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Rai, autoritarismo consociativo

luglio 16, 2015 • Politica, z in evidenza

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di Vincenzo Vita

Il pros­simo venerdì 17 (e poi dici le coin­ci­denze) scade il man­dato del diret­tore gene­rale della Rai Luigi Gubi­tosi. Il con­si­glio di ammi­ni­stra­zione è in pro­roga da metà mag­gio. Tra qual­che ora, dun­que, il ser­vi­zio pub­blico radio­te­le­vi­sivo sarà privo di una guida reale. A meno di un anno dalla sca­denza della con­ces­sione con lo stato, di fronte a un’amletica discus­sione interna sui futuri palin­se­sti, ormai al terzo posto nei ricavi (dopo Sky e Media­set), men­tre è in sub­bu­glio l’intero uni­verso della comu­ni­ca­zione, era legit­timo spe­rare che la discus­sione sul rias­setto dell’azienda si alzasse di livello. Nean­che per idea.

Il già brutto — e venato di cul­ture “mar­chion­ne­sche”- testo del governo è diven­tato, dopo il pas­sag­gio nella com­mis­sione di merito del Senato, orri­bile e inquie­tante. Una strana spe­cie di auto­ri­ta­ri­smo con­so­cia­tivo. E’ auto­ri­ta­ria, infatti, la figura dell’amministratore dele­gato scelto dall’esecutivo (nean­che il famoso diret­tore dell’era del mono­po­lio Ettore Ber­na­bei aveva tanti poteri); è con­so­cia­tivo l’accordicchio con Forza Ita­lia, basato sulle mag­gio­ranze dei due terzi per la scelta del pre­si­dente (in seno alla com­mis­sione par­la­men­tare di vigi­lanza) e dei diret­tori di testata (nel con­si­glio di ammi­ni­stra­zione). La grida «fuori i par­titi» si è rive­lato uno slo­gan cinico e ingan­ne­vole. Ha vinto, almeno finora, Gasparri, cui si deve la prima delle citate novità con l’emendamento 2.109 e il risul­tato otte­nuto sul secondo, fatto pro­prio dai rela­tori Buemi e Ranucci. Il cui man­dato a rife­rire all’aula del Senato è stato votato curio­sa­mente anche dal gruppo di 5 Stelle, che peral­tro ha annun­ciato un’opposizione dura. Come è stato fatto da Sini­stra, eco­lo­gia e libertà, dopo la tra­sfor­ma­zione in emen­da­menti del pro­getto di legge a firma Fratoianni-Civati alla Camera, e De Petris nel luogo dove è in corso ora il “delitto per­fetto”: ai danni delle cul­ture del ser­vi­zio pubblico-bene comune. E già, per­ché di que­sto si tratta, visto che la Rai non ne uscirà indenne, a meno che l’articolato non cambi sostan­zial­mente. O venga pru­den­te­mente riti­rato, con­si­de­rato che è per­sino un peg­gio­ra­mento dElla legge (n.112) dello stesso ex mini­stro Gasparri del 2004 (sus­sunta dal Testo unico n.177 dell’anno suc­ces­sivo), uno dei buchi neri della sto­ria repub­bli­cana. E nume­rosi sono i pro­fili di incostituzionalità.

Tra l’altro, l’articolato pre­senta sì un ridi­men­sio­na­mento della delega totale al governo sul ridi­se­gno dell’apparato pre­vi­sta in pre­ce­denza, ma al prezzo di ren­dere incerti i con­fini della mis­sione pub­blica e di acco­stare al canone di abbo­na­mento il finan­zia­mento delle emit­tenti locali, risar­cite (?) così dal mal­trat­ta­mento in corso ai loro danni. Ma un capi­tolo così stra­te­gico e deli­cato non doveva essere parte della riforma dell’editoria, sulla quale peral­tro si sono spenti i riflet­tori? Mah. L’interprete “auten­tico” — sem­pre Gasparri — ha dichia­rato, poi, che la Rai andrebbe pri­va­tiz­zata, per man­dare via dav­vero i par­titi. Voce fuori dal coro, o pre­fi­gu­ra­zione di una verità sco­moda che il fari­sei­smo impe­rante non vuole ancora rive­lare? Forse ha ragione Lacan, quando sot­to­li­nea che man­cano le parole per dirla tutta, la verità. La timida sini­stra del Pd, che pure sulla riforma costi­tu­zio­nale ha mostrato un certo orgo­glio, riterrà la Rai una priorità?

MoveOn e Articolo21 hanno invi­tato alla mobi­li­ta­zione, come è avve­nuto sulla «Buona scuola». Un’iniziativa tenace e dif­fusa è indi­spen­sa­bile, appena il testo var­cherà l’aula del Senato. Che non passi così, please.

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