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L’amaro sorriso dei greci

luglio 6, 2015 • Politica, z in evidenza

 

Greek parliament votes for the new President of Republic

 

di Claudio Vercelli

I greci hanno votato (quanto meno due terzi degli aventi diritto), esprimendosi in maniera sufficientemente chiara sulla loro indisponibilità a sottostare alle dure imposizioni della cosiddetta “troika” (L’Unione, la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale) rispetto alla gestione del debito nazionale. La sua attuale dimensione ammonta a 312 miliardi di euro (così la stima al 31 marzo 2015), pari a circa il 180% della ricchezza nazionale contabilizzata prodotta dal Paese in un anno fiscale.

Non di meno, la dimensione di grandezza della Grecia rispetto all’intero volume delle ricchezze prodotte dall’economia formale dell’Unione Europea è pari all’1,9%. Quello che potrebbe offrire una normale provincia italiana di medie dimensioni, rispetto al reddito nazionale italiano. La curva dei rendimenti, in una nazione che sta registrando una deflazione elevatissima, pari al -2,1% annuo, è quindi apparentemente molto onerosa. I bond ateniesi con scadenza a due anni hanno un rendimento medio del 35%, quelli a media scadenza (cinque anni) del 23%, quelli a media-lunga scadenza (dieci-quindici anni) tra il 15 e il 13%, mentre i titoli a scadenza ventennale superano abbondantemente il 10%. Il supplizio di Tantalo che si è ingenerato, in una economia oramai cronicamente depressa, ossia in costante declino, è che la discesa dei prezzi aumenta l’ammontare dell’onere debitorio. Ma l’aumento di questo è tra le premesse che fanno sì che l’economia sia ancora più indirizzata verso la discesa.

Essendo escluso, o seccamente ridimensionato, qualsiasi intervento pubblico. In un Paese che, peraltro, ha a lungo vissuto di una economia quasi esclusivamente pubblica. Per i mercati internazionali le ipotesi possibili sono solo oramai solo due: uno scenario di default o, nella migliore delle ipotesi, una profonda rinegoziazione del debito, con un nuovo scadenziamento delle rate di restituzione e una variazione dei tassi. Ipotesi, quest’ultima, plausibile e praticabile (ovvero, sottoscrivibile perché certa nella sua concreta attuazione) solo se l’economia ellenica dovesse riprendere fiato. Cosa, allo stato attuale dei fatti, più che improbabile. Alcune cose vanno fatte ancora notare.

Dell’intero ammontare debitorio, circa un quarto è quotato in titoli obbligazionari. Di questa parte, una quindicina di miliardi, è composta da emissioni a breve termine, strumento con il quale Atene ottiene del denaro liquido per pagare i suoi oneri immediati, soprattutto pensioni e stipendi. Di fatto, da quando è entrata nel piano “salva-Stati” europeo, non può più operare liberamente sul mercato dei titoli a media e lunga scadenza. Sui bond a breve, la Grecia non paga quasi interessi, trattandosi di una sorta di partita di giro tra la Banca centrale europea e quella nazionale greca: io ti do ossigeno, tu me lo rendi grosso modo nella misura in cui te l’ho anticipato. Non si tratta, quindi, di attività di natura speculativa ma, piuttosto, “sostenitiva”. Del debito restante, circa 213 miliardi, buona parte d’esso è detenuto dal Financial Support Mechanism Loans, per l’appunto il fondo di tutela europeo. Anche qui la Grecia paga un tasso contenuto, concordato con gli organismi intenzionali tramite le negoziazioni del 2010 e del 2012. Infatti, i cosiddetti “piani di salvataggio finanziario” non sono emissioni a fondo perduto e neanche prestiti a “tassi di mercato” bensì fruizioni di denaro a tasso agevolato in cambio di piani di riforme dei mercati interni.

Il tasso medio sul debito pagato da Atene è quindi di circa il 2% complessivo, di contro al 5% che compete all’Italia. Dopo di che, la Grecia è perennemente con l’acqua alla gola. Poiché la strozzatura peggiore rimanda ad una economia che è tracollata, divorandosi, dal 2008 ad oggi, il 25% del Pil e un quarto del mercato del lavoro. Non pochi greci sopravvivono ancora grazie ai trasferimenti dallo Stato. Si tratta, per molti aspetti, di un’economia di sussistenza statalista. Uno Stato, però, che così facendo, in assenza di sostanziali riforme, comunque impraticabili, poiché di improbabile realizzazione materiale in un’economia nazionale semi-agonizzante, alimenta esso stesso la posizione debitoria del Paese. La troika è intervenuta pesantemente, con scelte per alcuni aspetti al limite del punitivo, su questa spirale.

La cosiddetta politica dell’austerity, che avrebbe dovuto spezzare i circuiti di dipendenza perversa, in realtà rischia invece di alimentarli. Non c’è all’orizzonte nessuna ripresa dell’economia ellenica. La quale, peraltro, anche nella migliore delle ipotesi – e di ciò non si sta comunque parlando – dovrebbe fare a fronte, per un lungo periodo, ad un vero e proprio piano di ricostruzione nazionale. A partire dal medesimo servizio del debito. Spese in conto capitale, ossia d’investimento, sono improponibili, in altri termini.
Almeno per il periodo corrente. Ma se lo Stato non mette (ancora) mano alla cassa, chi provvederà ad un qualche “rilancio”? In tale condizione di stallo, per Atene gli spazi di manovra sono ridotti pressoché allo zero. Se poi, per un effetto slavina, le condizioni dei mercati europei dovessero subire effetti di ingestibilità di ampio periodo, a causa dell’onda lunga degli effetti del voto greco, le condizioni potrebbero rivelarsi ancora più proibitive. E qui, allora, gli avvoltoi, che girano sopra il Partenone, potrebbero calare in picchiata.

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