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La Corte Suprema degli Stati Uniti e il messaggio di “civiltà”

giugno 30, 2015 • Agorà, z in evidenza

irlanda675

di Matteo Cresti

Il 26 giugno con cinque voti contro quattro la Corte Suprema degli Stati Uniti con la sentenza Obergefell v. Hodges ha dichiarato incostituzionali le leggi di alcuni Stati dell’Unione che proibivano il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Si porta così a compimento una vicenda che era cominciata esattamente due anni addietro con la sentenza che abrogava il DOMA (Defence of Marriage Act), con cui si escludeva che gli Stati membri fossero obbligati a riconoscere le unioni omosessuali celebrate negli altri Stati. Il matrimonio same-sex è dunque adesso legale in tutti gli Stati degli USA.
Quello che è successo – non è che è stato tolto il diritto al popolo sovrano di scegliere sulle politiche matrimoniali – come hanno affermato i repubblicani, e i quattro giudici dissenzienti, ma che una Corte Costituzionale abbia dichiarato illegittima una norma che discriminava una minoranza.

Qualsiasi legge ingiusta, anche se supportata dalla più ampia maggioranza rimane ingiusta. Anche le leggi raziali sono state approvate e supportate dalla maggioranza, ma non per questo diventavano giuste. Se nella Costituzione si trova una norma per cui tutti i cittadini sono pari dinanzi alla legge, ecco che ogni altro norma del corpo legislativo che confliggerà con essa potrà essere considerata incostituzionale.

Non si è sfasciato proprio nulla, non si è regolamentato contro la legge divina e contro quella naturale. No. Si è affermato che “l’amore è amore” (parole di Obama) e che tutti gli “americani sono eguali dinnanzi alla legge, che devono essere trattati in modo eguale, indipendentemente da chi siano e o da chi amino”. La sentenza ha reso “l’Unione un po’ più perfetta”.

Un tempo le unioni interraziali erano proibite. Se Dio aveva collocato le razze in continenti diversi, evidentemente era perché non voleva che si unissero. Poi arrivò la Corte Suprema a scombinare le carte. L’amore doveva essere protetto. Tutte le coppie dovevano avere gli stessi diritti.

Ora la stessa cosa con il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Dopotutto “Gay is new Black”. Ma dio dove lo lasciamo? Come ha scritto Jeffrey Toobin sul The New Yorker “God may reign, but He (or She) doesn’t legislate” (Dio potrà pure regnare, ma Lui, o Lei, non legifera), sentenza molto più ironica dell’italico Libera Chiesa in Libero Stato, ma che sostanzialmente significa la stessa cosa: lo Stato è Laico.

La sentenza non sta distruggendo proprio nulla, tantomeno i diritti dei bambini. Anzi per uno strano caso della storia, le sue parole sono così vicine a quelle del Romano Pontefice di qualche giorno fa, da far pensare ad un’ “ispirazione dello Spirito Santo”. Bergoglio parlava di una famiglia fragile, e della necessità di proteggere i figli dal dolore che può essergli procurato, e la sentenza americana si colloca sulla stesse linea d’onda: essa vuole proteggere quell’amore, quei figli, quelle famiglie che fino ad adesso non erano garantiti.

La sentenza infatti ha stabilito che la libera scelta del matrimonio è inerente all’autonomia individuale, che il matrimonio è una delle unioni più importanti, che esso salvaguarda i bambini e le famiglie e che su di esso si basa l’ordine sociale.
Senza l’uguaglianza matrimoniale, ha detto il giudice Kennedy “le coppie dello stesso sesso sono consegnate a un’instabilità che le coppie di sesso opposto considererebbero troppo intollerabile nelle proprie vite”.

Scegliere di amare e di vivere con una persona è una delle cose più importanti per la realizzazione personale, pertanto è necessario che lo stato salvaguardi questo diritto indipendentemente dal sesso delle persone che compongono la coppia.

E l’America ha festeggiato. Obama ha festeggiato. La Casa Bianca si è tinta dei colori dell’Arcobaleno, le multinazionali hanno festeggiato, copiando il Presidente. Tutti, o quasi tutti, hanno visto che questa non è la vittoria di un gruppo, ma la vittoria di un intero stato verso la piena uguaglianza dei diritti fra i suoi cittadini.

Ma dicevamo, quasi tutti, ovviamente. Come sempre ci sono gli scontenti. Il Governatore del Texas Greg Abbott, ha detto che si appellerà all’obiezione di coscienza, dal momento che il Primo Emendamento protegge la libertà religiosa di tutti. Appoggerà quindi gli ufficiali civili (ma anche tutti quelli in qualche modo coinvolti, dai wedding planer, ai fioristi, ai pasticceri) nel loro rifiuto di essere coinvolti in un matrimonio gay.

Da italiani non possiamo che essere simpatetici con una simile obiezione, dal momento che qui da noi va molto di moda. Tuttavia bisognerebbe ricordare che il Primo Emendamento permette agli individui di credere qualsiasi cosa vogliono, anche che una vergine partorisca, ma non gli permette di usare le loro credenze come licenza di discriminazione. Se scelgo di fare il sindaco scelgo di fare tutto ciò che fare il sindaco comporta.

Ed ecco allora che anche in Italia arrivano le prime reazioni. Un parroco, vedendo il gran successo che ha avuto la notizia ha esclamato che negherà ai parrocchiani, che su facebook scriveranno post a favore della comunità LGBT, certificati di battesimo per fare da padrini e li esclusderà dagli incarichi parrocchiali. Giusto, ma caro padre, Dio sa che i gay hanno aspettato abbastanza. Se lei negherà dio, vorrà dire che se ne faranno una ragione.

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