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Quale futuro per il Sud Sudan dopo l’indipendenza

luglio 10, 2015 • Mondo, z in evidenza

 

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di Dario Cataldo

Era il 9 Luglio di quattro anni fa quando il Sud Sudan raggiunse un traguardo storico: l’indipendenza. Ii celebrato quel giorno esatto, cosa è cambiato? Pressoché nulla.
A causa della guerra e dello lotte intestine, il sogno indipendentista si è arenato tra gli scogli della cruda realtà, costellata di fame, miseria e scarsità. L’agognata libertà, ottenuta dopo tanto sangue e dolore, fu celebrata grazie al Referendum quasi plebiscitario; con un’affluenza del 96%, circa il 99% dei votanti si è espresso in modo incontrovertibile, scegliendo l’indipendenza.

Con una decisione storica il Sud si è separato dal resto del Sudan. Per l’occasione molti sudisti residenti a Nord, tornarono per l’occasione. Il giovanissimo stato, godeva e gode tuttora dell’80% dei giacimenti petroliferi nazionali, che gli conferiscono un potenziale economico di primo piano. Purtroppo invece, il mancato sfruttamento delle risorse, lo collocano tra i più poveri del mondo. Per via della sua posizione, non avendo nessuno sbocco sul mare è costretto a dipendere dai paesi limitrofi.

Nella fattispecie, per raffinare il petrolio, gli abitanti del Sud sono costretti a pagare ingenti dazi a quelli del Nord, laddove si trovano gli impianti di raffineria. Tutto ciò lede la stabilità politica e sociale tra i due stati. Inoltre, nella nascente Nazione indipendente, si registra un notevole tasso di mortalità materna oltre che di analfabetismo, contribuendo a rallentare una crescita di fatto mai prodotta. Le lotte intestine hanno fatto il resto.
Gli attriti tra le diverse etnie fomentano un clima già arido di pace, continuando a gettare benzina sul fuoco. La maggioranza “dinka” e in divergenza con quella minoritaria “nuer”. La rivalità genera tensione, tradimenti che continuano nonostante l’indipendenza.

È del dicembre del 2013 il tentato colpo di Stato nel quale le frange fedeli al Presidente Salva Kiir, appartenenti ai dinka, fecero guerra a quelle legate al vicepresidente Riech Machar, di etnia nuer. Il pretesto è stato l’allontanamento di Machar a causa dell’accentramento del potere e del controllo economico nelle mani di Kiir. L’antagonismo perdura ancora oggi a distanza di quasi due anni. Il bollettino di guerra non è per niente indifferente: almeno 50 mila persone sono state uccise mentre 2 milioni hanno dovuto lasciare la propria casa per cercare ospitalità altrove.

Questa, come tante altre rivolte tribali, non conoscono gli onori delle prime pagine dei giornali, non interessano ai governi degli stati più evoluti perché non c’è un ritorno in termini di profitto. Per tale motivo, sembra che il neonato Stato sia abbandonato al proprio destino, imprigionato in una atavica rivalità che coinvolge anche la religione.

Oltre agli scontri con il Nord arabo e musulmano c’è da fare i conti con le popolazioni nere cristiane e animiste, fautori della vittoria al referendum. Un vero peccato se consideriamo le possibilità che madre natura a fornito a tale territorio. Un sottosuolo ricchissimo di oro, argento, zinco, ferro cromo, rame e tungsteno, potrebbero garantire introiti che non siano legati solo alle piccole esportazioni di legname e di petrolio.

Inoltre, essendo lo Stato attraversato dal Nilo, potrebbe espandersi nel settore agricolo per via di un terreno fertile e adatto a diversificare le coltivazioni. La carente programmazione politica, le reticenza alla pace, l’assenza di infrastrutture che garantiscano l’istruzione e il progresso, fanno sì che l’economia del Sud Sudan sia ancora da paese sottosviluppato, vanificando quanto ottenuto con l’indipendenza di quattro anni fa. L’auspicio è che la Nazione del Centro-est africano possa fare il definitivo salto di qualità, mettendo da parte le frizioni che ne limitano lo sviluppo.

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