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Marino, Zingaretti e le auspicabili dimissioni

luglio 1, 2015 • Politica

 

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di Aldo Giannuli

Lo scandalo che ha investito Roma e la Regione Lazio non è certo cosa di ordinaria amministrazione, si potrà discutere se il fenomeno sia classificabile come Mafia o come corruzione diffusa (direi sistemica), ma in ogni caso siamo al di là di ogni limite di decenza. D’accordo: il grosso delle porcherie appartengono più alle giunte precedenti che a quella ora in carica, anche se poi è ingiusto dire che tutto è iniziato con Alemanno e la Polverini, perché, le basi, se vogliamo, risalgono alle giunte Veltroni e Marrazzo targate Pd.

Possiamo convenire che gli attuali amministratori hanno trovato una brutta eredità e che, almeno sinora, non emerge nulla di penalmente rilevante a loro carico. Ma le responsabilità penali sono una cosa e quelle politiche sono un’altra. Nell’aula del Tribunale servono prove che dimostrino comportamenti positivi e personali per poter irrogare una condanna (siamo garantisti e non deflettiamo dal principio della responsabilità penale provata, insisto: provata), ma nelle aule dei consigli comunale e regionale (e peggio in quelle Parlamentari), la prova non è necessaria e neppure si richiede un comportamento personale positivo: se sei a capo di una istituzione e quella istituzione è un covo di malfattori, hai la responsabilità oggettiva di questo stato di cose.

Marino si difende dicendo di aver collaborato con la magistratura e di aver denunciato il malaffare, il che è vero, ma solo in piccola parte. Ha fatto troppo poco per potersela cavare. Zingaretti, poi, non può vantare neppure questa piccola scusante: non ha fatto praticamente nulla per ripulire la cloaca regionale. Quantomeno dovremmo parlare di una “culpa in vigilando” e ce n’è abbastanza per dare le dimissioni. Poi c’è un altro aspetto da considerare: lo scandalo ha distrutto la credibilità del comune, quali che siano le responsabilità individuali degli attuali consiglieri, questo consiglio non rappresenta più la città (e basta dare una occhiata ai sondaggi per capirlo). Dunque, non può restare in carica per un fatto politico, non penale.

Ma c’è una ragione più profonda, direi di ordine sistemico: quello che colpisce del caso romano non è l’entità del valore dei casi, ma il loro numero. Certo, mancano all’appello le voci decisive della sanità e dei grandi lavori (e chissà che zuppa verrà fuori quando la Procura dovesse cacciarci dento il naso!) e quasi mai si parla di cifre che eccedono il milione di euro, sono in gran parte cose da decine o al massimo centinaia di migliaia di euro, che non è proprio il valore dei grandi affari di Mafia
Il punto è la quantità sterminata di episodi, diremmo la “quotidianità del crimine”. Ma una valanga di reati di quel genere non si fa senza una corruzione dilagante negli uffici comunali e regionali. Questa grandinata fa capire che dentro ci sono centinaia e centinaia (forse anche qualche migliaio) di impiegati che hanno dato manforte ai delinquenti e che, con ogni probabilità, abbiano avuto la loro convenienza a farlo. E poi ci sono le responsabilità dei dirigenti che forse non hanno preso neppure il becco d’un quattrino, ma che sicuramente hanno avuto un comportamento omissivo nell’impedire che i reati accadessero.

Allora, diciamocelo senza girarci intorno, se vogliamo risanare Roma, serve una grande “retata”: una indagine ufficio per ufficio, impiegato per impiegato che porti a centinaia di licenziamenti in tronco. So di dire una cosa grave, ma ci sono situazioni in cui occorre avere la mano pesante, molto pesante. Che serva di monito anche alle altre amministrazioni comunali nei cui uffici, pure, l’odore che si respira non è quello di brezza marina. E questo significa che chi procede non deve avere l’impiccio di un consiglio comunale che magari ha la tentazione di sfiduciare una giunta troppo severa, non deve avere il problema di stare a sentire i sindacati (che nel pubblico impiego fanno solo danni), e deve avere il supporto di norme ad hoc, pensate proprio per i commissariamenti di enti locali.

Ma vi sembra che possiamo sopportare cose come quelle compiute dai vigili capitolini fra Natale e Capodanno? A proposito: come è andata a finire l’azione disciplinare promessa?

Dunque, qui c’è bisogno che Marino tolga il disturbo nel più breve tempo possibile e che si nomini un commissario, possibilmente dotato di norme speciali ad hoc e di uno squadrone di finanzieri e poliziotti che proceda all’indagine amministrativa più minuziosa. Entro un anno il commissario deve ripulire l’amministrazione disponendo le sanzioni disciplinari necessarie: dall’ammonizione, alla sospensione, alla perdita di grado ed al licenziamento. Ad esempio, un dirigente che non ha vigilato adeguatamente va retrocesso, un impiegato che non ha svolto la pratica con la correttezza necessaria, ma con omissioni veniali sia ammonito, ma quello che ha materialmente partecipato al malaffare venga licenziato in tronco e gli atti siano trasmessi alla Procura. Stesse considerazioni valgono per la Regione.

Forse non sarebbe male se riscoprissimo gli strumenti disciplinari: se volete il rispetto della legalità cosicché l’onestà vada di moda, non è solo con la giustizia penale che lo otterrete ma anche facendo rigare dritto i dipendenti della Pubblica Amministrazione.

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One Response to Marino, Zingaretti e le auspicabili dimissioni

  1. Giuseppe Gristina ha detto:

    Manca una ghigliottina per ogni piazza, un po’ di cloro al clero, le piogge di marzo possibilmente di piombo e per concludere un pizzico di giustizialismo … Magari alla Di Pietro … Caro Giannuli, coraggio, si riprenda.

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