia.
Dati gli eventi recenti, sembra che ci sia un’onda inarrestabile. Speriamo che diventi sempre più grande.

Link alla sentenza:http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng-press/pages/search.aspx?i=003-5136611-6342261#{“itemid”:[“003-5136611-6342261”]}

Print Friendly, PDF & Email

Comments are closed.

« »