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Europa malato terminale?

luglio 5, 2015 • Economia, z in evidenza

grecia

Redazione

I rapporti fra la Grecia e l’Eurozona sono in fase terminale da lunghissimo tempo. Si tratta di una morte lenta, per dissanguamento goccia a goccia, perché sia la Grecia sia l’Unione Europea tamponano un po’ la ferita, senza decidersi a fasciarla e cercare di guarirla davvero. La fase terminale è iniziata quando né i Greci né i Tedeschi (che in effetti guidano le decisioni europee su questo argomento) sono più stati disposti a fare concessioni, pur proseguendo sterili trattative.

All’interno della Grecia la fase terminale è iniziata quando il paese si è trovato con il 26% di disoccupati, il 27% di contrazione del PIL, il crescere di una economia sommersa di sopravvivenza al posto di una economia legale, quindi nell’impossibilità di restituire i prestiti alle istituzioni europee e al FMI. Prestiti concessi per altro senza che nessuna istituzione credesse che potessero essere ripagati.

I paesi creditori, prima di tutti la Germania, hanno raggiunto il loro punto terminale quando hanno continuato a chiedere impegni che tutti sapevano che la Grecia non avrebbe potuto mantenere. Perché? Perché la Germania, il cui PIL dipende al 25% dalle esportazioni negli altri paesi europei, vuole mantenere sia l’eurozona sia il mercato comune, ma non è disposta a pagarne il prezzo che i paesi mediterranei pensavano pagasse. Così ha lasciato incancrenire il problema con provvedimenti temporanei, pur sapendo che avrebbe soltanto guadagnato tempo, senza risolvere nulla. La classe dirigente tedesca ha dimostrato una incapacità di leadership politica che, accostata alla sua grande potenza economica, non può che provocare scompensi in Europa.

Per gli Europei la Grecia oggi è come una diga: non sappiamo che cosa succederà quando inizierà a crollare, perciò cerchiamo di tenerla in piedi il più a lungo possibile, ma non pianifichiamo di ricostruirne le parti danneggiate. Se la Grecia lascerà l’eurozona, ricorrerà presto anche a controlli sull’esportazione di capitali e sull’importazione di merci, uscendo in pratica dall’Unione Europea. Sarebbe costretta a farlo da necessità finanziarie ed economiche, non politiche.

Il comportamento dei Greci è anche il risultato della crisi cipriota, si cui nessuno più parla, ma che ha fatto lezione ai popoli che si trovano in condizioni analoghe. Allora l’Europa, guidata dalla Germania, per salvare le banche di Cipro pretese che venissero prelevati i depositi bancari superiori a 100 000 euro sia dei residenti che dei non residenti. C’erano anche depositi di cittadini russi dediti a commerci illegali, ma c’erano tanti risparmi accumulati con duro e onesto lavoro da decine di migliaia di famiglie di Cipro, che hanno visto andare in fumo intere vite di lavoro su richiesta dell’Europa – derubati legalmente su richiesta dell’Europa. L’Europa intendeva dare una lezione a tutti i popoli europei, punendo duramente una piccola popolazione marginale. La lezione che si voleva dare era che i cittadini elettori che permettono ai propri governi di fare debiti e di spendere troppo vedono poi andare in fumo i loro risparmi, vedono il paese andare in rovina. Ma le lezione poteva anche essere interpretata in altro modo: i popoli che si trovano in grave difficoltà perché il loro stato è in bancarotta non hanno speranza di farcela se cedono alle pretese dell’Europa! Se resistono e fanno da soli, potrebbero fare meglio. Così hanno preso la lezione i Greci, ed hanno votato per i partiti euro-scettici.

C’è anche un sottofondo morale diverso, frutto di storie e culture diverse, a separare le posizioni del Nord-europa e quelle della Grecia. Per i Nord-europei la ‘colpa’ morale dell’insolvenza è tutta del debitore. Per i Greci e per i popoli mediterranei è al cinquanta percento del creditore, che impresta il denaro a proprio rischio e pericolo e quado sbaglia paga. Ma non c’è un tribunale superiore che possa decidere come dividere la perdita fra paesi creditori e paesi debitori: la decisione può essere soltanto politica.

Che succede negli altri paesi dell’Eurozona se la Grecia lascia l’euro? Non c’è il rischio di un collasso nei mercati finanziari. Ci sarà volatilità, ma non di grave entità, né di lunga durata. Ma se non ci sarà presto una ripresa economica in paesi come la Spagna e il Portogallo, nonché in Italia, gli elettori di questi Paesi potrebbero pensare in numero crescente che uscire dall’Euro e riprendersi la piena sovranità potrebbe essere meno amaro che perseguire una politica di austerità per decenni. Se l’economia greca desse presto cenni di tornare a svilupparsi facendo affari al di fuori dell’Eurozona, senza seguire le regole europee e senza pagare i debiti vecchi, la vittoria dei partiti anti-Europa alle prossime elezioni nei paesi debitori sarebbe molto probabile. Se succedesse, si metterebbe in moto un meccanismo politico ed economico che potrebbe portarci a un futuro che alla lunga non piacerà a nessuno. Speriamo che le classi dirigenti europee lo capiscano e propongano soluzioni che offrano speranze a tutti, non prospettive di povertà e senso di obbedienza dovuta ai popoli europei ricchi.

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