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Lo stupro come strumento di guerra, sentenza storica in Bosnia

giugno 30, 2015 • Cultura e Società, z in evidenza

stuproquadrogrande

di Dario Cataldo

Con una sentenza storica, il Tribunale di guerra bosniaco ha garantito per la prima volta una compensazione in favore di una donna vittima di stupro durante i conflitti dell’ex Jugoslavia nel periodo tra il 1992 e 1995.

Condannati a dieci anni di reclusione gli artefici dell’atroce violenza, due soldati serbi fin’ora impuniti. Da che mondo è mondo, le donne sono sempre state il passatempo preferito di uomini che giocavano alla guerra.

Con efferate pratiche appagavano i lori istinti animali mediante l’uso della forza. In Bosnia però, si è assistito (come in molti casi nella storia) all’uso dello stupro come strumento politico, come arma di guerra per infierire angoscia verso una precisa etnia. Se dapprima i mass media hanno sottaciuto sull’argomento perché ritenuto sporadico, a distanza di anni, il numero delle vittime che ha dichiarato l’abuso è cresciuto vertiginosamente, fino ad arrivare allo storico verdetto giudiziario, che non ridarà ciò che è stato precluso alle bambine, ragazze e donne violentate ma almeno le riconosce degne di giustizia.

Ciò che i nazionalisti serbi hanno compiuto durante il conflitto della prima metà degli anni ’90 è qualcosa che ha trasformato un sopruso fisico in pianificazione dell’orrore. La Bosnia Erzegovina è stata teatro di sequenze da brivido in cui, oltre alla mortificazione del corpo femminile, ne conseguivano torture, umiliazioni, gravidanze e morti. Dal momento in cui le denunce aumentarono di giorno in giorno, la discussione divenne internazionale, fino ad animare un dibattito sui diritti umani.

Come racconta nel libro “La caccia” l’ex Procuratore Generale del Tribunale dell’Aia, Carla Ponte, l’incontro con una donna vittima di abusi sessuali da parte Milan Lukic – detto Lucifero – è stato emblematico. L’uomo giudicato colpevole di crimini contro l’umanità è stato artefice di molteplici atti barbarici. Scrive la Ponte: “ Mi incontro con diverse vittime di Lukic. Una è una madre che dice che non mi perdonerà mai se l’uomo all’Aia non avrà quello che merita.

Racconta nei particolari come Lukic fosse irrotto in casa sua, violentandola alla presenza dei due figli, di nove e dodici anni; racconta come Lukic l’avesse portata nella cucina ordinandole di scegliere un coltello affilato e come infine, sotto i suoi occhi, Lukic l’abbia usato per sgozzare i due bambini”. Un vile mascherato da impavido, un ignobile che abusa della sua condizione maschile per seminare dolore gratuito.

Da fonti giudiziarie si apprende come, le truppe militari serbe con meticolosa perizia, se non invadevano le abitazioni civili, utilizzavano un luogo prestabilito in cui consumare il loro diabolico piano a danno delle malcapitate: l’Hotel Kozara nei pressi di Prijedor in Bosnia. Dopo il rapporto di Amnesty International, con il quale si richiama l’attenzione al fatto che i colpevoli fossero ancora a piede libero e impuniti, le coscienze collettive si sono destate rispetto a un torpore politico e sociale.

Si legge dal rapporto: “I responsabili degli stupri continuano a sottrarsi alle indagini e alla giustizia. Alcuni occupano posizioni di potere e molti vivono nelle stesse comunità delle loro vittime”. L’azione intrapresa dal Tribunale militare è per tale motivo da ricordare. Le donne violate, che per anni hanno vissuto ai margini della società, vittime invisibili di un potere che continua ad irriderle e sbeffeggiarle nonostante la guerra sia finita, possono uscire dalla corazza in cui per decenni hanno cercato rifugio, per mostrare l’orgoglio che a loro appartiene.

Norman Cigar, nel suo libro “Genocidio in Bosnia”, afferma che: “i paramilitari serbi della città di Gacko, in Erzegovina, si vantavano in pubblico di quello che avevano fatto alle donne bosniache. Di aver stuprato in gruppo una ragazza musulmana di tredici anni, di averla attaccata su di un carro armato e poi di aver circolato per la città finché della ragazza non era rimasto niente più che uno scheletro”.
Oggi, a distanza di decenni, nonostante molti vigliacchi siano ancora impuniti, la speranza che dopo la Sentenza la giustizia possa fare il suo corso, potrebbe attenuare le sofferenze di chi in quella guerra ha perso qualcosa che forse solo il tempo potrà restituire.

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