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Il quadro drammatico dell’Italia nella banda ultra larga

luglio 9, 2015 • Politica, Uncategorized, z in evidenza

 

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di Vincenzo Vita

Ringo Starr ha compiuto settantacinque anni e tanti auguri. Contemporaneamente, ieri si teneva la relazione annuale dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni alla Camera dei deputati, che non ha reso omaggio –però- al famoso brano cantato dal batterista dei Beatles “With a Little Help from My Friends”. Infatti, dalla pur accurata prolusione pronunciata dal presidente Cardani, grandi aiuti per immaginare ipotesi e strategie per il futuro non ne sono venuti.

Eppure Il quadro descritto è drammatico: l’italia registra nella banda ultralarga –vale a dire il fabbisogno reale della comunicazione contemporanea- un livello di copertura del 36% a fronte del 68% della Unione europea a 28. Solo il 4% dei nuclei familiari utilizza connessioni superiori a 30 Mega al secondo, contro il 26% dell’Ue-28, e “praticamente nulle” le connessioni superiori a 100 Mega. Ma attenzione. Il matrimonio tra telefono, radio, televisione e dati richiede cavo e fibre.

E’ illusorio pensare che bastino le onde herziane o un’estensione pulviscolare della tecnologia Wi-fi, a parte il rischio abnorme di un ulteriore e incontrollabile inquinamento elettromagnetico. Siamo al cospetto di una vera e propria crisi economica e finanziaria, appena attenuata dall’avanzata di Internet (+7 punti nella raccolta pubblicitaria) e dall’incremento del 4% della televisione a pagamento. I media classici hanno complessivamente perso quasi 2 miliardi di euro, con una riduzione del 16% nel periodo 2010-2014 e con picchi superiori al 30% nel comparto dei quotidiani.

Pure il mondo postale ha i suoi guai. Eccome. A parte le polemiche recenti sul funzionamento delle Poste s.p.a, il fatturato dei servizi postali e delle attività di corriere subisce una flessione del 12,6% e una riduzione dei volumi del 15%. Visto dal grandangolo, l’universo informazionale italiano è in recessione. Pochi cenni alla parabola della televisione generalista, considerata (?) più o meno stabile. E no, perché il digital divide contribuirà a rendere inquietante il solco tra i cittadini-consumatori: una serie A provvista delle migliori opportunità; e una vasta area secondaria cui rimarrà una tv di quiz e di talk.

E’ vero che la relazione evoca la necessità di un moderno quadro normativo, ma l’Agcom fu immaginata dalla legge istitutiva del 1997 come momento progettuale, volto proprio ad ispirare –anticipandone mosse e tappe- il legislatore. Non è un centro studi. Quindi, era lecito attendersi una seconda parte “construens” del rapporto di Cardani, che se la cava in poche righe generiche. Peggio. Fa capolino un accenno insidioso alla revisione dei soggetti televisivi che hanno l’obbligo di produrre opere cinematografiche ed audiovisive nazionali ed europee. Subito dopo, una vera chicca.

E’ lo sgradevolissimo capoverso in cui si taglia di netto con la l.28 del 2000 (par condicio), etichettata come espressione del superato modello “analogico”. Grave ed improprio. O, davanti al progresso scientifico delle automobili, i semafori dovrebbero essere spenti? Per non dire, poi, del sommario e frettoloso bilancio positivo del Regolamento sul copyright on line, sul quale studi recenti hanno scritto il contrario. Che non funziona, offrendo se mai visibilità e aumento di contatti proprio ai siti “pirata”. Sulla Rai, in corso di (contro)riforma, solo un flash. Pochino. Per fortuna, sul ruolo strategico del servizio pubblico, è stato chiaro il messaggio iniziale di Laura Boldrini. Ottimo, ma è Presidente della Camera.

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