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Le conseguenze del disamore. Pd dopo le regionali 2015

luglio 4, 2015 • Politica, z in evidenza

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di Giorgio Salerno

Cosa accadrà ora? Cosa succederà al PD, e nel PD, dopo la batosta elettorale? Quali saranno le conseguenze del voto ?
Tutti i commentatori politici concordano sul fatto che i risultati delle elezioni regionali del 31 maggio 2015, ed i ballottaggi di domenica 14 giugno nei comuni interessati, hanno mostrato una crescente disaffezione dell’elettorato verso il PD di Matteo Renzi. Lo stesso Presidente del Consiglio lo ammette senza reticenze.

L’alto numero degli astenuti, soprattutto nelle cosiddette regioni rosse, ascrivibile prevalentemente all’elettorato piddino, e la diminuzione del voto di lista al Partito, con la perdita conseguente della guida di importanti città, sono il segnale di una delusione profonda che ridimensiona drasticamente il famoso 40,8 % conseguito alle elezioni europee del 25 maggio 2014. Appena dopo un anno il PD ha perso più di 2 milioni di voti, verso la destra e verso la sinistra. Molti elettori di centrodestra e di destra, ex berlusconiani che avevano visto nel giovane premier una reincarnazione dell’anziano leader, hanno preferito l’originale (Berlusconi, Salvini, lo stesso Alfano) alla copia (Renzi). Vecchia legge della politica.

Renzi ha perso verso sinistra non riuscendo a motivare il tradizionale elettorato del PD e non acquistando voti nuovi provenienti da questa area. Non è vero, come tendono a far credere i vertici del Partito, che la scelta dei candidati di sinistra (Casson) abbia fatto perdere voti. Ed allora la Moretti, la Paita, lo sconfitto aspirante sindaco di Arezzo? Candidati che più renziani di cosi’ non si poteva immaginarli.

Come spiegare questo rifiuto del PD in quanto tale? Molteplici le cause di questa sconfitta : la “riforma” del lavoro e lo scontro con i sindacati, la “riforma” della scuola e la rivolta di docenti e studenti, il balbettio sulla questione dell’emigrazione e le rodomontate sulla sua opera in Europa, la persistente sofferenza materiale di milioni di italiani, la supponenza e l’arroganza del personaggio.
Queste elezioni sono state una doccia fredda, hanno riportato sulla terra le “astronaute” serracchiane, morettiane, paitiane, boschiane, bonafèiane e chi più ne ha più ne metta; per la prima volta un’ombra si è posata sul viso beato di Guerini, sul paffuto e soave viso di Rosato, sullo spigoloso e brusco faccione di Lotti. Segnano, i risultati elettorali, un’ inversione di tendenza, ridimensionano infondate ambizioni, mettono in discussione strategia e tattica del partito pigliatutto. Le conseguenze saranno vaste e profonde.

Commentatori politici autorevoli, variamente favorevoli alla leadership renziana del partito e del governo, sono alle prese con l’elaborazione del lutto e si interrogano smarriti sul da fare.
” Ce n’è abbastanza per ballare politicamente, altro che fotografarsi davanti alla Playstation dopo la lettura dei risultati, per trasmettere agli elettori un segnale di tranquillità da oratorio, che è invece un segnale del nulla, senza significato e dunque inquietante come tutte le false sicurezze”.(Ezio Mauro, Repubblica 2 giugno 2015)
“O Renzi fa il Capo del governo e libera l’autonomia del Pd, trasformandolo in quel soggetto politico che non è, oppure deve occuparsi del partito, dotandolo del fondamento culturale che ancora manca, e che è la base e la fonte sicura di ogni scelta politica consapevole”.(E. Mauro, repubblica 16 giugno 2015)
“Se Renzi vuole restare, come ha dichiarato, alla guida del Paese fino al 2018 dovrà rapidamente (accanto al varo di misure su questioni cruciali come l’immigrazione e il rilancio dell’economia) porsi la questione di costruire un partito e una classe dirigente all’altezza del compito”.(Luciano Fontana, Corsera 16 giugno 2015)
“Non solo è scomparsa la prospettiva di un ‘Partito della Nazione’ a guida renziana. Si è anche dissolta la strategia di una conquista dei consensi moderati. Il quadro di colpo sta cambiando”(Massimo Franco, Corsera 16 giugno 2015).

“Abbiamo sbagliato: un errore colossale. Abbiamo scambiato la realtà per un talk-show… errore di considerare la vitalità di Renzi come il segno della vitalità del Pd. Non è vero, fuori da Palazzo Chigi il Pd è sempre più preda dei cacicchi locali. Il territorio è sguarnito. Il partito copre pezzi di società che dipendono dal voto di scambio, specialmente da Roma in giù” (Pigi Battista, Corsera 17 giugno 2015)
“Non basta più un partito fatto solo col carisma del suo leader. Il voto è stato senza dubbio contro il Partito Democratico, contro il profilo inafferrabile e inconcludente di un soggetto che non è più la ‘ditta’ di Bersani ma non è mai diventato il ‘partito della nazione’ evocato più volte, ma in modo generico a Palazo Chigi. Il voto ha spezzato l’incantesimo delle europee” (Stefano Folli, Repubblica 16 giugno 2015).
Sostanzialmente sulla stessa linea le considerazioni di Ernesto Galli della Loggia, Antonio Polito, Paolo Franchi e, non ultimo, Eugenio Scalfari che vorrebbe Renzi più intelligente e meno furbo. Insomma Renzi deve cambiare.

Si risentono, in queste valutazioni, preoccupazioni espresse già in passato e più volte, sul deficit di identità del partito democratico. Giudizi già dati, da anni, da Massimo Cacciari sul “partito mai nato” e da Massimo D’Alema sull’ ” amalgama mal riuscito”. La fusione della Margherita e dei DS, mai accettata pienamente dai principali leaders dell’epoca, arriva oggi ad uno snodo cruciale.
All’assemblea dell’area DEM, tenutosi a Torino all’indomani delle regionali, Roberto Speranza ha invitato il premier, nonché segretario del partito, a non “segare” il ramo su cui si è seduti allontanando gli elettori di sinistra e ha auspicato che il “partito, nel quale io credo tantissimo, deve interrogarsi su che strada vuole prendere”. E la strada, o forse ‘il cammino dello Speranza’, il deputato DEM lo indica nella lettera indirizzata al direttore del Correre della Sera il 19 giugno:”Davanti a noi c’è una sola strada:quella di lavorare all’unità del Partito Democratico…Un’unità..che non puo’ trovarsi per via disciplinare…ma attraverso un lavoro di ascolto, confronto e mediazione nel merito delle singole questioni, un compito e una responsabilità che sono proprie del segretario di un grande partito come il PD”.

Francamente singolare, a più di venticinque anni dalla Bolognina, dopo svariati congressi e cambi di nome (PDS,DS,PD), accorgersi di essere ancora a questo punto : alla ricerca di un’identità e di quale strada prendere. Partito di sinistra o di centrosinistra? Di centro o addirittura di centrodestra? Perseverare è diabolico : se l’esperimento non è riuscito lungo il corso di un quarto di secolo perché dovrebbe riuscire ora? Le due anime si amalgameranno nel modo giusto? Si imboccherà decisamente una sola strada? Troveranno il punto di convergenza con i renziani della prima, seconda e terza ora?
Tra le conseguenze “minori” del voto ci sarà probabilmente l’abolizione o il forte ridimensionamento delle primarie. Sono patetici i rimpianti di Parisi che vagheggia di un’età dell’oro delle elezioni primarie e non vede che se si è giunti al punto in cui siamo, è anche effetto della sciagurata scelta delle primarie, uno strumento orecchiato dalla tradizione politica statunitense. A nulla valse la battuta di Bersani che non avrebbe fatto scegliere l’amministratore del proprio condominio dagli elettori del condominio vicino.

Forse non si userà la denominazione di Partito della Nazione ma non si abbandonerà certo l’idea di ‘occupare il centro’ ed essere un partito di centro che porta avanti politiche neo-liberiste e di destra. Del resto Renzi non ha detto più volte che il modello di partito che ha in mente è quello dei democratici americani e che il socialismo europeo dovrebbe diventare un’internazionale dei democratici?
Renzi non cambierà, non c’è né un Renzi 1 né un Renzi 2. Renzi è uno solo, quello che abbiamo conosciuto sinora, autoritario e sprezzante, ‘rottamatore’ e non ‘ascoltatore’. E’ semplicemente irrealistico pensare che possa cambiar natura, fare autocritica, diventare il tessitore di nuovi rapporti con la sinistra. ‘Illusione, dolce chimera sei tu’……… cantava Achille Togliani.

La più fedele interprete del verbo renziano, Maria Teresa Meli, ha ben sintetizzato la situazione:”Pensare che il premier torni indietro dopo quello che lui stesso ha definito un insuccesso significherebbe non conoscere bene di che pasta è fatto il presidente del Consiglio”. (M.T.Meli, Corsera 16 giugno 2015).
La prova fattuale è stata data dalla conclusione della vicenda della ‘riforma’ della scuola. L’imposizione del voto di fiducia su un maxi emendamento mostruoso, ha fatto piazza pulita di tutte le pie illusioni su un rinnovamento renziano.
La conseguenza più rilevante, del voto recente, sarà un’accelerazione del percorso iniziato con il celebre ‘Enrico stai sereno’, sarà questa la ‘volta buona’ per dare unità e identità al PD. Renzi invera e porta a compimento il lungo cammino del PD, iniziato con la svolta occhettiana della Bolognina, proseguito con la Cosa Due e con il Lingotto veltroniano quello del PD a vocazione maggioritaria, blairiano, kennediano, clintoniano.

Stefano Fassina, uscito da poco dal PD ha ben sintetizzato cio’ che è il partito oggi. La sua scelta di abbandonarlo ” è stata segnata dalla svolta liberista sul lavoro, da quella plebiscitaria sulla democrazia, e ora da quella regressiva sulla scuola”.
Si tratta di un passaggio che segna l’ultima e definitiva fase del lungo travaglio iniziato nel 1989. Un passaggio chiave che riguarda nello specifico Renzi e l’Italia, ma che in realtà accomuna le vicende di un partito, che fa parte della famiglia socialista europea, a tutti i partiti ‘socialisti’ del continente. Un dislocamento a destra che sta producendo, al di là delle contingenze e delle differenze, la nascita di nuove aggregazioni di sinistra che prefigurano una perdita di slancio della trentennale egemonia culturale del liberismo.

Il PD di Matteo Renzi accentuerà il progetto di invertire il senso comune dei cittadini facendo percepire  il welfare come fattore inessenziale e negativo, la solidarietà come sospetta, i diritti come un abuso, le Costituzioni come un ostacolo all’economia, i sindacati come superflui o disdicevoli, lo Stato stesso come un oltraggio nei confronti del privato. Alla luce di questa egemonia  è stato possibile ” diminuire la democrazia” come predicavano i chicago boys, vuoi attraverso la paura, il ricatto sul lavoro, le monete uniche e persino progetti ideali come quello europeo.

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