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Erri De Luca, le parole come residenze da abitare

luglio 7, 2015 • Agorà, z in evidenza

 

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di Seila Bernacchi

“A ottobre del 2014 sono andato a Lampedusa per l’anniversario dei più di trecento migranti morti nel 2013. Ho conosciuto i pescatori che tornando dalla loro battuta notturna si sono ritrovati in quel punto dove il barcone si era rovesciato, dove c’erano persone ancora in vita bisognose d’aiuto e altre ormai inabissate.
Erano nudi, si erano liberati perché i vestiti non facessero troppo carico in acqua. Erano oliosi, unti per il carburante che si era disperso in mare. Non si potevano tirar su con le braccia, scivolavano via. Allora i pescatori si sono buttati. E li hanno issati uno ad uno. Nel giorno dell’anniversario (mentre le autorità che oggi vogliono bloccare i flussi, affondare i barconi, pattugliare per non far circolare,commemoravano con discorsi di rito e corone di fiori la ricorrenza dell’annunciata e non ultima ecatombe nel Mediterraneo ndr) ho avuto un’idea che a quei pescatori è piaciuta e allora l’abbiamo fatto.
Siamo tornati in quel punto di mare e abbiamo lanciato manciate di sale grosso in mare. Non per aumentarne la salinità ma perché il sale non rimargina le ferite. E quella è una ferita che deve rimanere aperta”.
Parla calmo, fermo e preciso Erri De Luca al Meeting antirazzista promosso dall’Arci Toscana e svoltosi a Cecina Mare il 2 luglio scorso.

Invitato come intellettuale e pensatore che da molti anni si interessa di ciò che accade nel Mediterraneo, fatica a ritrovarsi nel ruolo e precisa subito che lui non è uno speculativo, un riflessivo, è piuttosto uno che sta “attento a usare le parole precise” che ha deciso di “prendere la residenza dentro il vocabolario italiano”.
E siccome le sue parole – dolci o sferzanti – precise lo sono davvero, è difficile per noi raccontarle usandone altre. Daremo una nuova occasione alle sue parole di raggiungere altri occhi, altre orecchie. Sono parole precise, come quelle che ha pronunciato a proposito della costruzione della TAV e per le quali è imputato in un processo per istigazione al danneggiamento del cantiere dalla società francese costruttrice.
Ha invitato a sabotare l’opera e nel libro La parola contraria ci spiega, ancora una volta puntuale, quanto la sua residenza nel vocabolario della lingua italiana non possa concedere a qualcuno una riduzione del vocabolario attribuendo al termine “sabotare” il significato esclusivo di danneggiamento materiale quando esso esprime più in generale il comportamento di ostacolare qualcosa. Non sono sofismi. Sono parole. Erri De Luca verrà processato in Italia per le sue parole, scrive e rivendica il diritto di utilizzare una ‘parola contraria’ che è anche il diritto delle popolazioni della Val di Susa di opporsi alla costruzione della TAV.
Non il privilegio di uno scrittore ma un diritto sancito, tra l’altro, dall’articolo 21 della nostra Costituzione.
Probabilmente qualche rampante politico con manifesti problemi non di residenza ma di vicinanza al vocabolario, lo processerebbe anche per le parole che ha usato per parlare delle migrazioni.

“ Dal vocabolario all’uso delle parole ho trovato la mia definizione di viaggio. Il viaggio è quello che si fa con un biglietto di sola andata e di più ancora, senza biglietto. E’ un tentativo di affrancarsi, perché libertà non ce n’ è più dal punto di partenza. Se ci fosse libertà alla partenza non ci si sposterebbe. Libertà non è una lista di diritti, è lo sbaraglio, una scelta fatta una volta per tutte, spostarsi di tappa in tappa, senza sapere quale è la successiva. Non c’è via di casa.
Questo è il secolo secondo della migrazione, il primo è stato il ‘900. A Ellis Island nel periodo di massimo respingimento si è arrivati al 2%. Qui siamo al 15% di annegati. E gli Stati Uniti oggi sono a maggioranza ispanica ”.

Il 15% di annegati su cui si fa finta di piangere, si sente in ogni occasione la scomodità di guardare negli occhi quella libertà e il dolore che porta con sé. La strategia di irreggimentare, di bloccare il viaggio non tiene conto dell’assolutezza della scelta, sarà sempre una strategia inadeguata. Intanto annegano, sostano in attesa di una breccia che si apra, di un varco da poter forzare per far spazio al movimento. L’inadeguatezza della politica pseudo- rappresentativa porta con sé la responsabilità di un dato storico e insieme la possibilità di scoprirsi diversi e migliori da quell’inadeguatezza arrogante.
Il dato storico, è dolorosa l’ironia di De Luca adesso, è che stiamo assistendo al peggior servizio marittimo dell’umanità. Persino quando c’era la tratta degli schiavi si viaggiava meglio, perché era fondamentale arrivare. La merce umana doveva viaggiare incolume e arrivare sana altrimenti non si pagava la consegna. Adesso non importa che arrivino. Possono anche annegare perché tanto hanno già pagato cospicuamente il viaggio.

E’ questo viaggio senza via di ritorno che intraprendono i migranti, hanno scelto la libertà, la difendono sugli scogli di Ventimiglia, rifiutando che si possa essere colpevoli di viaggio.
“Il Mar Mediterraneo è di tutti, lo hanno chiamato – precisa ancora – Mare Nostrum, perché è di tutti quelli che vi si affacciano, quando lo si è nominato così si è significato che era di tutti, che non apparteneva e non cambiava nome a seconda delle terre che lambiva. Io appartengo al Mediterraneo e tutto quello che succede nel Mediterraneo mi riguarda. Ed è cittadino del Mediterraneo chiunque arrivi sulle nostre coste.”
Ascoltando Erri De Luca dentro risuonano sempre più sguaiate e prive di senso le parole, queste affatto precise, di Salvini, dell’Europa (a cui i greci dovrebbero almeno chiedere indietro il nome) e la paura astratta che brandiscono come un vessillo.

“Si usa l’espressione per chi migra ‘cercare fortuna’. No. Non stanno cercando fortuna, stanno cercando di scansare la sfortuna. Non sono dei giocatori d’azzardo.”
Sono flussi migratori inesorabilmente scavalcanti, la libertà non conosce i confini di una sua disuguaglianza, la sua scelta è sbaraglio di limiti. E non contano le paure astratte del “ci rubano il lavoro” (quando? Dove? A chi?) , contano le paure concrete, quelle con cui ci possiamo confrontare.
Ma la paura – dice Erri De Luca – “è anche un sentimento politico e in quanto sentimento non ragionevole. E tuttavia è sentimento politico è anche il coraggio. Si può suscitare coraggio. Se la destra sfrutta la paura, la sinistra potrebbe sfruttare il coraggio e la fraternità e la fiducia. La tolleranza no, è un sentimento insufficiente, sembra di star lì a sopportare e prima o poi ti scocci”.

Il coraggio non è quello dei sommergibili inviati a largo delle coste libiche, i droni, le fregate a pattugliare, la detenzione nei centri di ‘accoglienza’. Da una gabbia all’altra il corpo del viaggiatore sguscerà via valicando frontiere o annegando. Possiamo scegliere di provare irragionevoli paure o comportarsi con umano coraggio. Non sono scelte equivalenti ma le abbiamo davanti a chiamarci in causa.

“Quelli che hanno portato gli aiuti a Milano, a Roma, a Ventimiglia hanno espresso un sentimento politico slegato dal favore elettorale per gli uni o per gli altri, un sentimento di fraternità spontanea. Dal basso, al piano terra, succede questo nel nostro Paese, ci si vede e ci si guarda negli occhi, prende corpo la dialettica dell’incontro e della fraternità. Al piano terra succede tutto.”
Dal pubblico qualcuno chiede cosa risponde all’argomento spesso cavalcato “c’è la crisi non ce ne è abbastanza per tutti” .
“ Abbastanza è quello che c’è, suddiviso in parti uguali.”

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