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Italia a mano armata

luglio 17, 2015 • Economia, z in evidenza

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di Dario Cataldo

No, non stiamo parlando di cinema, di quel filone cult dei polizieschi anni ’70. Purtroppo non è finzione ma la pura realtà: in Italia si producono armi che fomentano la guerra, che contribuiscono a spargere terrore e sangue. Secondo il Rapporto della Rete Italiana per il Disarmo, il Belpaese continua a essere tra i maggiori fornitori di armi in tutto il mondo. Si sottolinea il termine “continua” perché dopo il 1990 è stata introdotta la legge 185/1990 “sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”, per la quale quest’anno si celebra il venticinquesimo anniversario dall’approvazione.

Ben lontani dallo spirito che anima la disposizione normativa, l’Italia persevera in una campagna bellica che nell’ultimo mezzo secolo ha prodotto esportazioni di armi per un totale di 54 miliardi di euro mentre in armamenti consegnati si sfiorano i 36 miliardi di euro. Un macabro scenario che cozza con il divieto espresso dalla 185/200 in merito all’export verso paesi in conflitto o colpevoli di palesi violazioni contro i diritti umani. Nulla di tutto ciò se consideriamo che tra i maggiori acquirenti troviamo l’India, il Pakistan e regimi autoritari come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, la Turchia, il Turkmenistan, il Kazakistan e, dulcis in fundo, la Siria, che tanto ha contribuito alle sorti dell’Isis.

Non dimentichiamo che l’esportazione ha toccato anche paesi sottosviluppati e affamati come la Nigeria, il Ciad e l’Eritrea – per la serie li armiamo sino ai denti. Non solo, il Made in Italy delle armi ha trovato terreno fertile negli Stati Uniti e nel Regno Unito, coprendo un quadro geopolitico che spazia da nazioni alleate a situazioni più complesse e articolate, in cui la pace e la democrazia sono ben lontane dall’essere di casa. Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio sulle armi leggere e le politiche di sicurezza (Opal) di Brescia, in merito ai dati afferma: “I numeri non mentono e parlano di armi che vanno a finire nelle regioni tra le più turbolente del globo.

È chiaro dunque in che direzione stiano andando gli affari dell’esportazione militare italiana”. Il che è paradossale se ricordiamo che siamo una Repubblica la cui Costituzione prevede all’Art. 11 il ripudio della guerra “come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Così facendo non offendiamo direttamente le popolazioni altrui ma in maniera più subdola e infingarda: armando la mano dei loro carnefici e sicari. Il coordinatore della Rete italiana per il Disarmo, Francesco Vignarca, a seguito del rapporto dichiara: “Stiamo parlando di armi. Siamo quindi in un terreno sul quale non possiamo certo agire con leggerezza. Secondo la legge e secondo il buonsenso l’export militare italiano dovrebbe essere in linea con la politica estera del nostro paese; ma negli ultimi anni la direzione è invece stata principalmente quella degli affari”.

Il profitto prima di tutto, prima del buon senso, prima della dignità. Continua Vignarca: “Non possiamo lamentarci che il Mediterraneo e il Medio Oriente siano una polveriera di conflitti quando siamo anche noi responsabili di molte delle forniture di armi, vera benzina che poi va ad alimentare il fuoco delle guerre”. Una vergogna travestita da business, che lede dalle fondamenta i diritti di altri popoli, di altri esseri umani. In combutta con spietate Banche che mirano al guadagno, si è sacrificata quella sana accortezza e prudenza nel valutare e consegnare armi a destra e a manca, ignari delle conseguenze. Maurizio Simonelli, vicepresidente dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo, si sofferma su un punto che necessita riflessioni: “La legge 185/1990 rappresenta un testo molto avanzato.

Purtroppo è stata svuotata e finora non è riuscita nel suo intento di far sì che le armi italiane possano essere esportate solo in paesi che offrono garanzie. Solo la scorsa estate, per esempio, l’Italia consegnava due cacciabombardieri a Israele: si era alla vigilia degli attacchi israeliani sulla striscia di Gaza”. Che triste epilogo se consideriamo che spesso tali informazioni sono celate dal segreto militare o peggio, politico. Di fatto, viviamo in un contesto in cui le relazioni del governo al parlamento non consentono una tracciabilità delle vendite di armi o di Istituti di credito che ne hanno finanziato lo scambio. Colossi quali la DeutscheBank o la BNP Paribas, a differenza di tante altre banche più razionali, non hanno adottato politiche di responsabilità sociale in merito ai finanziamenti per l’industria bellica fregandosene beatamente. Siamo soltanto all’inizio. I frutti di una nefanda politica armamentaria ha contribuito al mercato della guerra, generando un mostro fuori controllo, che è inevitabile ma avrà ripercussioni anche nell’Occidente “civilizzato”.

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