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Ecomafie, nel 2014 un giro d’affari da capogiro

luglio 11, 2015 • Economia, z in evidenza

 

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di Dario Cataldo

Non conosce crisi l’industria dell’Ecomafia, una filiera che nell’anno trascorso ha fatturato 22 miliardi di euro. Una crescita rispetto al 2013 di ben 7 miliardi di euro, portando a circa 30 mila l’anno il numero di reati contro l’ambiente.

Una cifra mostruosa, che alimenta un mercato in continua espansione, affidato a organizzazioni criminali che della corruzione fanno il loro terreno vitale. Nella personale classifica nazionale è la Puglia che guida in testa al gruppo. Non sono da meno però il Lazio – come esponente delle regioni centrali – e la Liguria – per ciò che concerne il Nord. Corsa separata fa la Lombardia, la patria di Expo 2015, la quale risulta essere al vertice delle indagini per corruzione e infiltrazioni illecite.

Il meridione invece cala il poker d’assi, schierando la Sicilia, la Campania, la Calabria e la già citata Puglia. Sommando i traffici delle maggiori organizzazioni criminali locali – Mafia, Camorra, Sacra corona unita e ‘Ndrangheta – le denunce arrivano a “12.732, 71 arresti e 5.127 sequestri”.

La fotografia sconcertante è scattata da Legambiente che, come per la filiera agroalimentare – di cui abbiamo trattato in articoli precedenti – lancia il grido d’allarme, attenuato da una parziale soddisfazione: dopo 21 anni è stata approvata la legge sui reati contro l’ambiente. Dichiara soddisfatta l’organizzazione che “finalmente gli ecocriminali saranno costretti a pagare: la speranza è che questo 2015 sia uno spartiacque, l’anno in cui le ecomafie e l’ecocriminalità cominceranno ad essere contrastati con gli strumenti repressivi adeguati”.

Nel mirino di ambientalisti e attivisti ecologici la lente d’ingrandimento è puntata sul ciclo dei rifiuti, il racket degli animali e il mercato del cemento. Il collante è la corruzione che trapela da imprenditori edili in combutta con la Mafia, consulenze nel fotovoltaico per estendere la collusione, supermarket per riciclare il denaro sporco, trafficanti di rifiuti per spostare sudiciume da un posto all’altro.

Queste sono le figure più appetibili di un mercato che non conosce sosta. Se da un parte Legambiente ha raggiunto un considerevole risultato, la strada è ancora lunga e impervia. Nel farraginoso e lento apparato legislativo italiano, ci sono ancora troppe feritoie più o meno larghe per chi vuole eludere i controlli.

In questo mare di incertezza e lungaggini burocratiche e penali, i criminali possono sguazzare indisturbati, camuffandosi con la parte sana e onesta della popolazione. Si pensi ai commi legislativi che il Comitato per la legislazione della Camera ha messo in luce: “Nei sette anni di fuoco dal 2008 ad oggi, tra leggi, decreti e maxi emendamenti in Parlamento se ne è fatta una grande raccolta. Ben 11.694 con le leggi ordinarie, addirittura 14.082 nelle leggi di conversione dei decreti. Insomma: sette anni, dal 2008 a metà 2015, con un carico di 25.776 commi”.

Una situazione insostenibile, che contribuiscono a far lievitare non solo la spazzatura ma anche la criminalità. Senza la certezza della pena, come è possibile contrastare il mostro dell’Ecomafia? L’investimento sicuro e redditizio è sinonimo di guadagno immediato; un boccone troppo ghiotto per farne a meno. Il Dossier di Legambiente certifica una tragica situazione che traccia una mappatura del business illegale.
Con circa “80 reati al giorno, 4 ogni ora”, sia in chiave settoriale che geografia, il malaffare ecologico rimpingua le tasche degli attori principali e dei comprimari. Oliando i giusti meccanismi, la macchina del traffico ecocriminale è florida e proiettata verso futuro.

Come dichiara la direttrice nazionale di Legambiente, Rossella Muroni in merito alla connivenza tra Mafia e pubblico servizio: “la corruzione è il principale nemico dell’ambiente a causa delle troppe amministrazioni colluse, degli appalti pilotati, degli amministratori disonesti e della gestione delle emergenze che consentono di aggirare regole e appalti trasparenti”.

Il nodo cruciale dal quale partire per invertire il circolo vizioso è la certezza della pena per i reati di complicità, in base al grado di colpa nella filiera della degradazione. Altro principio su cui puntare è la celerità del giudizio, senza annaspare in scappatoie, cavilli, commi o qualsiasi altro sofismo per aggirare la legge. Sopra ogni altro valore, però, ciò che deve essere purificato è il senso civico individuale, che consolida quello collettivo.

Se nel 2014 il Pil italiano è calato dello 0,4% mentre i reati contro l’ambiente sono aumentati in termini di fatturato, la colpa è anche nostra. Piuttosto che scagliare la prima pietra è doveroso fermarsi, prender fiato e mettersi una mano sul petto per fare mea culpa per tutte le omissioni commesse dinanzi a un degrado ambientale; ogniqualvolta abbiamo voltato le spalle e proseguito in direzione opposta. Il più grande dei crimini contro l’ambiente non è il suo sfruttamento intensivo, è l’indifferenza che ne consegue.

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