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Le Supplici di Ovadia: scuola di Europa

luglio 14, 2015 • Agorà, z in evidenza

 

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di Matteo Cresti

Sembra di tornare indietro di quasi due millenni e mezzo, guardando le Supplici di Eschilo portate in scena da Moni Ovadia, sull’orchestra del teatro greco di Siracusa. Ed ora ne hanno potuto godere non solo i fortunati spettatori siciliani, ma anche il pubblico nazionale attraverso i canali Rai.
Fortemente “ristrutturato” per il teatro moderno, Eschilo rimane sempre Eschilo, la forza delle sue parole e del suo dramma anzi sembra proprio rivivere nella sua interezza attraverso i cambiamenti messi in atto da Ovadia e dal suo aiuto regista-musicista Mario Incudine.

L’uso del siciliano e del greco moderno, scelta stilistica e politica, la musica che ritma le parole, l’introduzione del cantastorie, riescono a far emergere a pieno la forza di un dramma che narra di accoglienza e giustizia.
Un dramma che non può non scuotere le nostre coscienze. Le Danaidi, insieme al loro padre, fuggono ad Argo, per chiedere da supplici protezione contro i cinquanta figli di Egitto che le pretendono come mogli.
Il re Pelasgo non sa cosa fare: accettare le cinquanta figlie di Danao come supplici e accettare la guerra con gli egiziani che vorranno riprendersele, oppure inimicarsi gli dei per non aver offerto ospitalità alle supplici? Ecco allora che nella parole non proprio filologicamente corrette, ma sicuramente di grande effetto drammatico e umano, ecco che nasce la Democrazia: Pelasgo decide di rivolgersi al popolo: “Sugnu cu sugnu, ma nun cuntu nienti. Ca decidi la me genti!” E il popolo decide per la giustizia, all’unanimità decide che accoglieranno le profughe. Giungono alfine gli uomini dagli occhi bianchi e dalla pelle nera, a reclamare le loro donne con la forza. Ma non importa se sono diversi, Pelasgo li accoglierebbe, se solo non facessero valere le loro richieste con la forza. La giustizia e la democrazia impongono di proteggere i più deboli contro ogni sopruso. La guerra è inevitabile, e la fine della storia la conosciamo tutti.

Ecco che davanti agli occhi ci si parano le angoscianti immagini di barconi di immigrati che chiedono asilo, pietà, rifugio. Supplici anche loro, a noi chiedono protezione. La democrazia nasce in Eschilo con l’accoglimento di una proposta, la proposta di accoglienza di un gruppo di profughe: il popolo decide sovrano di sobbarcarsi pene e costi, perché la dignità è sopra di tutto, perché tutti siamo essere umani e non possiamo essere trattati come bestie. E noi cosa facciamo, oggi? Siamo disposti ad accettare chi non ha più niente, chi si inginocchia ai nostri piedi per chiedere accoglienza? Gli argivi sono stati pronti a fare la guerra pur di onorare i vincoli di ospitalità e di umanità, noi invece litighiamo su quale regione e su quale comune dovrebbe prendersi quel profugo invece che quell’altro.
Sembra di essersi scordati che cosa sia la democrazia.

Il popolo che decide, l’uguaglianza di tutti. E guardiamo alla televisione la paura per la democrazia. La paura di un voto. Il voto come tradimento. La punizione, la vendetta, per aver votato, in coscienza e libertà. Pelasgo sarà pure il re di Argo, ma lascia decidere al popolo, perché il popolo è sovrano. E il popolo decide la strada più difficile: la guerra pur di essere integro moralmente. Il popolo greco sceglie la dignità, in autonomia sceglie cosa vuole, ed ecco le nostre grida al tradimento, le vendette, le pugnalate nel costato. Cosa c’è di male per un popolo nell’esprimere la propria volontà? A chi dà fastidio tutto ciò? Perché? Cosa c’entra con la democrazia tutto questo? Domande che ascoltando le parole di Eschilo/Ovadia non possono che sorgere con ancora più forza.
Ecco che dunque l’opera di Ovadia ha fatto davvero rinascere la tragedia greca nella sua più intima essenza: quello di essere un dramma “educativo” nel senso più alto del termine, di trarre fuori dall’oscurità della caverna, facendo sorgere interrogativi sempre più grandi.

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