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India, abusi sulle donne in sala parto, genesi della cultura patriarcale

luglio 4, 2015 • Mondo, z in evidenza

India caste

di Dario Cataldo

Quando si pensa che la crudeltà dell’uomo verso un suo simile abbia toccato vette inarrivabili, ti rendi conto che in realtà, si può superare il limite e oltre. Delle violenze sulle donne, si è scritto e si continuerà a scrivere perché purtroppo, da che mondo è mondo, la brutalità umana cammina a fianco dei più alti principi morali che contraddistinguono l’uomo

È sempre un dolore, una ferita mai rimarginata quando però si legge di abusi sulle donne, specie se gravide, perché si comprende quanto oscuro e imperscrutabile sia l’animo umano. In India orientale, nel villaggio di Santhal a Birbhum, le famiglie in possesso di un certificato di nascita si contano sulla punta delle dita. Il motivo? Alle gestanti del luogo non piace l’idea di andare a partorire in ospedale per un semplice motivo: sono trattate alla stregua delle bestie.

Tra i residenti infatti il pensiero comune è: “Noi trattiamo con molta più cura le nostre capre e i nostri bufali, rispetto a come loro trattano i pazienti”. Le conseguenze in termini di elevato tasso di mortalità sono incalcolabili. Piuttosto che affidarsi alle cure mediche di un istituto pubblico, si preferisce il ricovero domestico, improvvisato ed empirico, aumentando il rischio di mortalità materna.

La comunità internazionale preme affinché il governo indiano regolamenti le modalità di accesso al parto, rendendolo più tracciabile e obbligatorio, sia in ospedale che in cliniche riconosciute. Il discorso però è sempre lo stesso: se appartieni alla borghesia della società, benefici di cure eccellenti, servito e riverito a puntino. Se hai la disgrazia di essere uno squattrinato, un diseredato della società, un invisibile, sarai obbligato ad andare in strutture pubbliche, in cui è lo stesso personale che ammette i soprusi alle pazienti indifese, vantandosi nel modo più becero e insolente che si conosca, magari al bar davanti una birra ghiacciata

Un giovane medico di un ospedale di Calcutta afferma: “Tutti i miei compagni del corso hanno preso a schiaffi le pazienti. È quasi un rito di passaggio – continua il neodottore. Una volta c’era un ragazzo così timido che non perdeva mai la pazienza. Il giorno in cui ha dato il suo primo schiaffo a una paziente lo abbiamo costretto a offrirci la cena per festeggiare”.

Per incentivare la barbarica pratica in ospedale, le istituzioni indiane hanno ideato il Janani Suraksha Yojana, un documento con il quale chi opta per il ricovero è incentivato da un compenso economico. Una sorta di risarcimento per violenze e abusi sessuali sotto gli occhi di tutti. Nel frattempo, per tenere sotto controllo la natalità, con la dovizia e solerzia degna di un monaco certosino, il Governo obbliga alla sterilizzazione dopo il terzo parto.

A cosa serve vantarsi del controllo delle nascite, della pulizia delle infrastrutture ospedaliere, da come si evince dalle ispezioni della National Health Mission, su iniziativa dell’Esecutivo indiano per migliorare la qualità della vita della popolazione rurale, se la stessa vita è lesa nelle fondamenta, con angherie cosi devastanti da provocare danni non solo fisici ma soprattutto morali?

Le violenze sessuali sono inqualificabili; se a donne in attesa dimostrano quanto lungo sia ancora il cammino affinché gli uomini possano fregiarsi del titolo di “esseri pensanti dignitosi”. Incoraggiare le donne indiane a partorire in ospedale dovrebbe essere un’accuratezza per la salute della madre è del nascituro, non un viaggio con biglietto pagato presso il “circo degli orrori”, in cui alla finzione messa in scena dalle compagnie circensi si sostituisce la cruda realtà della classe sanitaria.

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